| "A Mosca" di Anton Cechov |
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Sono l’Amleto di Mosca. Sì. A Mosca giro per le case, per i teatri, i ristoranti e le redazioni e dappertutto dico la stessa cosa: "Oh Dio, che noia! Che noia opprimente!" E mi rispondono con comprensione: "Sì, in effetti c’è una noia orrenda." Così di giorno e di sera. Di notte invece, quando, tornato a casa, vado a letto e nelle tenebre mi domando com’è che mi annoio davvero in maniera così tormentosa, un peso mi si rivolta inquieto in petto, e mi viene in mente che una settimana fa a casa di qualcuno, quando ho chiesto cosa potessi fare per la noia, un signore sconosciuto, evidentemente non moscovita, d’un tratto si è girato verso di me e mi ha detto stizzito: "Mah, prendete un pezzo di cavo del telefono e impiccatevi al primo palo del telegrafo che vi capita! Non vi resta altro da fare!" Sì. E di notte ogni volta mi sembra di cominciare a capire perché mi annoio tanto. Ma perché? Perché? Mi sembra che sia per... Tanto per cominciare, non so assolutamente nulla. Un tempo avevo imparato qualcosa, ma lo sa il diavolo se ho dimenticato tutto o se le conoscenze non mi servono a niente, fatto sta che scopro l’America a ogni istante. Per esempio, quando mi si dice che Mosca ha bisogno di una rete fognaria o che il mirtillo delle torbiere cresce su un albero, io domando stupefatto: "Ma davvero?" Abito a Mosca da quando son nato, ma com’è vero Dio non so da dove venga, perché esiste, a che pro, perché, di cosa ha bisogno. Alla duma, alle riunioni, insieme agli altri parlo dell’economia cittadina, ma non so quanto è grande Mosca, quanti abitanti ha, quanti ne nascono e ne muoiono, quanto guadagniamo e spendiamo, a quanto e con chi commerciamo... Quale città è più ricca: Mosca o Londra? Se Londra è più ricca, perché? Lo sa il diavolo! E quando alla duma sollevano qualche problema, io fremo e per primo mi metto a gridare: "Trasmettere alla commissione! Alla commissione!". Con i mercanti borbotto che sarebbe ora che Mosca allacciasse rapporti commerciali con la Cina e la Persia, ma non sappiamo dove siano questa Cina e questa Persia né se abbiano bisogno d’altro oltre che di materie prime marce e inumidite. Dal mattino alla sera mi riempio la pancia nella trattoria di Testov e non so perché mangio. Recito una parte in una commedia e non conosco il contenuto di questa commedia. Vado a sentire La donna di picche e quando hanno ormai alzato il sipario mi viene in mente di non avere, mi sembra, mai letto il racconto di Pùskin o di essermene dimenticato. Scrivo una commedia e la metto in scena, e solo quando si rivela un fiasco completo vengo a sapere che esattamente la stessa commedia è stata scritta da Vl. Aleksàndrov, e prima da Fedótov, e prima di Fedótov da Ipaìnskij. Non sono capace né di parlare, né di discutere, né di sostenere una conversazione. Quando in società mi parlano di qualcosa che non conosco, comincio semplicemente a bluffare. Faccio assumere alla mia faccia un’espressione alquanto malinconica, derisoria, prendo l’interlocutore per un bottone e dico: "Caro mio, è roba vecchia" oppure "Vi state contraddicendo, mio caro... Prima o poi risolveremo con comodo questo problema interessante e ci accorderemo, ma ora ditemi in nome di Dio: siete stati all’Imogene?". In questo senso i critici moscoviti mi hanno fatto scuola. Quando parlano in mia presenza, per esempio, del teatro e della drammaturgia contemporanea, non capisco nulla, ma quando mi rivolgono una domanda, non ho difficoltà a rispondere: "Sarà anche così, signori... Ammettiamo che sia così... Ma l’idea dov’è? Dove sono gli ideali?" oppure tiro un sospiro ed esclamo: "Oh, immortale Molière, dove