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A partire dal venerdì di buon'ora, il telefono cominciò a darmi preoccupazione. M'indignava che
quello strumento che un giorno aveva prodotto l'irrecuperabile voce di Beatriz, potesse abbassarsi a far
da ricettacolo alle inutili e forse colleriche lagnanze
dell'ingannato Carlos Argentino Daneri. Fortunatamente, non accadde nulla -se si toglie il rancore
inevitabile che m'ispirò quell'uomo che mi aveva
imposto un incarico delicato e poi mi dimenticava.
Il telefono perdette il suo alone di terrore, ma alla
fine di ottobre Carlos Argentino mi chiamò all'apparecchio. Era agitatissimo; in un primo momento, non
riconobbi la sua voce. Con tristezza e con ira balbettò che quegli smisurati Zunino e Zungri, col pretesto di ampliare la loro mostruosa pasticceria, volevano demolire la sua casa.
"La casa dei miei genitori, la mia casa, la vecchia
cara casa di via Garay!" ripeté, dimenticando forse il
suo dolore nella melodia.
Non mi fu difficile dividere la sua afflizione. Passati i quarant'anni, ogni mutamento è un simbolo
detestabile del passare del tempo; inoltre, si trattava
di una casa che, per me, alludeva infinitamente a
Beatriz. Volli chiarire quella delicatissima sfumatura;
il mio interlocutore non mi ascoltò. Disse che se Zunino e Zungri persistevano nel loro assurdo proposito, il dottor Zunni, suo avvocato, li avrebbe querelati-ipso facto per danni, e li avrebbe obbligati a pagare centomila pesos.
Il nome di Zunni mi fece impressione; il suo studio, all'incrocio delle vie Caseros e Tacuari, è d'una
serietà proverbiale. Chiesi se l'avvocato avesse già assunto l'incarico. Daneri disse che gli avrebbe parlato
in giornata. Esitò, e con quella voce piana, impersonale, alla quale siamo soliti ricorrere per confidare
qualcosa di molto intimo, disse che la casa gli era indispensabile per terminare il poema, perché in un
angolo della cantina c'era un Aleph. Spiegò che un
Aleph é uno dei punti dello spazio che contengono tutti i punti.
"Si trova sotto la stanza da pranzo," spiegò, la dizione resa più veloce dalla pena.
"E' mio, è mio; lo
scoprii da bambino, prima che andassi a scuola. La
scala della cantina è ripida, gli zii mi avevano proibito di scendervi, ma qualcuno aveva detto che c'era
un mondo in cantina. Si riferiva, come seppi in seguito, a un baule, ma io capii un mondo. Scesi di
nascosto, rotolai per la scala vietata, caddi. Quando
aprii gli occhi, vidi l' Aleph."
"L'Aleph?" ripetei.
"Sì, il luogo dove si trovano, senza confondersi,
tutti i luoghi della terra, visti da tutti gli angoli. Non
rivelai a nessuno la mia scoperta ma vi tornai ancora.
Il bambino non poteva supporre che quel privilegio
gli era accordato perché l'uomo portasse a perfezione
il poema! Non mi spoglieranno Zunino e Zungri, no,
mille volte no! Codice alla mano, il dottor Zunni proverà che il mio Aleph è inalienabile."
Cercai di ragionare :
"Ma non è buia la cantina?"
"La verità non penetra in un intelletto ribelle. Se
tutti i luoghi della terra si trovano nell'Aleph, vi si
troveranno tutti i lumi, tutte le lampade, tutte le sorgenti di luce."
"Vengo subito a vederlo."
Interruppi la comunicazione, prima che potesse
vietarmelo. Basta conoscere un fatto per avvertire immediatamente una serie di segni che lo confermano,
prima insospettati; mi stupì non aver capito fino a
quel momento che Carlos Argentino era pazzo. Tutti
quei Viterbo, d'altronde... Beatriz (io stesso soglio
ripeterlo) era una donna, una ragazza, d'una chiaroveggenza quasi implacabile, ma c'erano in lei negligenze, distrazioni, disdegni, vere crudeltà, che forse
richiedevano una spiegazione patologica. La pazzia
di Carlos Argentino mi colmò di maligna felicità;
intimamente, ci eravamo sempre detestati.
