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Giacomo Girolamo Casanova nasce il 2 aprile 1725 a Venezia dagli attori Gaetano Casanova (che in realtà è solo padre putativo; il padre carnale è indicato da lui stesso nella persona del patrizio Michele Grimani) e Zanetta Farusso detta "La Buranella". Le lunghissime assenze a causa del loro lavoro fanno di Giacomo un orfano fin dalla nascita. Cresce così con la nonna materna. Si laurea in giurisprudenza a Padova nel 1742. Tenta la carriera ecclesiastica ma, naturalmente, la cosa non si attaglia alla sua natura; prova allora quella militare, ma poco dopo si dimette. Conosce il patrizio Matteo Bragadin, il quale lo mantiene come se fosse suo figlio. La sua vita brillante, però, induce a dei sospetti e così Casanova è costretto a scappare da Venezia. Si rifugia a Parigi. Dopo 3 anni fa ritorno nella sua città natale, ma viene accusato di aver disprezzato la Santa Religione per un'avventura con 2 monache. Di conseguenza viene rinchiuso nei Piombi, ma il 31 ottobre 1756 riesce ad evadere. Questa fuga lo renderà estremamente celebre. Malgrado i continui e frequenti viaggi rimarrà sempre profondamente veneziano, innamorato della sua città. Amante della "dolce vita" della città che si svolge tra teatri, bische (fortissime le somme che perderà al Ridotto) e casini, dove organizza cene elegantissime e consuma assieme alla bella di turno manicaretti e incontri galanti. Per il primo incontro con la bella e potente monaca M.M., ad esempio, dove reperire un casino in tutta fretta. Dopo la fuga si rifugia a nuovamente Parigi, dove viene arrestato una seconda volta per bancarotta. Rilasciato dopo alcuni giorni, continua i suoi innumerevoli viaggi che lo portano in Svizzera, in Olanda, negli stati tedeschi e a Londra. Successivamente si reca in Prussia, Russia e Spagna. Nel 1769 ritorna in Italia, ma dovrà aspettare due anni prima di ricevere il permesso di ritornare a Venezia dopo un esilio di quasi vent'anni. Uomo di grandissimi appetiti (non solo in senso figurato ma anche letterale: amava infatti la buona tavola ed era un grande mangiatore), ambizioso e brillante era amante di agi che non sempre si poteva permettere. Di colorito brunastro, alto un metro e novanta, dall'occhio vivace e dal carattere appassionato e volubile, Casanova possedeva più che la bellezza una personalità magnetica ed affascinate e doti (riconosciute anche dai non pochi detrattori) intellettive ed oratorie superiori. "Talenti" che saprà sfruttare al meglio nelle corti europee, dominate da una classe colta ma anche fatua e permissiva. Sempre al periodo veneziano sono ascrivibili testi come "Né amori né donne", un libro contro il patrizio Carlo Grimani per un torto subito a causa del quale verrà ricacciato dalla sua città natale. All'età di 58 anni riprende il suo vagabondare per l'Europa e scrive altri libri quali "Storie della mia vita", bibliografia pubblicata in francese, "Storie della mia fuga" del 1788 e il romanzo "Icosameron" dello stesso anno. In un estratto di una sua lettera a G. F. Opiz del 1791 si legge: "Scrivo la mia vita per ridere di me e ci riesco. Scrivo tredici ore al giorno, e mi passano come tredici minuti. Qual piacere ricordare i piaceri! Ma qual pena richiamarli a mente. Mi diverto perché non invento nulla. Ciò che affligge è l'obbligo che ho, a questo punto, di mascherare i nomi, dal momento che non posso divulgare gli affari degli altri". Parlando di se stesso e delle personalità simili alle sue dirà: "Felici quelli che senza nuocere a nessuno sanno procacciarsi il piacere, e insensati gli altri che si immaginano che l'Essere Supremo possa rallegrarsi dei dolori e delle pene e delle astinenze ch'essi gli offrono in sacrificio." Muore il 4 giugno 1798 nello sperduto castello di Dux, pronunciando le ultime, celeberrime frasi "Gran Dio e testimoni tutti della mia morte: son vissuto filosofo e muoio cristiano." Della morte pensava che si trattasse solo di un "mutamento della
forma"
(da © Biografie On-Line Leonardo.it: http://biografie.leonardo.it/home.htm).
Arrivai ad Ancona il 25 febbraio del 1744 sul far e presi alloggio nel migliore albergo. La camera mi piacque e, poiché avevo fame, dissi all'oste che volevo mangiare di grasso. Egli mi rispose che in Quaresima i cristiani mangiano di magro. Replicai che il papa mi aveva dato il permesso di mangiare di grasso. L'oste mi disse di farglielo vedere: gli risposi che me l'aveva dato verbalmente, ma quello si rifiutò di credermi; gli detti dello stupido e allora lui mi disse di andare a cercarmi alloggio altrove. Quest’ultima risposta, davvero inattesa, mi fece andare in bestia. Imprecai e protestai, e chissà cosa non avrei fatto se ad un certo punto non mi fosse comparso sbucando fuori da una camera vicina, un signore dall’aspetto dignitoso e severo che prese a dirmi che avevo torto a voler mangiare di grasso quando ad Ancona i cibi magri erano molto migliori, che avevo torto di pretendere che l'oste credesse che avevo il permesso del papa, che avevo torto, se davvero avevo il permesso, di averlo chiesto alla mia età, che avevo torto di non essermelo fatto mettere per iscritto, che avevo torto a dare dello stupido all’oste che era padrone di non alloggiarmi e, infine, che avevo torto a fare tanto baccano.
