Da "Il cavaliere inesistente" di Italo Calvino, Edizioni Einaiudi 1962

Sotto le rosse mura di Parigi era schierato l' esercito di Francia. Carlomagno doveva passare in rivista i paladini. Già da più di tre ore erano 11; faceva caldo; era un pomeriggio di prima estate, un po' coperto, nuvoloso; nelle armature si bolliva come in pentole tenute a fuoco lento. Non è detto che qualcuno in quell'immobile fila di cavalieri già non avesse perso i sensi o non si fosse assopito, ma l'armatura li reggeva impettiti in sella tutti a un modo. D'un tratto, tre squilli di tromba: le piume dei cimieri sussultarono nell'aria ferma come a uno sbuffo di vento, e tacque subito quella specie di mugghio marino che s'era sentito fin qui, ed era, si vede, un russare di guerrieri incupito dalle gole metalliche degli elmi. Finalmente ecco, lo scorsero che avanzava laggiù in fondo, Carlomagno, su un cavallo che pareva più grande del naturale, con la barba sul petto, le mani sul pomo della sella. Regna e guerreggia, guerreggia e regna, dài e dài, pareva un po' invecchiato, dall'ultima volta che l'avevano visto quei guerrieri.
Fermava il cavallo a ogni ufficiale e si voltava a guardarlo dal su in giu. -Echi siete voi, paladino di Francia?
-Salomon di Bretagna, sire! -rispondeva quello a tutta voce, alzando la celata e scoprendo il viso accalorato; e aggiungeva qualche notizia pratica, come sarebbe: -Cinquemila cavalieri, tremilacinquecento fanti, milleottocento i servizi, cinque anni di campagna. -Sotto coi brètoni, paladino! -diceva Carlo, e toc-toc, toc-toc, se ne arrivava a un altro capo di squadrone.
-Ecchisietevòi, paladino di Francia? -riattaccava.
-Ulivieri di Vienna, sire! -scandivano le labbra appena la griglia dell'elmo s'era sollevata. E lì: -Tremila cavalieri scelti, settemila la truppa, venti macchine da assedio. Vincitore del pagano Fierabraccia, per grazia di Dio e gloria di Carlo re dei Franchi!
-Ben fatto, bravo il viennese, -diceva Carlomagno, e agli ufficiali del seguito: -Magrolini quei cavalli, aumentategli la biada -. E andava avanti: -Ecchisietevòi, paladino di Francia ? -ripeteva, sempre con la stessa cadenza: « Tàtta-tatatài tàta-tàta-tatàta... »
-Bernardo di Mompolier, sire! Vincitore di Brunamonte e Galiferno.
-Bella città Mompolier! Città delle belle donne! - e al seguito: -Vedi se lo passiamo di grado -.Tutte cose che dette dal re fanno piacere, ma erano sempre le stesse battute, da tanti anni.
-Ecchisietevòi, con quello stemma che conosco? - Conosceva tutti dall'arma che portavano sullo scudo, senza bisogno che dicessero niente, ma cosi era l'usanza che fossero loro a palesare il nome e il viso. Forse perché altrimenti qualcuno, avendo di meglio da fare che prender parte alla rivista, avrebbe potuto mandar li la sua armatura con un altro dentro.
-Alardo di Dordona, del duca Amone...
-In gamba Alardo, cosa dice il papà, - e cosi via.
« Tàtta-tatatài tàta-tàta-tatàta... »
-Gualfre di Mongioja! Cavalieri ottomila tranne i morti!
Ondeggiavano i cimieri. -Uggeri Danese! Namo di Baviera! Palmerino d'lnghilterra!
Veniva sera. I visi, di tra la ventaglia e la bavaglia, non si distinguevano neanche più tanto bene. Ogni parola, ogni gesto era prevedibile ormai, e così tutto in quella guerra durata da tanti anni, ogni scontro, ogni duello, condotto sempre secondo quelle regole, cosicché si sapeva già oggi per domani chi avrebbe vinto, chi perso, chi sarebbe stato eroe, chi vigliacco, a chi toccava di restare sbudellato e chi se la sarebbe cavata con un disarcionamento e una culata in terra. Sulle corazze, la sera al lume delle torce i fabbri martellavano sempre le stesse ammaccature.
