Zenobia
Ora dirò della città di Zenobia che ha questo di mirabile: benché posta su terreno asciutto
essa sorge su altissime palafitte, e le case sono di bambù e di zinco, con molti ballatoi e
balconi, poste a diversa altezza, su trampoli che si scavalcano l'un l'altro, collegate da
scale a pioli e marciapiedi pensili, sormontate da belvederi coperti da tettoie a cono,
barili di serbatoi d'acqua, girandole marcavento, e ne sporgono carrucole, lenze e gru.
Quale bisogno o comandamento o desiderio abbia spinto i fondatori di Zenobia a dare
questa forma alla loro città, non si ricorda, e perciò non si può dire se esso sia stato
soddisfatto dalla città quale noi oggi la vediamo, cresciuta forse per sovrapposizioni
successive dal primo e ormai indecifrabile disegno. Ma quel che è certo è che chi abita
Zenobia e gli si chiede di descrivere come lui vedrebbe la vita felice, è sempre una città
come Zenobia che egli immagina, con le sue palafitte e le sue scale sospese, una
Zenobia forse tutta diversa, sventolante di stendardi e di nastri, ma ricavata sempre
combinando elementi di quel primo modello.
Detto questo, è inutile stabilire se Zenobia sia da classificare tra le città felici o tra quelle
infelici. Non è in queste due specie che ha senso dividere le città, ma in altre due:
quelle che continuano attraverso gli anni e le mutazioni a dare la loro forma ai desideri e quelle
in cui i desideri o riescono a cancellare la città o ne sono cancellati.
Valdrada
Gli antichi costruirono Valdrada sulle rive di un lago con case tutte verande una sopra
l'altra e vie alte che affacciano sull'acqua i parapetti a balaustra. Così il viaggiatore vede
arrivando due città: una diritta sopra il lago e una riflessa capovolta. Non esiste o avviene
cosa nell'una Valdrada che l'altra Valdrada non ripeta, perché la città fu costruita in modo
che ogni suo punto fosse riflesso dal suo specchio, e la Valdrada giù nell'acqua contiene
non solo tutte le scanalature e gli sbalzi delle facciate che s'elevano sopra il lago ma
anche l'interno delle stanze con i soffitti e i pavimenti, la prospettiva dei corridoi, gli
specchi degli armadi.
Gli abitanti di Valdrada sanno che tutti i loro atti sono insieme quell'atto e la sua immagine
speculare, cui appartiene la speciale dignità delle immagini, e questa loro coscienza vieta
di abbandonarsi per un solo istante al caso e all'oblio. Anche quando gli amanti danno
volta ai corpi nudi pelle contro pelle cercando come mettersi per prendere l'uno dall'altro
più piacere, anche quando gli assassini spingono il coltello nelle vene nere del collo e più
sangue grumoso trabocca più affondano la lama che scivola tra i tendini, non è tanto il
loro accoppiarsi o trucidarsi che importa quanto l'accoppiarsi o trucidarsi delle loro
immagini limpide e fredde nello specchio.
Lo specchio ora accresce il valore alle cose, ora lo nega. Non tutto quel che sembra
valere sopra lo specchio resiste se specchiato. Le due città gemelle non sono uguali,
perché nulla di ciò che esiste o avviene a Valdrada è simmetrico: a ogni viso e gesto
rispondono dallo specchio un viso o gesto inverso punto per punto. Le due Valdrade
vivono l'una per l'altra, guardandosi negli occhi di continuo, ma non si amano.
Eusapia
Non c'è città più di Eusapia propensa a godere la vita e a sfuggire gli affanni. E
perché il
salto dalla vita alla morte sia meno brusco, gli abitanti hanno costruito una copia identica
della loro città sottoterra. I cadaveri, seccati in modo che ne resti lo scheletro rivestito di
pelle gialla, vengono portati là sotto a continuare le occupazioni di prima. Di queste, sono
i momenti spensierati ad avere la preferenza: i più di loro vengono seduti attorno a tavole
imbandite, o atteggiati in posizione di danza o nel gesto di suonare trombette. Ma pure
tutti i commerci e i mestieri dell' Eusapia dei vivi sono all'opera sottoterra, o almeno quelli
cui i vivi hanno adempiuto con più soddisfazione che fastidio: l'orologiaio, in mezzo a tutti
gli orologi fermi della sua bottega, accosta un'orecchia incartapecorita a una
pendola
scordata; un barbiere insapona con il pennello secco l'osso degli zigomi d'un attore mentre
questi ripassa la parte scrutando il copione con le occhiaie vuote; una ragazza dal teschio
ridente munge una carcassa di giovenca.