Questo tipo che veniva, non richiesto, a immischiarsi nelle mie faccende e, tra l'altro, solo per addossarmi tutti i torti immaginabili, anziché indispormi ulteriormente, mi mise di buon umore.
« Ammetto, signore » gli dissi « tutti i torti mi attribuisce. Ma piove, ho una gran fame e non intendo uscire a quest'ora per andarmi a cercare altro albergo. Perché non mi dà da mangiare lei, al posto dell'oste? »
« No, no! Sono un buon cattolico e osservo il digiuno. Andrò piuttosto a calmare l'oste e vedrà che le servirà una buona cena, anche se di magro. »
Detto questo, scese dabbasso ed io, paragonar la sua calma alla mia intemperanza, riconobbi che mi aveva dato una bella lezione. Dopo qualche minuto, ritornò dicendomi che tutto era sistemato: mi avrebbero portato una buona cena e, se volevo, lui mi avrebbe tenuto compagnia. Gli risposi che era un onore per me e, per indurlo a dirmi il suo nome, dissi il mio qualificandomi come segretario del cardinale Acquaviva.
« Il mio nome è Sancio Pico » mi disse. « Sono castigliano e provveditore dell'esercito di Sua Maestà Cattolica, comandato dal conte di Gages agli ordini del generalissimo duca di Modena. »
Ammirò l'appetito con cui mangiai tutto ciò mi servirono e mi chiese se avevo pranzato. Mi parve sollevato quando gli dissi che ero digiuno.
« Ma la cena » mi chiese « non le farà male »
« Spero anzi che mi faccia bene! »
« Allora lei ha preso in giro il papa! Ma venga con me nella camera qui accanto. Avrà il piacere di ascoltare della buona musica. Ci abita una prima attrice »
Incuriosito e attratto dalla parola attrice, lo seguii.
Seduta a un tavolo vidi una donna in età che stava cenando con due ragazze e due ragazzi, ma cercai invano l'attrice, finché non mi presentò come tale uno dei due ragazzi, una personcina incantevole, che non poteva avere che 16 o 17 anni. Pensai fosse il "castrato" che sosteneva il ruolo di prima attrice al teatro di Ancona, dove vigevano le stesse regole che nei teatri romani.
La madre mi presentò anche l'altro figlio, anch'egli piuttosto bello, ma non castrato, che si chiamava Petronio e recitava come prima ballerina, e le due ragazze: una, Cecilia, 12enne, studiava musica, e Marina, 11enne, faceva la ballerina. Entrambe erano molto carine. La famigliuola era di Bologna e campava sfruttando il talento dei suoi giovani membri, per i quali bontà e allegria tenevano il posto della ricchezza.
Cedendo alle insistenze di don Sancio, Bellino, il castrato, andò a sedersi al clavicembalo e cantò, con voce angelica e con affascinante grazia, un’aria. Lo spagnolo ascoltava ad occhi chiusi, come in estasi. Io ben lungi dal tenere gli occhi chiusi, ammiravo quelli di Bellino che, neri come il carbone, emanavano un fuoco che mi bruciava l'anima. Il giovane, mi ricordava nei tratti fisici donna Lucrezia e nei modi la marchesa G. Il suo viso, per altro, mi pareva più quello di una donna che quello di un ragazzo, e lo stesso abito maschile che indossava non impediva di scorgere il gonfiore del petto. Così, nonostante me l’avessero presentato come un maschio, mi misi in testa che fosse in realtà una fanciulla travestita e perciò non soffocai dentro di me gli stimoli del desiderio che la sua presenza mi ispirava.
Passammo insieme 2 ore piacevoli e poi io e don Sancio salutammo la bella compagnia e ci ritirammo.
Accompagnandomi in camera, don Sancio mi avvertì che l’indomani mattina sarebbe partito per Senigallia insieme all’abate Vilmarcati e che sarebbe stato di ritorno di lì a 2 giorni, in tempo per la cena. Gli augurai buon viaggio e gli dissi che forse ci saremmo incontrati per strada, perché mi sarei fermato ad Ancona solo il tempo necessario per presentare al banchiere la mia lettera di cambio e farmene dare una per Bologna e che contavo di partire proprio di lì a due giorni.
Andai a letto turbato dall'impressione che mi aveva fatto Bellino. In verità, mi sarebbe spiaciuto dovermene andare senza avergli dimostrato che ero sensibile alla sua bellezza e che il suo travestimento non mi aveva ingannato, e così, il mattino seguente, appena aperto l'uscio, fui contento di vedermelo entrare camera per offrirsi come servitore, invece del domestico che avrei dovuto assumere, suo fratello. Accettai senz'altro e cominciai col mandare il giovane Petronio a prendere il caffè per tutta la famiglia.
Feci sedere Bellino sul letto con l'intenzione di trattarlo come una ragazza, ma proprio in quel momento entrarono le due sorelline. Il mio progetto andò a vuoto, ma non potevo dirmi del tutto di dispiaciuto: davanti ai miei occhi era tutto uno spettacolo di gaiezza, di bellezza, di dolce familiarità, di brio teatrale, di simpatici scherzi e di smorfiette bolognesi che non conoscevo e che mi entusiasmavano. Le 2 ragazzine, infatti, per quanto giovanissime erano 2 boccioli di rose e portavano già sui loro candidi petti i segni di una precoce pubertà, e le avrei senza dubbio preferite a Bellino, se non mi fossi messo che Bellino era una ragazza come loro.
