Da "Cattedrale" di Raymond Carver, trad. di R. Duranti, Minimum fax, 2003

Raymond Carver è nato il 25 maggio 1938 a Yakima, nello stato di Washington. E' figlio di un operaio di segheria e di una cameriera di ristorante in una piccola cittadina dello stato di Washington. Appena finito il liceo iniziò a lavorare nella segheria con il padre, ma a 18 anni aspettava già un figlio dalla sua ragazza, Maryann, di sedici anni. I due decisero di sposarsi. A proposito di questo periodo Carver scrisse "Non abbiamo avuto giovinezza. Ci siamo trovati in ruoli che non sapevamo come recitare. Ma abbiamo fatto del nostro meglio. Lei ha finito per laurearsi 14 anni dopo che ci eravamo sposati." Anche Carver si laureò dopo il matrimonio alla Chico State College dove lo scrittore John Gardner lo incoraggiò a scrivere. Cominciò a passare da una cittadina all'altra. Lavorava di notte e frequentava le lezioni di giorno. Poi andò allo Iowa Writers' Workshop con l'aiuto di un suo insegnante, Dick Day, che mandò un suo racconto e qualche sua poesia a Don Justice, incaricato di assegnare le borse di studio. Carver ricevette una borsa da 500 dollari, che però non bastava per la moglie e i due figli, nonostante Carver lavorasse nella biblioteca per un dollaro all'ora e sua moglie facesse la cameriera. Carver lasciò lo Iowa Writers' Workshop e andò in California dove, per tre anni fece il portiere di notte in un ospedale, la mattina scriveva, mentre la moglie vendeva libri a domicilio. I problemi di Carver con l'alcoolismo iniziarono a 29 anni. Dopo arresti, ricoveri, disintossicazioni, riuscì a liberarsi del problema nella data che lui ricorda come il 7 giugno 1977, quando viveva ormai separato dalla moglie, in una cittadina della California.
Nel 1976 esce la sua prima raccolta di racconti "Will You Please Be Quiet, Please?". Ma la pubblicazione dei racconti che gli diedero la fama non era riuscita a migliorare la sua situazione economica. Carver riuscì a smettere di bere, anche con l'aiuto dell' Alcoolisti Anonimi, nella cui sede, per il primo mese di astinenza, passò tutte le sue giornate. L'alcoolismo non gli impedì di insegnare allo Iowa Writers' Workshop nell'autunno del 1973 insieme a John Cheever, anche lui alcolizzato. Caver reputò il giorno più fortunato della sua vita quello in cui una rivista accettò un racconto (Pastoral) e un'altra rivista una sua poesia (The Brass Ring), pubblicata sullo stesso numero in cui era pubblicata un poesia di Charles Bukowski che a quei tempi era uno dei suoi eroi. Ormai disintossicato iniziò a insegnare in un College a El Paso e lì nel 1979 conobbe Tess Gallagher, una poetessa che insegnava letteratura all'Università di Syracuse. Da due anni Carver era separato dalla moglie, andò a convivere con Tess, e continuò a insegnare a Syracuse. Carver rifiuta l'etichetta di "minimalista" attaccatagli dalla critica, ma il suo stile asciutto, oggettivo, freddo e preciso fa scuola tra i nuovi scrittori e una intera generazione di autori verrà associata a Carver col nome di "minimalisti". Nel 1981 uscirono i 17 racconti di "What We Talk About When We Talk About Love" e nel 1983 uscirono i 18 racconti di "The Cathedral". Carver ricevette la borsa di studio Mildred and Harold Strass Livings che gli assicurava 35.000 dollari all'anno, per cinque anni. La "Paris Review" gli pubblicò una lunga intervista che lo rese famoso. Carver lasciò l'Università di Syracuse e scrisse una sceneggiatura per Michael Cimino che gli permise di comprarsi una Mercedes e costruirsi una casa a Port Angeles, nello stato di Washington, città natale di Tess Gallagher.