In via Garay, la cameriera mi disse di avere la bontà di attendere. Il bambino si trovava, come sempre,
in cantina, a sviluppare fotografie. Vicino al vaso
senza un fiore, sul pianoforte inutile, sorrideva (più
intemporale che anacronistico) il grande ritratto di
Beatriz, dipinto con goffi colori. Non poteva vederci
nessuno; in una disperazione di tenerezza mi avvicinai al ritratto e gli dissi:
"Beatriz, Beatriz Elena, Beatriz Elena Viterbo,
Beatriz amata, Beatriz perduta per sempre, son io,
sono Borges."
Carlos entrò poco dopo. Parlò con secchezza; compresi che non era capace d'altro pensiero che della
perdita dell'Aleph.
"Un bicchierino di pseudo-cognac," ordinò, "e ti
tufferai in cantina. Come sai, il decubito dorsale è
indispensabile. Lo sono anche l'oscurità, l'immobilità,
un certo adattamento dell'occhio. Ti sdrai sul pavimento di mattonelle e fissi lo sguardo sul diciannovesimo gradino della scala. Me ne vado, abbasso la
botola e resti solo. Qualche roditore ti farà paura, ci
vuol poco! Dopo pochi minuti vedrai l'Aleph. Il
microcosmo di alchimisti e cabalisti, il nostro concreto amico del proverbio, il multum in parvo!"
Nella stanza da pranzo, aggiunse :
"Naturalmente, se non lo vedi, la tua incapacità
non invalida la mia testimonianza... Scendi; in breve
potrai intavolare un dialogo con tutte le immagini
di Beatriz."
Scesi sveltamente, stanco delle sue sciocchezze. La
cantina, poco più larga della scala, somigliava molto
a un pozzo. Con lo sguardo, cercai invano il baule
del quale Carlos Argentino mi aveva parlato. Alcune
casse con bottiglie e alcuni sacchi di tela occupavano
un angolo. Carlos prese un sacco, lo piegò e lo dispose in un punto.
"Il guanciale è umile," spiegò, "ma se lo alzo d'un
solo centimetro non vedrai nulla e rimarrai confuso
e vergognoso. Sdraia in terra questo corpaccio e conta diciannove scalini."
Seguii le sue ridicole istruzioni; finalmente se ne
andò. Chiuse cautamente la botola; l'oscurità, nonostante una fessura che in seguito distinsi, mi parve
totale. Improvvisamente compresi il pericolo che correvo: m'ero lasciato sotterrare da un pazzo, dopo
aver bevuto un veleno. Le bravate di Carlos svelavano l'intima paura ch'io non vedessi il prodigio; Carlos, per difendere il suo delirio, per non sapere che
era pazzo, doveva uccidermi. Sentii un confuso malessere, che volli attribuire alla rigidità, e non all'effetto d'un narcotico. Chiusi gli occhi, li riaprii. Allora vidi l' Aleph.
Arrivo, ora, all'ineffabile centro del mio racconto;
comincia, qui, la mia disperazione di scrittore. Ogni
linguaggio è un alfabeto di simboli il cui uso presuppone un passato che gl'interlocutori condividono; come trasmettere agli altri l'infinito Aleph, che la mia
timorosa memoria a stento abbraccia ? I mistici, in
simili circostanze, son prodighi di emblemi: per significare la divinità,un persiano parla d'un uccello che in qualche modo è tutti gli uccelli; Alanus de Insulis, di una sfera il cui centro è dappertutto e la circonferenza in nessun luogo; Ezechiele di un angelo con quattro volti che si dirige contemporaneamente a Oriente e a Occidente, a Nord e a Sud. (Non
invano ricordo codeste inconcepibili analogie; esse
hanno una qualche relazione con l'Aleph.) Forse gli
dèi non mi negherebbero la scoperta d'una immagine
equivalente, ma questa relazione resterebbe contaminata di letteratura, di falsità. D'altronde, il problema
centrale è insolubile: l'enumerazione, sia pure parziale, d'un insieme infinito. In quell'istante gigantesco, ho visto milioni di atti gradevoli o atroci; nessuno di essi mi
stupì quanto il fatto che tutti occupassero lo stesso punto, senza sovrapposizione e senza
trasparenza. Quel che videro i miei occhi fu simultaneo: ciò che trascriverò, successivo,
perché tale è il
linguaggio. Qualcosa, tuttavia, annoterò.