Petronio arrivò con il caffè, ce lo servì e poi andò a portarne anche a sua madre, che non usciva camera. Questo Petronio era un vero Gitone di professione, un tipo abbastanza diffuso in quel bizzarro paese che è l'Italia, dove l'intolleranza in materia non è così irragionevole come in Inghilterra, nè così severa come in Spagna. Gli diedi uno zecchino per pagare il caffè e quando gli dissi di tenersi i 18 paoli di resto, mi fece chiaramente capire le sue vere inclinazioni dandomi un bel bacio a bocca schiusa. Certo voleva dimostrarmi la sua riconoscenza e forse pensava amassi quel genere di effusioni, ma mi fu facile disilluderlo, con una smorfia di disgusto, anche se non mi parve che ci rimanesse male. Gli dissi di ordinare il pranzo per sei, ma lui mi rispose che dovevo ordinare solo per quattro, perché doveva tener compagnia alla sua cara mamma che mangiava a letto.
Due minuti dopo, salì l'oste a dirmi che le persone avevo invitato a pranzo mangiavano almeno per due e che, così stando le cose, mi avrebbe servito solo se ero disposto a pagare sei paoli a commensale. Gli dissi che andava bene e che accettavo.
Quindi, ritenni doveroso andare ad augurare il buon giorno alla compiacente madre. Entrai nella sua stanza e le feci i miei complimenti per la sua incantevole famiglia. Lei mi ringraziò per i diciotto paoli che avevo dato al suo figliuolo e prese a confidarmi i suoi guai.
« L’impresario Rocco Argenti » mi disse « è un delinquente. Mi ha dato solo cinquanta scudi romani per tutto il carnevale. Naturalmente li abbiamo spesi per vivere adesso, se vorremo tornare a Bologna, dovremo viaggiare a piedi o chiedere l'elemosina. »
Le regalai un doblone da otto che la fece piangere gliene promisi un altro in cambio di una confidenza.
« Confessi che Bellino è una ragazza » le dissi. « « Le assicuro che non lo è, anche se ne ha l'aspetto. Tant’è che ha dovuto farsi visitare. »
« Da chi? »
« Dal reverendissimo confessore di monsignor vescovo. Può andare a chiedere a lui, se proprio non ci crede. »
« No, non ci credo e non ci crederò se non dopo averlo visitato io stesso. »
« Faccia come vuole, ma in coscienza non posso immischiarmi, perché, Dio mi perdoni, non conosco le sue intenzioni. »
Tornai in camera mia e mandai Petronio a rare una bottiglia di vino di Cipro. Quando presi i sette zecchini di resto del doblone che gli avevo dato e li divisi tra Bellino, Cecilia e Marina e poi pregai le due ragazze di lasciarmi solo con il loro fratello.
« Caro Bellino, sono sicuro che non sei del sesso.»
« Sì che sono del suo sesso, ma castrato. Del resto, sono già stato visitato. »
« Lasciati visitare anche da me, e ti regalo doblone. »
« No, perché è evidente che lei mi ama, e la religione me lo proibisce. »
« Però non hai avuto simili scrupoli con il confessore del vescovo. »
«Era un vecchio, e poi lui ha dato solo un'occhiata di sfuggita alla mia disgraziata corformazione. »
Allungai una mano, ma lui mi respinse e si alzò.
Questa ostinazione mi mise di cattivo umore, perché avevo già speso una quindicina di zecchini per soddisfare la mia curiosità. Mi sedetti a tavola col broncio, ma l'appetito delle tre belle creature mi restituì il mio buon umore e pensai bene di rifarmi con le due ragazze.
Così, mentre eravamo seduti accanto al fuoco a mangiare le castagne, cominciai a distribuire baci a tutti e tre e poi pensai a toccare e a baciare i seni nascenti di Cecilia e Marina. Bellino sorrideva compiaciuto e non fece niente per impedire alla mia mano di insinuarsi sotto la sua camicia e di afferrare un seno che mi tolse ogni dubbio.
« Con un seno così » gli dissi « non puoi essere che una ragazza. E non è il caso che tu neghi! »
« No, è il difetto di tutti noialtri castrati. »
« Lo so, ma me ne intendo abbastanza per riconoscere la differenza. Questo seno d'alabastro, mio caro Bellino, è il seno delizioso di una ragazza di 17 anni. »
Ero tutto un fuoco e, vedendo che lui non faceva per fermare la mia mano che godeva di tanta grazia, volli accostare al seno anche le mie labbra e scolorite dall'eccesso della passione; ma quell’impostore, come se si fosse accorto solo allora del piacere che provavo, si alzò e mi piantò in asso.
Mi ritrovai bruciante più di desiderio che di collera e, per calmarmi, pregai Cecilia, scolara di Bellino, di cantarmi qualche aria napoletana. Poi uscii per recarmi dal raguseo Bucchetti, che in cambio della mia lettera di credito me ne diede una a vista per Bologna. Di ritorno all'albergo, cenai in compagnia delle ragazze con un bel piatto di maccheroni e poi, dopo aver pregato Petronio di farmi trovare pronta per l’indomani mattina una carrozza di posta perché avevo deciso
di partite, salutai tutti e mi preparai ad andare a letto.
Mentre stavo per chiudere l'uscio, Cecilia, mezza svestita, venne a dirmi che Bellino mi sarebbe stato grato se lo avessi portato con me fino a Rimini dove aveva un contratto per cantare nell'opera che andava in scena per Pasqua.