Ricomincia a scrivere poesie: uscirono le raccolte "Where Water Come Together With Other Water" (1985) , "Near Klamath" (1968), "Winter insania" (1970) e "At Night the Salmon Move" (1976). Raggiunse il successo. Amava Hemingway, ma anche altri autori come Tolstoj, Isaac Babel, Flannery O'Connor, John Cheever, Joseph Conrad, Harold Pinter e soprattutto Checov. Carver era riuscito a ottenere la calma e la serenità che a lungo aveva ricercato, anche grazie a Tess, con la quale ha instaurato un profondissimo legame, anche intellettuale. Poi la malattia. Un tumore lo stronca nel 1988. (da www.zam.it

C'era questo cieco, un vecchio amico di mia moglie, che doveva arrivare per passare la notte da noi. Gli era appena morta la moglie. E così era andato a trovare i parenti di lei in Connecticut. Aveva chiamato mia moglie da casa loro. Avevano preso accordi. Sarebbe arrivato in treno, un viaggio di cinque ore, e mia moglie sarebbe andata a prenderlo alla stazione. Non l'aveva più visto da quando aveva lavorato per lui un'estate a Seattle, dieci anni prima. Comunque, lei e il cieco si erano tenuti in contatto. Registravano dei nastri e se li spedivano per posta avanti e indietro. Non è che fossi entusiasta di questa visita. Era un tizio che non conoscevo affatto. E il fatto che fosse cieco mi dava un po' di fastidio. L'idea che avevo della cecità me l'ero fatta al cinema. Nei film i ciechi si muovono lentamente e non ridono mai. A volte sono accompagnati dai cani-guida. Insomma, avere un cieco per casa non è che fosse proprio il primo dei miei pensieri.
Quell' estate a Seattle lei aveva bisogno di un lavoro. Non aveva un soldo. L'uomo che avrebbe sposato alla fine dell'anno frequentava un corso per ufficiali. Non aveva un soldo neanche lui. Ma lei era innamorata di questo tizio e lui era innamorato di lei, eccetera eccetera. Insomma, lei aveva visto un annuncio sul giornale -CERCASI LETTORE PER CIECO -e un numero di telefono. Aveva chiamato, era andata per un colloquio ed era stata assunta su due piedi. Per tutta l'estate aveva lavorato con questo cieco. Gli leggeva della roba, relazioni, rapporti, cose del genere. Lo aiutava a mandare avanti il suo ufficetto nel dipartimento assistenza sociale della contea. Erano diventati buoni amici, mia moglie e il cieco. Come faccio a sapere queste cose? Me le ha dette lei. E mi ha anche detto un'altra cosa. L'ultimo giorno di lavoro, il cieco le aveva chiesto se poteva toccarle il viso. Lei gli aveva detto di sì. Mi ha raccontato che lui l'aveva sfiorata con le dita dappertutto: il viso, il naso... perfino il collo! Lei non se l'era più scordato. Aveva addirittura cercato di scriverci su una poesia. Era sempre lì a cercare di scrivere una poesia, lei. Ne scriveva una o due all'anno, di solito subito dopo che le era successo qualcosa di molto importante.
Quando abbiamo cominciato a uscire insieme, me l'ha fatta leggere, quella poesia. Rievocava le dita di lui e il modo in cui s'erano mosse sul suo viso. Nella poesia, parlava delle sensazioni che aveva provato all' epoca, di quello che le passava per la testa mentre il cieco le toccava il naso e le labbra. Ricordo che non è che mi piacesse molto, quella poesia. Naturalmente, non glielo dissi mica. Sarà che io la poesia non la capisco proprio. Devo ammettere che non è la prima cosa che prendo quando ho voglia di leggere un po'.