sei?!" e, scacciando malinconico il pensiero con la mano, vado in un’altra stanza. C’è poi un certo Lope de Vega, un drammaturgo danese, mi sembra. Ecco, anche lui a volte mi serve per lasciare il pubblico a bocca aperta. "Vi dirò in segreto" sussurro al mio vicino "che questa frase Calderón l’ha presa da Lope de Vega..." E mi credono... Vai a controllare! Dato che non so nulla, non sono affatto acculturato. È vero che mi vesto alla moda, mi faccio tagliare i capelli da Teodor e ho un’aria chic, ma tuttavia sono asiatico e movietón. Ho una scrivania da quattrocento rubli con intarsi, mobili di velluto, quadri, tappeti, busti, una pelle di tigre, però, se guardi, lo sfiatatoio della stufa è otturato da una camicetta da donna e la sputacchiera non c’è, così io e i miei ospiti sputiamo sul tappeto. Le mie scale sanno di anitra arrosto, il cameriere ha il grugno insonnolito, la cucina è sporca e puzza, invece sotto il letto e dietro gli armadi ci sono polvere, ragnatele, vecchi stivali coperti di muffa verde e carte che puzzano di gatto. A casa mia c’è sempre qualche scandalo/lite: o la stufa fa fumo, o i servizi sono freddi, o la finestrella non si apre e, perché la neve non voli da fuori nello studio, mi affretto a tappare la finestrella con un cuscino. Capita anche che abiti in camere ammobiliate. Te ne stai in camera tua sul divano e pensi al tema della noia, mentre nella stanza accanto, a destra, una tedesca sta friggendo le polpette sulla stufa a cherosene, e a sinistra le puttane picchiano con le bottiglie di birra contro il pavimento. Dalla mia stanza studio la "vita"; vedo tutto dal punto di vista delle camere ammobiliate e ormai non scrivo d’altro che della tedesca, delle puttane, dei tovaglioli sporchi, non faccio che prendere in giro gli ubriachi e gli idealisti imbestialiti e considero più importante di tutti il problema dei dormitori pubblici e del proletariato intellettuale. E non sento nulla e non mi accorgo di nulla. Riesco a sopportare benissimo sia i soffitti bassi, sia gli scarafaggi, sia l’umidità, sia i conoscenti ubriachi che si sdraiano sul mio letto senza togliersi gli stivali infangati. Né le strade coperte di liquami marroncini, né gli angoli sporchi, né i portoni puzzolenti, né le insegne sgrammaticate, né i miseri straccioni: nulla offende il mio senso estetico. Sulla stretta slitta di piazza mi sono tutto rannicchiato come una strega, il vento mi penetra da parte a parte, il vetturale mi colpisce con lo knut da dietro la testa, il cavalluccio tignoso si trascina a stento, ma io non ci bado. Non m’importa di nulla! Mi dicono che gli architetti moscoviti, al posto delle case, hanno costruito casse da sapone e hanno rovinato Mosca. Ma io non trovo che queste casse siano brutte. Mi dicono che i nostri musei sono allestiti in modo misero, senza criteri scientifici, e sono inutili. Ma io nei musei non ci vado. Si lamentano che a Mosca c’era una sola galleria d’arte per bene, e anche quella Tret’jakóv l’ha chiusa. L’ha chiusa, be’, faccia pure... Ma affrontiamo la seconda causa della mia noia: ho la sensazione di essere molto intelligente e straordinariamente importante. Che io entri in qualche posto, che parli, che stia zitto, che tenga un discorso a una conferenza letteraria, che mi riempia la pancia da Testov: tutto ciò io lo faccio con grandissimo aplomb. Non c’è discussione in cui non mi immischierei. È vero che non so parlare, però in compenso so sorridere ironicamente, stringermi nelle spalle, esclamare. Io, che non so nulla e che sono un asiatico incolto, in sostanza, sono soddisfatto di tutto, però faccio finta di non essere soddisfatto di nulla, e mi riesce così bene che a volte finisco perfino per crederci