« Va a dirgli, angioletto, che sono pronto a fargli questo piacere se prima lui è disposto a mostrarmi, se è maschio o femmina. »
Andò e tornò a dirmi che purtroppo Bellino era già a letto, ma se avessi rimandato la mia partenza di un sol giorno, era disposto a soddisfare la mia curiosità.
« Dimmi tu la verità e ti regalo sei zecchini. »
« Mi spiace, ma non posso, perché non l'ho mai visto nudo e non ci potrei giurare. Comunque, deve essere per forza un maschio, altrimenti non avrebbe potuto cantare in questa città. »
« Benissimo. Partirò dopodomani, se passerai la notte con me. »
« Allora mi ami? »
« Molto. Ma tu preparati ad esser gentile »
« Sarò molto gentile, perché anch'io ti amo Vado ad avvertire mia madre. »
« Tu hai già certamente avuto un amante »
« Mai! »
Uscì e tornò poco dopo tutta contenta, che sua madre mi giudicava una persona onesta. Chiuse la porta e venne a gettarsi tra le mie braccia, tutta calda e appassionata. Mi accorsi che forse era vergine ma, siccome non ne ero innamorato, non vi badai. L'amore, in effetti, è il divino condimento che rende deliziosa questa pietanza: Cecilia era incantevole, ma non avevo avuto il tempo di desiderarla e potei dirle: « Hai fatto la mia felicità ». Fu lei a dirmelo, ma non ne fui molto lusingato, finsi di crederle. Mi addormentai tra le sue braccia al risveglio, dopo averle affettuosamente augurato il buongiorno, le regalai tre dobloni che probabilmente gradì più di qualsiasi promessa di eterna fedeltà, assurda promessa che l'uomo non dovrebbe mai fare, nemmeno alla più bella donna.
Cecilia corse a portare il suo tesoro alla madre che piangendo di gioia, rafforzò la sua fiducia nella Divina Provvidenza ed io mandai a chiamare l’oste per ordinargli una cena abbondante per cinque, perché ero sicuro che il nobile don Sancio, che sarebbe arrivato verso sera, non mi avrebbe rifiutato l'onore di cenare con me.
A mezzogiorno non pranzai, ma la famiglia bolognese non ebbe bisogno di assoggettarsi ad un tal regime per avere appetito a cena. Dopo pranzo feci venire da me Bellino, per ricordargli la sua promessa, ma lui mi disse ridendo che la giornata non era ancora finita e che, comunque, era sicuro di venire con me a Rimini. Gli chiesi se voleva fare una passeggiata con me e lui andò a vestirsi. Mentre lo aspettavo, sopraggiunse Marina che, con aria mortificata, mi chiese che cosa mai avesse fatto per meritarsi il mio disprezzo.
« Cecilia ha passato con lei la notte e Bellino parte con lei domani: io sono la sola sfortunata. »
« Vuoi del denaro? »
« No, la amo. »
« Ma sei troppo piccola... »
« L'età non conta... Sono più formata di mia sorella. »
« E magari hai anche un amante... »
« Oh, questo no! »
« Benissimo! Vedremo stanotte. »
« Allora vado a dire alla mamma di preparare le lenzuola per domani, perché altrimenti la serva dell’albergo scoprirebbe tutto. »
Questi scherzi mi divertivano un mondo.
Al porto, dove andai con Bellino, comprai un bariletto di ostriche dell'arsenale di Venezia per fare onore a don Sancio e lo feci mandare all'albergo. Poi condussi Bellino alla rada e con una feluca mi feci portare a bordo di una nave di linea veneziana che aveva appena finito la quarantena, ma non ci trovai nessuno di mia conoscenza. Salii quindi a bordo di un vascello turco che stava per far vela alla volta di Alessandria e la prima persona che vidi fu la bella greca che avevo lasciato sette mesi prima nel lazzaretto di Ancona.
Stava accanto al vecchio capitano e io fingendo di non conoscerla, chiesi al capitano se avesse delle belle mercanzie da vendere. Il capitano ci condusse nella sua cabina e aprì i suoi bauli, mentre io leggevo negli occhi della greca la gioia di rivedermi.
Tutto ciò che il turco mi mostrò non mi andava, ma gli dissi che avrei comperato volentieri qualcosa che fosse piaciuto alla sua bella moglie. Il capitano rise, la donna gli disse qualcosa in turco e lui se ne andò. Allora la greca corse ad abbracciarmi e stringendosi al seno esclamò:
« Ecco il momento tanto atteso! »
In un impeto di coraggio non inferiore al suo, sedetti, me la tirai addosso e in meno di un minuto le feci quello che il suo padrone non le aveva fatto in cinque anni. Colto il frutto, stavo assapora dolo e avevo bisogno almeno di un altro minuto inghiottirlo, quando la sventurata greca, sentendo ritornare il padrone, scivolò fuori dalle mie braccia mettendosi davanti a me mi diede il tempo di rimettermi a posto senza che il turco potesse vedere disordine in cui ero e che avrebbe potuto costarmi la vita o, per aggiustare le cose amichevolmente, tutto il mio denaro. La situazione era piuttosto drammatica, ma la faccia stupita di Bellino, che se ne stava immobile e tremante di paura in un angolo, mi fece scoppiare a ridere.
Le cianfrusaglie che la bella schiava scelse mi costarono solo venti o trenta zecchini. «Spolaitis» disse nella lingua del suo paese, quando il padrone le disse di baciarmi, e scappò via coprendosi il volto. Me ne andai più triste che allegro, compiangendo quella incantevole creatura che il cielo, nonostante fosse così coraggiosa, si era ostinato a non accontentare che a mezzo. Quando fummo nella feluca, Bellino, riavutosi dalla paura, mi disse che lo avevo fatto assistere ad uno spettacolo incredibile, che, però, gli dava una strana idea del mio carattere. Quanto alla greca, invece, non ci capiva nulla, a meno che io non gli avessi detto che le donne del suo paese erano tutte come lei, nel qual caso, concluse, esse dovevano essere felici.