Ad ogni modo, il tizio che per primo aveva goduto dei suoi favori, il futuro ufficiale, era stato il suo fidanzatino di sempre. Perciò, va bene. Quel che voglio dire è che, alla fine dell'estate in cui aveva lasciato che il cieco le toccasse il viso, gli ha detto addio, ha sposato il suo fidanzatino eccetera, che intanto era diventato ufficiale, e se ne è andata da Seattle. Però si erano mantenuti in contatto, il cieco e lei. L'aveva cercato lei per prima, più o meno un anno dopo. L'aveva chiamato una sera da una base dell'aeronautica in Alabama. Aveva voglia di parlare. Parlarono. Lui le chiese di mandargli un nastro e di raccontargli cosa faceva. Lei lo fece. Gli mandò il nastro. Nel nastro gli raccontava del marito e della loro vita insieme nell' ambiente militare. Gli disse che amava suo marito, ma che non le piaceva per niente dove vivevano e il fatto che lui facesse parte del coso, del complesso militare-industriale. Disse al cieco che aveva scritto una poesia e che c'era dentro anche lui. Gli disse pure che ne stava scrivendo un' altra per raccontare che cosa voleva dire essere la moglie di un ufficiale dell'aeronautica. Quella poesia non l'aveva ancora finita. La stava ancora scrivendo. Il cieco registrò un nastro di risposta. Glielo mandò. Lei a sua volta ne registrò un altro. Ed è andata avanti così per anni. L'ufficiale di mia moglie veniva trasferito da una base all'altra. Lei mandò al cieco nastri da Moody AFB, McGuire, McConnell e infine da Travis, vicino Sacramento, dove una sera lei s'era sentita sola e tagliata fuori dalla gente che continuava a lasciarsi dietro in quella vita vagabonda. Era arrivata al punto che le pareva di non riuscire più ad andare avanti. Allora aveva inghiottito tutte le pasticche e capsule che aveva trovato nell' armadietto delle medicine e le aveva annaffiate con una bottiglia di gin. Poi s'era infilata in un bagno caldo e lì era svenuta.
Ma invece di morire si è sentita male. Ha vomitato tutto. Il suo ufficialetto -perché dovrebbe avere un nome? è stato il suo fidanzatino da sempre, che altro vuole? -è tornato a casa da non so dove, l'ha trovata e ha chiamato un'ambulanza. Con il tempo, ha raccontato tutta la storia su nastro e l'ha spedita al cieco. Con il passare degli anni, ha registrato un sacco di cose e spediva nastri a tutta birra. Oltre a scrivere una poesia all'anno, credo fosse il suo principale mezzo di svago. In uno dei nastri, aveva detto al cieco che aveva deciso di vivere lontano dal suo ufficiale per un certo periodo. In un altro, gli aveva detto del divorzio. Poi io e lei abbiamo cominciato a uscire insieme e, naturalmente, lei ne aveva parlato al cieco. Insomma, gli raccontava tutto, o per lo meno così mi pareva. Una volta mi ha perfino chiesto se volevo ascoltare l'ultimo nastro che le aveva mandato il cieco. È stato un anno fa. Ha detto che c'ero anch'io, sul nastro. E così le ho detto va bene, sentiamo. Ho preparato da bere e ci siamo accomodati in soggiorno. Eravamo pronti ad ascoltarlo. Prima di tutto lei ha messo il nastro nel registratore e ha regolato un paio di manopole. Poi ha spinto un pulsante. Il nastro ha fischiato un po' e poi qualcuno ha cominciato a parlare a voce molto alta. Lei ha abbassato il volume. Dopo qualche secondo di chiacchiere, ho sentito il mio nome sulla bocca di questo estraneo, un cieco che non conoscevo neanche! E poi ha detto: "Da tutto quello che mi hai detto di lui, posso solo concludere...". Ma a quel punto siamo stati interrotti. Hanno bussato alla porta o qualcosa del genere e poi non siamo mai più tornati ad ascoltarlo, quel nastro. Magari è stato meglio così. Avevo già sentito tutto quello che volevo sentire.
E adesso questo stesso cieco veniva a dormire a casa mia. "Magari lo posso portare al bowling" , ho detto a mia moglie. Era al lavello che pelava le patate per lo sformato. Ha messo giù il coltello e si è girata verso di me.
"Senti, se mi vuoi bene", ha detto, "mi puoi fare questo favore. Se non mi vuoi bene, pazienza. Ma se tu avessi un amico, qualsiasi amico, e il tuo amico venisse a casa nostra, mi sforzerei di farlo sentire a suo agio". Si è asciugata le mani su uno strofinaccio.