Certo molti sono i vivi che domandano per dopo morti un destino diverso da quello che già
toccò loro: la necropoli è affollata di cacciatori di leoni, mezzesoprano, banchieri,
violinisti, duchesse, mantenute, generali, più di quanti mai ne contò città vivente.
L 'incombenza di accompagnare giù i morti e sistemarli al posto voluto è affidata a una
confraternita di incappucciati. Nessun altro ha accesso all'Eusapia dei morti e tutto quello
che si sa di laggiù si sa da loro.
Dicono che la stessa confraternita esiste tra i morti e che non manca di dar loro una mano;
gli incappucciati dopo morti continueranno nello stesso ufficio anche nell'altra Eusapia;
lasciano credere che alcuni di loro siano già morti e continuino a andare su e giù. Certo,
l'autorità di questa congregazione sull'Eusapia dei vivi è molto estesa.
Dicono che ogni volta che scendono trovano qualcosa di cambiato nell'Eusapia di sotto; i
morti apportano innovazione alla loro città; non molte, ma certo frutto di riflessione
ponderata, non di capricci passeggeri. Da un anno all'altro, dicono, l'Eusapia dei morti
non si riconosce. E i vivi, per non essere da meno, tutto quello che gli incappucciati
raccontano delle novità dei morti, vogliono farlo anche loro. Così l'Eusapia dei vivi ha
preso a copiare la sua copia sotterranea.
Dicono che questo non è solo adesso che accade: in realtà sarebbero stati i morti a
costruire l'Eusapia di sopra a somiglianza della loro città. Dicono che nelle due città
gemelle non ci sia più modo di sapere quali sono i vivi e quali i morti.
Pentesilea
Per parlarti di Pentesilea dovrei cominciare a descriverti l'ingresso nella città. Tu certo
immagini di vedere levarsi dalla pianura polverosa una cinta di mura, d'avvicinarti passo
passo alla porta, sorvegliata dai gabellieri che già guatano storto ai tuoi fagotti. Fino a che
non l'hai raggiunta ne sei fuori; passi sotto un archivolto e ti ritrovi dentro la città; il suo
spessore compatto ti circonda; intagliato nella sua pietra c'è un disegno che ti si rivelerà se
ne segui il tracciato tutto spigoli.
Se credi questo, sbagli: a Pentesilea è diverso. Sono ore che avanzi e non ti è chiaro se
sei già in mezzo alla città o ancora fuori. Come un lago dalle rive basse, che si perde in
acquitrini, così Pentesilea si spande per miglia intorno in una zuppa di città diluita nella
pianura: casa menti pallidi che si danno le spalle in prati ispidi, tra steccati di tavole e
tettoie di lamiera. Ogni tanto ai margini della strada un infittirsi di costruzioni dalle magre
facciate, alte alte o basse basse come in un pettine sdentato, sembra indicare che di là in
poi le maglie della città si restringono. Invece tu prosegui e ritrovi altri terreni vaghi, poi un
sobborgo arrugginito d'officine e depositi, un cimitero, una fiera con le giostre, un
mattatoio, ti inoltri per una via di botteghe macilente che si perde tra chiazze di campagna
spelacchiata.
La gente che s'incontra, se gli chiedi: -Per Pentesilea ? -fanno un gesto intorno che non
sai se voglia dire: Il Qui ", oppure: Il Più in là", o: "Tutt'in giro", o ancora: "Dalla parte
opposta".
-La città, -insisti a chiedere.
-Noi veniamo qui a lavorare tutte le mattine, -ti rispondono alcuni, e altri: -Noi
torniamo qui a dormire.
-Ma la città dove si vive? -chiedi.
-Dev'essere, -dicono, -per lì, -e alcuni levano il braccio obliquamente verso una
concrezione di poliedri opachi, all'orizzonte, mentre altri indicano alle tue spalle lo
spettro d'altre cuspidi.
-Allora l'ho oltrepassata senza accorgermene?
-No, prova a andare ancora avanti.
Così prosegui, passando da una periferia all'altra, e viene l'ora di partire da Pentesilea.
Chiedi la strada per uscire dalla città; ripercorri la sfilza dei sobborghi sparpagliati come un
pigmento lattiginoso; viene notte; s'illuminano le finestre ora più rade ora più dense.
Se nascosta in qualche sacca o ruga di questo slabbrato circondario esista una Pentesilea
riconoscibile e ricordabile da chi c'è stato, oppure se Pentesilea è solo periferia di se
stessa e ha il suo centro in ogni luogo, hai rinunciato a capirlo. La domanda che adesso
comincia a rodere nella tua testa è più angosciosa: fuori da Pentesilea esiste un fuori? O
per quanto ti allontani dalla città non fai che passare da un limbo all'altro e non arrivi a
uscirne?
© Italo Calvino
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