« Tu credi allora » gli dissi « che le civette siano più felici? »
« No, no. A me non piace né l'uno né l'altro tipo di donna. Per me una donna deve cedere all'amore in buona fede e deve arrendersi dopo avere lottato ton se stessa. Non mi va che per obbedire al primo impulso, si abbandoni al primo che le piace come una cagna che segue solo l'istinto. Questa greca, certo, ha dimostrato senza possibilità di dubbio che lei le piace, ma nello stesso tempo le ha dato una perfetta dimostrazione della sua brutalità e, anche, di una sfacciataggine che la esponeva alla vergogna d'essere respinta, perché non poteva sapere di esserle piaciuta come le era piaciuto lei. E’ molto bella e tutto è andato bene, ma la cosa mi ha molto turbato. »
Avrei potuto calmare Bellino e ribattere le sue ragioni raccontandogli tutta la storia, ma non mi conveniva. Infatti, se, come pensavo, era una ragazza, avevo tutto l'interesse a convincerla che attribuivo, poca importanza a tutta la faccenda e che non valeva la pena di fare la minima fatica per impedire che avesse conseguenze.
Facemmo ritorno all'albergo e sull'imbrunire, quando nel cortile don Sancio con la sua carrozza,
gli andai incontro e mi scusai di aver dato per sicuro avrebbe fatto l'onore di cenare con Bellino e con me. Don Sancio, con dignità e con cortesia, rispose che anzi ero stato molto gentile e accettò.
I cibi squisiti e ben cucinati, i buoni vini di Spagna, le belle ostriche e soprattutto l'allegria e le voci di Bellino e Cecilia, che ci cantarono duetti e seguidillas, fecero passare allo spagnolo cinque ore deliziose.
A mezzanotte, al momento di separarci, mi disse che non avrebbe potuto considerarsi completamente soddisfatto se prima di coricarsi non avesse avuto l'assicurazione che avrei cenato con lui il giorno dopo in camera sua con tutta la compagnia. Si trattava di rimandare la mia partenza di un altro giorno, ma accettai, senza stupirlo.
Appena Don Sancio se ne fu andato, sollecitai Bellino a mantenere la parola che mi aveva dato, ma mi rispose che Marina mi aspettava e che avremmo avuto il tempo di stare insieme l'indomani, e se ne andò.
Rimasi così solo con Marina che, tutta contenta chiuse la porta.
Marina era più formata di Cecilia, nonostante più giovane, e, come dimostrava l'intensità dello sguardo, si sentiva in dovere di convincermi che meritava d'esser preferita a sua sorella. Tanto per cominciare, forse temendo che la notte prima mi fossi esaurito e che non potessi darle ciò che si meritava, prese ad espormi tutte le sue idee sull'amore, mi raccontò nei particolari tutto quello che sapeva fare, ostentò tutta la sua scienza e mi specificò tutte le occasioni che le si erano offerte per conoscere i misteri dell'amore e per farsi un'idea delle gioie che esso offriva e i mezzi di cui si era servita per gustarne un po’. Da tutti quei suoi discorsi, capii che temeva che io non trovandola vergine, la rimproverassi. I suoi ingenui timori mi piacquero e mi divertii a rassicurarla dicendole che la verginità delle ragazze era solo sciocca fantasia, perché la maggior parte non ne ricevuto dalla natura nemmeno il più piccolo segno e misi in ridicolo quelli che ne facevano una questione d'onore.
Le mie teorie le piacquero e la indussero ad abbandonarsi fiduciosa tra le mie braccia. Effettivamente si dimostrò superiore in tutto a sua sorella e quando glielo dissi ne fu fiera. Ma quando pretese di farmi toccare il colmo della felicità dicendomi che avrebbe passato tutta la notte con me senza dormire, la sconsigliai, dimostrandole che ci avremmo rimesso, perché se avessimo accordato alla natura la dolce pausa del sonno, essa si sarebbe mostrata riconoscente al nostro risveglio, accrescendo la forza del suo ardore.
Di fatto, dopo una bella dormita, al mattino appena svegli, rinnovammo la festa e poi Marina mi lasciò contentissima dei tre dobloni che nella sua gioia corse portare alla madre, cui crebbe infinitamente il desiderio di contrarre obblighi sempre maggiori con la Divina Provvidenza.
Uscii per andare a farmi dare un po' di soldi da Bucchetti, perché non potevo prevedere ciò che mi sarebbe potuto accadere durante il viaggio a Bologna.
Mi ero divertito, ma avevo speso troppo, e mi rimaneva ancora Bellino che, se era femmina, non doveva trovarmi meno generoso di quanto ero stato con le sorelle. Comunque, la cosa sarebbe venuta senza dubbio in chiaro quel giorno, e io non dubitavo del risultato.