-E voi? -Il re era giunto di fronte a un cavaliere dall'armatura tutta bianca; solo una righina nera correva torno torno ai bordi; per il resto era candida, ben tenuta, senza un graffio, ben rifinita in ogni giunto, sormontata sull'elmo da un pennacchio di chissà che razza orientale di gallo, cangiante d'ogni colore dell'iride. Sullo scudo c'era disegnato uno stemma tra due lembi d'un ampio manto drappeggiato, e dentro lo stemma s'aprivano altri due lembi di manto con in mezzo uno stemma più piccolo, che conteneva un altro stemma ammantato più piccolo ancora. Con disegno sempre più sottile era raffigurato un seguito di manti che si schiudevano uno dentro l'altro, e in mezzo ci doveva essere chissà che cosa, ma non si riusciva a scorgere, tanto il disegno diventava minuto. -E voi lì, messo su così in pulito... - disse Carlomagno che, più la guerra durava, meno rispetto della pulizia nei paladini gli capitava di vedere. -lo sono, - la voce giungeva metallica da dentro l'elmo chiuso, come fosse non una gola ma la stessa lamiera dell'armatura a vibrare, e con un lieve rimbombo d'eco, -Agilulfo Emo Bertrandino dei Guildiverni e degli Altri di Corbentraz e Sura, cavaliere di Selimpia Citeriore e Fez!
-Aaah... -fece Carlomagno e dal labbro di sotto, sporto avanti, gli usci anche un piccolo strombettio, come a dire: «Dovessi ricordarmi il nome di tutti, starei fresco! » Ma subito aggrottò le ciglia. -E perché non alzate la celata e non mostrate il vostro viso ? Il cavaliere non fece nessun gesto; la sua destra inguantata d'una ferrea e ben connessa manopola si serrò più forte all'arcione, mentre l'altro braccio, che reggeva lo scudo, parve scosso come da un brivido. -Dico a voi, ehi, paladino! -insiste Carlomagno. -Com'è che non mostrate la faccia al vostro re?
La voce usci netta dal barbazzale. -Perché io non esisto, sire.
-O questa poi! -esclamò l'imperatore. -Adesso ci abbiamo in forza anche un cavaliere che non esiste! Fate un po' vedere.
Agilulfo parve ancora esitare un momento, poi con mano ferma ma lenta sollevò la celata. L'elmo era vuoto. Nell'armatura bianca dall'iridescente cimiero non c'era dentro nessuno.
-Mah, mah! Quante se ne vedono! -fece Carlomagno. -E com'è 'che fate a prestar servizio, se non ci siete? -Con la forza di volontà, - disse Agilulfo, - e la fede nella nostra santa causa!
-E già, e già, ben detto, è cosi che si fa il proprio dovere. Be', per essere uno che non esiste, siete in gamba!
Agilulfo era il serrafila. L'imperatore ormai aveva passato la rivista a tutti; voltò il cavallo e s'allontanò verso le tende reali. Era vecchio, e tendeva ad allontanare dalla mente le questioni complicate.
La tromba suonò il segnale del « rompete le righe ». Ci fu il solito sbandarsi di cavalli, e il gran bosco delle lance si piegò, si mosse a onde come un campo di grano quando passa il vento. I cavalieri scendevano di sella, muovevano le gambe per sgranchirsi, gli scudieri portavano via i cavalli per la briglia. Poi, dall'accozzaglia e il polverone si staccarono i paladini, aggruppati in capannelli svettanti di cimieri colorati, a dar sfogo alla forzata immobilità di quelle ore in scherzi ed in bravate, in pettegolezzi di donne e onori.
Agilulfo fece qualche passo per mischiarsi a uno di questi capannelli, poi senz' alcun motivo passò a un altro, ma non si fece largo e nessuno badò a lui. Restò un po' indeciso dietro le spalle di questo odi quello, senza partecipare ai loro dialoghi, poi si mise in disparte. Era l'imbrunire; sul cimiero le piume iridate ora parevano tutte d'un unico indistinto colore; ma l'armatura bianca spiccava isolata li sul prato. Agilulfo, come se tutt'a un tratto si sentisse nudo, ebbe il gesto d'incrociare le braccia e stringersi le spalle.
Poi si riscosse e, di gran passo, si diresse verso gli stallaggi. Giunto là, trovò che il governo dei cavalli non veniva compiuto secondo le regole, sgridò gli staffieri, inflisse punizioni ai mozzi, ispezionò tutti i turni di corvé, ridistribuì le mansioni spiegando minuziosamente a ciascuno come andavano eseguite e facendosi ripetere quel che aveva detto per vedere se avevano capito bene. E siccome ogni momento venivano a galla le negligenze nel servizio dei colleghi ufficiali paladini, li chiamava a uno a uno, sottraendoli alle dolci conversazioni oziose della sera, e contestava con discrezione ma con ferma esattezza le loro mancanze, e li obbligava uno ad andare di picchetto, uno di scolta, l'altro giù di pattuglia, e così via. Aveva sempre ragione, e i paladini non potevano sottrarsi, ma non nascondevano il loro malcontento. Agilulfo Emo Bertrandino dei Guildiverni e degli Altri di Corbentraz e Sura, cavaliere di Selimpia Citeriore e Fez era certo un modello di soldato; ma a tutti loro era antipatico.

 

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