"Io non ho nessun amico cieco", le ho detto.
"Tu non hai nessun amico", ha detto lei. "Punto. E poi", ha aggiunto, "accidenti, gli è appena morta la moglie! Possibile che non capisci? Quel poveraccio ha appena perso la moglie!" Non le ho neanche risposto. E così lei si è messa a raccontarmi un po' della moglie del cieco. Si chiamava Beulah. Beulah! È un nome da donna di colore.
"Allora la moglie era negra?", le ho chiesto.
"Ma sei matto?", ha detto mia moglie. "Ti ha dato di volta il cervello o che?" Ha preso su un'altra patata. L'ho vista cadere per terra e rotolare sotto il fornello. "Si può sapere che ti piglia?", ha detto lei. "Sei ubriaco?"
"Stavo solo chiedendo", ho detto io.
E allora mia moglie si è messa a raccontarmi tutto fornendo più particolari di quanti ne avessi bisogno. Mi sono preparato da bere e mi sono seduto ad ascoltarla. Pezzo dopo pezzo, la storia cominciava a filare.
A quanto pare Beulah si era messa a lavorare per il cieco l'estate dopo che mia moglie aveva smesso di lavorare per lui. Ben presto Beulah e il cieco si sono ritrovati all'altare. Una piccola cerimonia- ma chi ci andrebbe a un matrimonio del genere? - solo loro due, il pastore e la moglie del pastore. Però si sono sposati in chiesa lo stesso. Era stato un desiderio di Beulah, aveva detto lui. Ma già all'epoca Beulah doveva portarsi dentro il cancro alle ghiandole. Dopo essere stati inseparabili per otto anni -proprio così, ha detto mia moglie, inseparabili -la salute di Beulah era cominciata rapidamente a peggiorare. Era morta in una stanza d'ospedale a Seattle, con il cieco seduto al suo capezzale che le teneva la mano. Si erano sposati, avevano vissuto e lavorato insieme, dormito insieme -e pure scopato, certo -e poi il cieco l'ha dovuta seppellire. Tutto questo senza che lui potesse mai vedere nemmeno che faccia aveva quell'accidenti di donna. Proprio non ci arrivavo a capire una cosa del genere. A sentire questa storia, mi è dispiaciuto un po' per il cieco, devo dire. E poi mi sono ritrovato a riflettere sulla vita disgraziata che quella poveraccia doveva aver avuto. Immaginate un po' una donna che non può mai riconoscersi negli occhi dell'uomo che ama. Una donna che deve vivere giorno dopo giorno senza mai ricevere il ben che minimo complimento dal suo amato. Una donna il cui marito non sarebbe mai riuscito a leggere un'espressione sul suo volto, fosse di sofferenza odi gioia. Una che poteva truccarsi oppure no -tanto che differenza faceva per lui? Se voleva, poteva mettersi l'ombretto verde solo su un occhio, infilarsi uno spillone nel naso, indossare pantaloni gialli e scarpe viola, tanto non importava. E poi scivolare verso la morte, con il cieco che le teneva la mano, con gli occhi opachi pieni di lacrime -me lo sto immaginando -magari il suo ultimo pensiero era stato proprio questo: che lui non aveva mai saputo neanche che aspetto avesse e ormai lei era su un treno che la stava portando dritta alla tomba. A Robert erano rimasti solo i soldi di una modesta assicurazione e mezza moneta da venti pesos messicani. L'altra metà era finita nella bara insieme a lei. Che storia patetica!
Insomma, quando è arrivato il momento, mia moglie è andata a prenderlo giù alla stazione. Rimasto lì senza niente da fare -certo, davo la colpa a lui anche di quello -mi stavo bevendo un goccetto davanti alla televisione quando ho sentito la macchina imboccare il vialetto. Mi sono alzato dal divano e con il bicchiere ancora in mano sono andato alla finestra a guardare fuori.


 
 

www.rottanordovest.com home page