Quanti sostengono che la vita è un insieme di disgrazie e anzi, che la vita stessa è una disgrazia, sono, a mio giudizio, lontani dal vero. A parte il fatto che se sostengono che la vita è un male sono costretti anche ammettere che la morte, essendo il contrario è un bene, il che è per lo meno assurdo, è chiaro che costoro sono delle persone povere e malate che non hanno un soldo in tasca e che non sanno cosa voglia dire stringere tra le braccia delle Cecilie e delle Marine. La loro, in verità, è una genia di pessimisti che può essere esistita solo tra filosofi pitocchi e teologi bricconi o atrabiliari. Se il piacere esiste e se si può goderne soltanto in vita, la vita è gioia. Ci sono le disgrazie, lo so bene, ma l'esistenza istessa di queste disgrazie prova che il bene è di gran lunga maggiore. Io, ad esempio, sono infinitamente compiaciuto quando mi trovo in una camera buia e vedo la luce al di là di una finestra che si apre su un orizzonte sterminato.
All’ora di cena, andai in camera di don Sancio che era solo. La camera era molto elegante, la tavola era coperta di vasellame d'argento e i domestici erano in livrea. Poco dopo arrivarono Bellino, Cecilia e Marina. Bellino, per capriccio o per artificio, si era vestito da ragazza: le due sorelline erano molto carine ma lui le offuscava e in quel momento fui così sicuro del suo sesso che avrei scommesso la vita contro un paolo. Non era possibile immaginare una ragazza più bella.
«Lei è convinto » chiesi a don Sancio « che Bellino non è una ragazza? »
« Ragazza o ragazzo, che importa? Credo che sia un bellissimo castrato. Ne ho visti altri belli come lui.»
«Ne è proprio sicuro? »
« Valgame Dios! Non ho alcuna voglia di assicurarmene. »
Rispettai nello spagnolo la saggezza che a me mancava e non replicai, ma a tavola non mi riuscì di staccare gli occhi da quella creatura che la mia natura peccaminosa mi costringeva ad amare e a credere del sesso di cui avevo bisogno che fosse.
La cena di don Sancio fu squisita e, naturalmente, migliore della mia, anche perché altrimenti lui si sarebbe creduto disonorato. Ci ammannì tartufi bianchi, frutti di mare di diverse qualità, i migliori pesci dell'Adriatico, Champagne naturale, Peralta, Xeres e Pedro Ximenes.
Dopo cena, Bellino cantò così deliziosamente da farci smarrire il poco di ragione che ci era rimasta dopo vini tanto squisiti. I suoi gesti, l'espressione dei suoi occhi, il suo incedere, le sue maniere, la sua aria, la sua fisionomia, la sua voce e soprattutto il mio istinto, che non poteva farmi provare per un castrato quello che provavo per lui, tutto mi confermava nella mia idea, ma per averne la sicurezza avrei dovuto accertarmene con i miei occhi.
Dopo aver adeguatamente ringraziato il nobile castigliano, gli augurammo un'ottima notte ed entrammo in camera mia, dove Bellino avrebbe dovuto mantenere la parola o meritarsi il mio disprezzo e rassegnarsi a vedermi partire solo il mattino dopo. Presi Bellino perla mano, lo feci sedere accanto a me davanti al fuoco e pregai Cecilia e Marina di lasciarci soli. Appena le due ragazze se ne furono andate, dissi a Bellino:
« Se sei del mio sesso, ce la sbrigheremo in un attimo. Se invece sei quello che penso, dipenderà soltanto da te passare la notte con me. Domani mattina ti darò cento zecchini e partiremo insieme. »
« Lei partirà solo, e avrà la generosità di perdonare la mia debolezza, perché non posso mantenere la parola. Sono castrato e non posso risolvermi a lasciarle vedere la mia vergogna né ad espormi alle orribili conseguenze che questo chiarimento potrebbe avere. »
« Non ci saranno conseguenze. Quando ti avrò visto o toccato, sarò io stesso a pregarti di ritirarti in camera tua. Partiremo domani mattina calmissimi e non parleremo più della faccenda. »
« No, è deciso. Non posso soddisfare la sua curiosità. »
A queste parole, fui sul punto di cedere all'ira, ma mi controllai e tentai con dolcezza di arrivare con la mano là dove avrei trovato la soluzione del problema, ma Bellino usò la sua per rendermi impossibile la bramata perquisizione.
« Togli la mano, caro Bellino... »
«No, assolutamente no! Lei è in uno stato che mi spaventa. Me lo aspettavo e non acconsentirò mai ad una cosa così orribile. Adesso le mando le mie sorelle. »
Lo trattenni facendo finta di calmarmi, ma d'un tratto credendo di coglierlo di sorpresa, allungai il braccio verso il suo basso ventre e la mia mano si sarebbe rapidamente resa conto in quel modo della cosa, se Bellino non avesse parato il colpo alzandosi ed opponendo alla mia mano, che non voleva abbandonare la presa, la sua, con cui copriva ciò che chiamava la sua vergogna. In quel momento mi parve o, per lo meno, credetti, suo malgrado, di vederlo tale. Stupito, irritato, mortificato e disgustato, lo lasciai andare. Mi era parso un uomo, e per di più un uomo disprezzabile, sia per la sua mutilazione che per la vergognosa tranquillità che mi parve di leggergli in viso nel momento in cui non avrei voluto avere le prove della sua insensibilità. Di lì a un momento, arrivarono le sue sorelle, ma le pregai di andarsene, perché avevo bisogno di dormire. Dissi loro di avvertire Bellino che l'avrei portato con me e che la mia curiosità era finita. Chiusi la porta e mi coricai, piuttosto malcontento però, perché, nonostante che quello che avevo visto dovesse avermi disingannato, non ero convinto. Ma che cosa volevo ancora? Ahimè, ci pensavo e non venivo a capo di nulla.
Al mattino, dopo colazione, partii con Bellino, col cuore straziato dai pianti delle sorelline e della madre che con in mano il rosario borbottava dei paternostri e non faceva che ripetere: «Dio provvederà».
