Da "Blu oltremare" di Raymond Carver, Edizioni Minimum Fax 2003, trad. di R.Duranti



PANTOFOLE


Noi quattro ce ne stavamo seduti a chiacchierare quel pomeriggio.
Caroline raccontava un sogno. Di come s' era svegliata
abbaiando, una notte. E aveva trovato il suo cagnolino,
Teddy, che la osservava accanto al letto.
Anche l'uomo che all'epoca era suo marito,
ora la osservava mentre raccontava il sogno.,
Ascoltava con attenzione. Sorrideva, addirittura. Però
c'era qualcosa nel suo sguardo. Un modo
di guardare, un'espressione. L'abbiamo avuta tutti...
Lui era già innamorato di una donna
che si chiamava Jane, anche se ciò non implica una critica
a lui, a Jane o a chiunque altro. Ci mettemmo tutti
a raccontare sogni. Io non ne avevo nessuno.
Fissavo i tuoi piedi, appoggiati sul divano,
in pantofole. Tutto quello che mi veniva da dire,
ma non lo dissi, era come quelle pantofole fossero ancora tiepide
una sera quando le ho raccolte dal punto
dove te le eri tolte. Le avevo messe accanto al letto.
Ma l'imbottita c'era caduta sopra nella notte
e le aveva nascoste. La mattina dopo le hai cercate
dappertutto. Poi mi hai gridato giù per le scale:
"Le ho trovate!" È una sciocchezza,
lo so, una cosa tra noi. Eppure, una sua
importanza ce l'ha. Quelle pantofole smarrite. E poi
quell'esclamazione di gioia.
Va bene che è successo
un anno fa o poco più. Avrebbe potuto essere
ieri o anche l' altro ieri. Che differenza fa?
La tua gioia e quell'esclamazione.



ASIA


È bello abitare vicino all'acqua.
Le navi passano così vicine alla terra
che un marinaio potrebbe allungare una mano
e spezzare un ramo da uno dei salici
che crescono qui. I cavalli corrono bradi
sul bordo dell'acqua, lungo la spiaggia.
Volendo, i marinai potrebbero
preparare un lazo e lanciarlo
per tirare a bordo uno dei cavalli.
Qualcosa che tenga loro compagnia
nel lungo viaggio verso l'Oriente.
Dal balcone riesco a vedere l'espressione
dei marinai mentre fissano i cavalli,
gli alberi e le case a due piani.
So quello che pensano quando vedono
un tizio che li saluta dal balcone,
con la sua macchina rossa parcheggiata nel vialetto.
Lo guardano e si ritengono
fortunati. Che misteriosa botta
di fortuna hanno avuto, pensano, che li ha portati
fin qui, tutti insieme sul ponte di una nave
diretta in Asia. Tutti quegli anni passati ad arrangiarsi,
a lavorare nei magazzini o a fare gli scaricatori,
oppure semplicemente a oziare sui moli,
sono ormai dimenticati. Son cose capitate
ad altri, gente più giovane,
seppure son capitate veramente.
I marinai dalla nave
alzano le braccia e ricambiano i saluti.
Poi restano fermi, aggrappati alla ringhiera,
mentre la nave scivola via veloce. I cavalli
escono al sole da sotto gli alberi.
Sembrano immobili statue di cavalli.
Osservano la nave che passa.
Le onde che s'infrangono sulla chiglia.
E sulla spiaggia. E anche nella mente
dei cavalli, dove
è sempre Asia.



IL DONO
per Tess


La neve ha cominciato a cadere ieri a notte fonda. Fiocchi
bagnati scivolavano davanti alle finestre, la neve ha riempito
i lucernari. L'abbiamo osservata per un po', sorpresi
e contenti. Felici di stare qui e non altrove.
Ho riempito per bene la stufa a legna. Regolato il tiraggio.
Siamo andati a letto, dove ho subito chiuso gli occhi.
Ma per qualche motivo, prima di addormentarmi,
mi è tornata in mente la scena all'aeroporto
di Buenos Aires la sera che partimmo.
Come sembrava calmo e deserto quel posto!
Un silenzio di tomba rotto solo dal rombo dei motori
dell'aereo che s'allontanava dall'imbarco e
rullava lentamente lungo la pista sotto il nevischio.
Le vetrate del terminal tutte al buio.
Nessuno in vista, neanche i meccanici a terra. "È come se
questo posto fosse in lutto", osservasti tu.
Ho riaperto gli occhi. Il tuo respiro diceva
che eri già addormentata. Ti ho coperto con un braccio
e dall'Argentina sono passato a ricordarmi di un posto
dove ho abitato una volta a Palo Alto. A Palo Alto, neve non ce n'è.
Però avevo una stanza e due finestre che davano sulla Bayshore Freeway.
Il frigorifero era sistemato accanto alletto.
Quando mi svegliavo disidratato nel cuore della notte,
per placare quella sete non dovevo fare altro che allungare una mano
e aprire lo sportello. La luce all'interno mostrava la via
per arrivare alla bottiglia di acqua fredda. Un fornello elettrico
era appoggiato in bagno, accanto al lavabo.
Quando mi radevo, la pentola dell'acqua ribolliva
sulla piastra accanto al barattolo del caffè liofilizzato.
Una mattina me ne stavo seduto sul letto, vestito e rasato,
a sorseggiare caffè e a rimandare quello che avevo deciso di fare.
Alla fine feci il numero di Jim Houston a Santa Cruz.
E gli chiesi 75 dollari in prestito. Lui disse che non ce li aveva.
Sua moglie era andata in Messico per una settimana.
Proprio non ce li aveva, punto e basta. Era rimasto a corto
questo mese. "Va bene", dissi io. "Ti capisco".
Ed era vero. Abbiamo chiacchierato ancora
un po', poi abbiamo riattaccato. Non ce li aveva.
Ho finito il caffè, più o meno, proprio mentre l'aereo
si sollevava dalla pista nel crepuscolo.
Mi sono girato sul sedile per dare un'ultima occhiata
alle luci di Buenos Aires. Poi ho chiuso gli occhi
per il lungo viaggio di ritorno.
Questa mattina c'è neve dappertutto. Lo notiamo entrambi.
Mi dici che non hai dormito bene. Ti confesso
che nemmeno io. Hai passato una nottataccia. " Anch'io".
Siamo straordinariamente calmi e teneri l'un con l'altro
come se avvertissimo il nostro traballante stato mentale.
Come se ognuno sapesse cosa prova l'altro. Anche se,
naturalmente, non lo sappiamo. Non lo si sa mai. Non importa.
È la tenerezza che mi preme. È questo il dono
che mi commuove e mi prende tutto questa mattina.
Come tutte le mattine.


(Traduzione di Riccardo Duranti)




©  Raymond Carver
 
 

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