anch’io. Quando in scena c’è qualcosa di comico, ho molta voglia di ridere, ma mi affretto ad assumere un’aria seria, concentrata; se, Dio non voglia, sorridessi, cosa direbbe chi mi sta vicino? Dietro a me qualcuno ride, io mi volto a guardare severo: lo sventurato tenente, un Amleto come me, va in confusione e, quasi a scusarsi per la sua risata accidentale, dice: "Che volgare! Che burattinaio!" E nell’intervallo dico ad alta voce al buffet: "Lo sa il diavolo, che razza di commedia è! È uno scandalo!" "Sì, è una burattinata" mi risponde qualcuno "però, sapete, non è priva di idee..." "Smettiamola! Questo motivo era stato elaborato da un pezzo già da Lope de Vega e, naturalmente, non c’è proprio paragone! Ma che noia! Che noia opprimente!" All’Imogene, dato che trattengo gli sbadigli, le mie mandibole hanno voglia di sgranchirsi; tengo gli occhi spalancati dalla noia, sento un’arsura in bocca... ma in faccia ho un sorriso beato. "Ispira proprio soddisfazione" dico a mezza voce. "Era un pezzo, un pezzo che non provavo più un divertimento di così alto livello!" A volte mi viene voglia di fare il birichino, di andare a recitare in un vaudeville; e ci reciterei volentieri, e so che di questi tempi tristi sarebbe molto opportuno, ma... che cosa direbbero alla redazione dell’"Artista"? No, che Dio me ne guardi! Alle mostre di quadri di solito socchiudo gli occhi, scuoto significativamente la testa e dico forte: "Sembra che ci sia tutto: di respiro ce n’è molto, e l’espressione, e il colorito... Ma quel che conta dov’è? Dov’è l’idea? Dov’è l’idea, in quest’opera?" Dalle riviste pretendo un orientamento onesto e, soprattutto, che gli articoli vengano firmati o da professori o da ex deportati in Siberia. Chi non è professore e chi non è stato deportato in Siberia non può avere un vero talento. Pretendo che la Ermolóva faccia solo parti di ragazze idealiste, che non abbiano più di ventun'anni. Pretendo che le commedie classiche al Màlyj teàtr le allestiscano senz’altro dei professori... Senz’altro! Pretendo che anche le comparse minori, prima di apprestarsi a recitare una parte, abbiano letto tutto su Shakespeare, di modo che quando la comparsa dice, per esempio: "Buona notte, Bernando!" tutti sentano che si è letto otto volumi. Pubblico molto, molto spesso. Non più tardi di ieri sono andato alla redazione di una voluminosa rivista per informarmi se il mio romanzo (millequattrocento cartelle) va bene. "Non so davvero che fare" ha detto il redattore, confuso. "Sapete, è proprio molto lungo e... noioso." "Sì," dico "però è onesto!" "Sì, avete ragione" concorda il redattore, ancora più confuso. "Certo, lo pubblicherò..." Anche le fanciulle e le signore che conosco sono di un’intelligenza e importanza straordinarie. Sono tutte uguali; si vestono allo stesso modo, parlano allo stesso modo, camminano allo stesso modo, con l’unica differenza che una ha le labbra a cuoricino, mentre l’altra, quando sorride, ha la bocca larga come una bottatrice. "Avete letto l’ultimo articolo di Protopópov?" mi domandano le labbra a cuoricino. "È una rivelazione!" "E voi, naturalmente, siete d’accordo" dice la bocca da bottatrice "che Ivàn Ivànyc Ivanóv per passionalità e forza di convinzione ricorda Belìnskij. È la mia consolazione." Confesso che l’ho posseduta... Ricordo perfettamente la nostra dichiarazione d’amore. Lei è seduta sul divano. Labbra a cuoricino. Vestita da schifo "senza pretese" con una pettinatura stupidissima; la prendo per la vita: il corsetto scricchiola; la bacio su una guancia: la guancia è salata. È confusa, stupefatta e perplessa; perdonate, come si combina un orientamento onesto con una volgarità come l’amore? Cosa direbbe Protopópov se