La fede nella Provvidenza Eterna di quasi tutti coloro che vivono di mestieri proibiti dalle leggi o dalla religione non è né assurda né falsa e neppure frutto di ipocrisia: è una fede vera, reale e, così com'è, pia perché nasce da un'ottima fonte. Sia pure per vie imperscrutabili, è sempre la Provvidenza che opera sulla terra, e coloro che la adorano, al di là di qualsiasi considerazione, non possono che essere brava gente, anche se infrangono le leggi umane e divine.
“Pulchra Laverna
Da mihi fallere; de justo sanctoque videri;
Noctem peccatis, et fraudibus obice nubem!“
Così parlavano in latino alla loro dea i ladri romani al tempo di Orazio, che, mi disse una volta un gesuita, non avrebbe saputo la sua lingua, se avesse veramente scritto justo sanctoque. Gli ignoranti non mancano nemmeno tra i Gesuiti, perché i ladri si beffano della grammatica.
Eccomi dunque in viaggio con Bellino che, credendo d'avermi disingannato, poteva pensare che non avrei più avuto nessuna curiosità nei suoi confronti. Ma non passò un quarto d'ora che dovette accorgersi che si sbagliava. Infatti, non potevo guardarlo negli occhi senza sentirmi bruciare d'amore.
Gli dissi che i suoi erano occhi da donna e non da uomo, e che a quel punto avevo assolutamente bisogno di convincermi nell'unico modo possibile, cioè toccando con le mie mani, che quello che avevo visto quando la sera prima era scappato non era un mostruoso clitoride.
« Se così fosse » continuai « non mi sarebbe difficile perdonarti questa anomalia che, d'altronde, è soltanto ridicola. Ma se non è un clitoride, bisogna che me ne persuada, e la cosa è facilissima. Non mi interessa più vedere: tutto ciò che chiedo è toccare, e sta' tranquillo che non appena me ne convincerò diventerò dolce come un colombo. Una volta appurato che sei uomo, mi sarà impossibile continuare ad amarti. Sarebbe un amore perverso per il quale, grazie a Dio, non provo alcuna inclinazione. Il tuo faccino e, soprattutto, il seno che hai offerto alla mia vista e alle mie mani pretendendo di convincermi in quel modo che mi sbagliavo, hanno fatto nascere dentro di me una impressione invincibile che mi induce a seguitare a crederti ragazza. La tua figura, le tue gambe, le tue ginocchia, le tue cosce, le tue anche e le tue natiche sono la copia perfetta della Anadiomene che ho vista tante volte. Se, nonostante tutto ciò, sei soltanto un castrato, devo credere che, ben sapendo di assomigliare in tutto e per tutto a una ragazza, hai concepito il crudele proposito di farmi innamorare per farmi impazzire, rifiutandomi la sola prova che potrebbe mettermi il cuore in pace. Come un buon medico, hai imparato alla più maledetta delle scuole che l’unico modo per impedire a un giovane di guarire da una passione amorosa è di eccitarlo di continuo; ma, mio caro Bellino, ammetterai che non saresti capace di esercitare questa tirannia se non odiassi la persona sulla quale essa deve avere un tale effetto. Stando così le cose, dovrei fare appello a quel po' di ragione che mi rimane per odiarti, ragazza o ragazzo che tu sia; e devi anche capire che rifiutandomi ostinatamente il chiarimento che ti domando, mi costringi a disprezzarti come castrato. L'importanza che attribuisci alla cosa è puerile e anche malvagia. Se hai un po' di cuore non puoi ostinarti in questo rifiuto che mi mette nella crudele necessità di avere dei dubbi. Devi renderti conto che, in queste condizioni, alla fin fine potrei ridurmi a ricorrere alla forza. Se mi sei nemico, devo trattarti come tale, senza alcun riguardo. »
Finito che ebbi questo duro discorso, che ascoltò senza interrompermi, Bellino per tutta risposta mi disse:
«Si ricordi che lei non è il mio padrone, che sono nelle sue mani sotto pegno di una promessa che lei mi ha fatto attraverso Cecilia e che si renderebbe colpevole di un delitto, se mi usasse violenza. Dica al vetturino di fermarsi: scenderò, e non andrò a lamentarmi con nessuno. »
E dopo queste poche ma ferme parole, scoppiò a piangere gettandomi in un vero stato di desolazione. Pensai quasi di aver avuto torto: dico quasi, perché se ne fossi stato sicuro gli avrei chiesto perdono, ma, poichè non volevo erigermi a giudice della mia causa, mi chiusi in un cupo silenzio ed ebbi la costanza di non pronunciar più una parola fino a metà strada da Senigallia, dove intendevo cenare e dormire. Sentivo, infatti, che prima di arrivare a destinazione, dovevamo venire ad una risoluzione e pensavo di poterlo ancora ridurre alla ragione.
« Avremmo potuto separarci a Rimini da buoni amici » gli dissi « e così sarebbe stato, se tu mi avessi dimostrato un po' di amicizia. Se fossi stato appena un po' più compiacente, avresti potuto guarirmi dalla mia passione. »
« No, non ne sarebbe guarito» mi rispose Bellino, con fermezza, ma con un tono la cui dolcezza mi stupì, « perché lei è innamorato di me, donna o maschio che io sia, e anche se mi avesse trovato maschio avrebbe continuato ad essere innamorato di me e i miei rifiuti non avrebbero fatto altro che accrescere la sua furia: anzi, di fronte alle mie resistenze, si sarebbe abbandonato a eccessi che le avrebbero poi fatto spargere inutili lacrime. »
« E così credi di darmi ad intendere che la tua ostinazione è ragionevole. Ma ti dico che ti sbagli. Dammi la prova che non sei una ragazza, e troverai in me soltanto un casto e buon amico. »
« Diventerebbe furioso, le dico. »
« Ciò che mi ha reso furioso è stata l'esibizione delle tue grazie di cui, ammettilo, non potevi certo ignorare l'effetto. Ma se allora non hai temuto il mio furore amoroso, come puoi farmi credere di temerlo adesso che ti domando soltanto di farmi toccare una cosa che non può che disgustarmi? »
« Oh! Disgustarla! Sono sicuro del contrario. Mi stia a sentire. Se fossi una ragazza non potrei non amarla, lo so. Ma visto che sono un ragazzo, ho il dovere di non assecondare affatto il suo desiderio, perché la sua passione, che ora è soltanto naturale, diventerebbe immediatamente mostruosa. La sua natura ardente entrerebbe in conflitto con la sua ragione, e questa si lascerebbe facilmente andare diventando complice del suo istinto. In breve, in virtù di questa miscela esplosiva che non sembra temere e che, anzi, vorrebbe che l'aiutassi a preparare, lei non saprebbe più controllarsi. I suoi occhi e le sue mani, cercando ciò che non potrebbero trovare, penserebbero di vendicarsi su quello che troverebbero, e tra lei e me accadrebbe ciò che di più abominevole può accadere tra due uomini. Come può illudersi, intelligente come è, di poter smettere di amarmi, scoprendo che sono un uomo? Crede forse che quelle che lei chiama le mie grazie e di cui dice d'essere innamorato, scomparirebbero? Diventerebbero, invece, più forti e allora la sua passione, diventata brutale, ricorrerebbe a tutti i mezzi che la sua fantasia eccitata escogiterebbe per soddisfarsi. Arriverebbe a convincersi di potermi trasformare in donna o, immaginando di potercisi trasformare lei, pretenderebbe che la considerassi tale. La sua ragione, sedotta dalla passione, inventerebbe un'infinità di sofismi, sosterrebbe che il suo amore per me maschio è più ragionevole di quel che sarebbe se fossi femmina, perché ne rintraccerebbe la radice nella più pura amicizia e non mancherebbe di allegarmi esempi famosi di simili stranezze. Poi, ammaliato lei stesso dalla speciosità delle sue argomentazioni, diventerebbe un torrente che nessuna diga potrebbe fermare, e mentre a me mancherebbero le parole per distruggere le sue false ragioni e le forze per respingere il suo furore, arriverebbe a minacciarmi di morte se le impedissi di penetrare in un tempio inviolabile la cui porta la saggia natura creò per aprirsi soltanto a ciò che esce. Sarebbe, questa, una profanazione orribile che potrebbe essere compiuta solo col mio consenso, ma preferirei morire che darglielo. »
« Non accadrebbe nulla del genere » gli risposi un po' oppresso dal rigore della sua argomentazione. « Tu esageri. Debbo comunque dirti, a sgravio di coscienza, che, se anche accadesse quanto dici, mi sembra che sarebbe più facile perdonare alla natura uno smarrimento siffatto, che la filosofia non può che considerare un gioco folle e privo di conseguenze, che agire in modo da rendere inguaribile una malattia dello spirito che la ragione trasformerebbe in passeggera.».
Così ragiona il povero filosofo quando il tumulto di una passione scombussola le sue facoltà mentali!
Per ragionar bene, infatti, bisogna non essere innamorati né irritati, perché queste due passioni ci rendono simili alle bestie, ma sventuratamente non siamo mai così portati a ragionare come quando siamo in preda a una di esse.
Arrivammo a Senigallia, dopo un viaggio abbastanza tranquillo, a notte inoltrata, e scendemmo all'albergo della posta. Scelsi una buona camera, vi feci portare i bagagli e ordinai la cena. Nella stanza, però, c'era un solo letto e perciò chiesi con molta calma a Bellino se voleva farsi accendere il fuoco in un'altra camera. Immagini il lettore la mia sorpresa quando lo sentii rispondere con dolcezza che non aveva nessuna difficoltà a coricarsi nel mio stesso letto. Veramente, questa risposta, che non mi sarei mai potuto aspettare, era proprio ciò che mi occorreva per liberarmi dal malumore che mi turbava. Capii che stavo per arrivare alla fine dello spettacolo, ma non osavo rallegrarmene perché non riuscivo a prevedere se sarebbe stata piacevole o tragica. Di una cosa pero ero certo, e cioè che una volta a letto Bellino non mi sarebbe sfuggito, anche se avesse avuto la sfrontatezza di non spogliarsi. Contento di aver vinto, ero deciso ad ottenere una seconda vittoria su me stesso, rispettandolo se lo avessi trovato maschio, cosa che però non credevo possibile, mentre invece, se l'avessi trovato femmina ero certo di ottenere da lui tutte le compiacenze che mi doveva, non fosse altro che per rendermi giustizia.
Ci mettemmo a tavola e nei suoi discorsi, nel suo atteggiamento, nell'espressione del suo sguardo, nei suoi sorrisi, Bellino mi parve un altro.
Liberato come mi sentivo da un gran peso, cercai rendere la cena il più breve possibile. Quando ci alzammo da tavola, Bellino fece portare un lume da notte in camera e, dopo aver chiuso l'uscio, si spogliò e si coricò. Io lo imitai senza pronunciar parola e mi infilai nel letto accanto a lui.
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