vedesse? Oh, no, mai! Lasciatemi! Vi propongo la mia amicizia! Però dico che la sola amicizia per me è poco... Allora mi minaccia civettuola con il dito e dice: "Va bene, vi amerò, ma a condizione che voi teniate alta la bandiera." E mentre la stringo nei miei abbracci, lei sussurra: "Lotteremo insieme..." Poi, vivendo con lei, mi accorgo che anche a casa sua lo sfiatatoio della stufa è chiuso con una camicetta, che anche a casa sua le carte sotto al letto puzzano di gatto, e che anche lei bluffa nelle discussioni, e alle mostre di quadri blatera come un pappagallo parlando di respiro e di espressione. E prova a darle un’idea! Se ne beve vodka zitta zitta e, prima di andare a dormire, per sembrar più giovane si cosparge la faccia di panna acida. In cucina ha gli scarafaggi, le spugne sporche, la puzza, e la sua cuoca, quando fa una torta, prima di metterla nella stufa si toglie un pettinino dalla testa per tracciare dei piccoli solchi; sempre lei, facendo le paste, bagna l’uvetta di saliva perché si appiccichi meglio all’impasto. E io corro! Corro! Il mio romanzo va al diavolo, e lei, pomposa, intelligente, sprezzante, se ne va in giro dappertutto e pigola sul mio conto: "Ha tradito le sue convinzioni!" La terza causa della noia è la mia invidia furiosa, estrema. Quando mi dicono che il tale ha scritto un articolo molto interessante, che la commedia del tale ha avuto successo, che X ha vinto duecentomila rubli e che il discorso di N ha prodotto una forte impressione, i miei occhi cominciano a stortarsi, divento del tutto strabico e dico: "Sono molto contento per lui, ma lo sapete che nel ’74 è stato condannato per furto?" Il mio animo si trasforma in un pezzo di piombo, odio con tutto il mio essere quello che ha avuto successo e continuo: "Tortura sua moglie e ha tre amanti e invita sempre fuori a cena i recensori. Nel complesso è una bestia mica da ridere... Questo romanzo non è male, però deve averlo rubato da qualche parte. Una scandalosa mancanza di talento... Sì e, a essere sinceri, nemmeno in questo romanzo ci trovo poi niente di particolare..." Se invece, per esempio, una commedia fa fiasco, io sono terribilmente felice e mi affretto a mettermi dalla parte dell’autore. "No, signori, no!" grido. "Nella commedia qualcosa c’è. In ogni caso è ben scritta." Sappiate che tutto quanto di cattivo, vile, infame viene detto sulle persone appena appena famose, l’ho messo in giro io per Mosca. Il sindaco sappia che se riuscirà a costruire, per esempio, delle buone strade, io finirò per odiarlo e metterò in giro la voce che lui deruba i passanti sulla strada maestra!.. Se mi diranno che un giornale ha già cinquantamila abbonati, mi metterò a dire dappertutto che il direttore è un mantenuto. Il successo altrui mi costa vergogna, umiliazione, una fitta al cuore... Per quanto riguarda me, non ha proprio nessun senso parlare di senso sociale, civile o politico. Se una volta in me questo sentimento ci può anche essere stato, ormai è da un pezzo che è stato divorato dall’invidia. E così, senza sapere nulla, incolto, molto intelligente e straordinariamente tronfio, strabico dall’invidia, con un fegato grosso così, giallo, grigio, stempiato, vago per Mosca di casa in casa, impongo a tutti uno stile di vita e porto ovunque la mia aria gialla, grigia, stempiata... "Ah, che noia!" dico con la disperazione nella voce. "Che noia opprimente!" Sono contagioso come l’influenza. Mi lamento della noia, mi do arie e per invidia calunnio i miei cari e i miei amici, e a ben vedere, uno studente ancora adolescente si è messo ad ascoltare, si passa una mano nei capelli con affettazione e, buttando lontano un libro, dice: "Parole, parole, parole... Dio, che noia!" © Anton Cechov |