Nella parte inferiore della scala, sulla destra, vidi
una piccola sfera cangiante, di quasi intollerabile fulgore. Dapprima credetti ruotasse; poi compresi che
quel movimento era un'illusione prodotta dai vertiginosi spettacoli che essa racchiudeva. Il diametro
dell'Aleph sarà stato di due o tre centimetri, ma lo
spazio cosmico vi era contenuto, senza che la vastità
ne soffrisse. Ogni cosa (il cristallo dello specchio, ad
esempio) era infinite cose, perché io la vedevo distintamente da tutti i punti dell'universo. Vidi il popoloso mare, vidi l'alba e la sera, vidi le moltitudini
d'America, vidi un'argentea ragnatela al centro d'una
nera piramide, vidi un labirinto spezzato (era Londra), vidi infiniti occhi vicini che si fissavano in me
come in uno specchio, vidi tutti gli specchi del pianeta e nessuno mi riflette, vidi in un cortile interno di
via Soler le stesse mattonelle che trent'anni prima
avevo viste nell'andito di una casa di via Fray Bentos,
vidi grappoli, neve, tabacco, vene di metallo, vapor
d'acqua, vidi convessi deserti equatoriali e ciascuno
dei loro granelli di sabbia, vidi ad Inverness una donna che non dimenticherò, vidi la violenta chioma, l'altero corpo, vidi un tumore nel petto, vidi un cerchio
di terra secca in un sentiero, dove prima era un albero, vidi in una casa di Adrogue un esemplare della
prima versione inglese di Plinio, quella di Philemon
Holland, vidi contemporaneamente ogni lettera di
ogni pagina (bambino, solevo meravigliarmi del fatto che le lettere di un volume chiuso non si mescolassero e perdessero durante la notte), vidi insieme
il giorno e la notte dì quel giorno, vidi un tramonto a
Queretaro che sembrava riflettere il colore dì una rosa
nel Bengala, vidi la mia stanza da letto vuota, vidi in un gabinetto di Alkmaar un globo terracqueo posto tra due
specchi che lo moltiplicano senza fine, vidi cavalli dalla criniera al vento, su una
spiaggia
del mar Caspio all'alba, vidi la delicata ossatura d'una
mano, vidi i sopravvissuti a una battaglia in atto di
mandare cartoline, vidi in una vetrina di Mirzapur
un mazzo di carte spagnolo, vidi le ombre oblique di
alcune felci sul pavimento di una serra, vidi tigri,
stantuffi, bisonti, mareggiate ed eserciti, vidi tutte le
formiche che esistono sulla terra, vidi un astrolabio persiano, vidi in un cassetto della scrivania (e la calligrafia mi fece tremare) lettere impudiche, incredibili, precise, che Beatriz aveva dirette a Carlos Argentino, vidi un'adorata tomba alla Chacarita, vidi il resto atroce di quanto deliziosamente era stata Beatriz
Viterbo, vidi la circolazione del mio oscuro sangue,
vidi il meccanismo dell'amore e la modificazione della morte, vidi l'Aleph, da tutti i punti, vidi nell'Aleph
la terra e nella terra di nuovo l'Aleph e nell'Aleph la
terra, vidi il mio volto e le mie viscere vidi il tuo volto, e provai vertigine e piansi, perché i miei occhi avevano visto l'oggetto segreto e supposto, il cui nome
usurpano gli uomini, ma che nessun uomo ha contemplato: l'inconcepibile universo.
Sentii infinita venerazione, infinita pena.
"Sarai rimasto di stucco, per aver curiosato tanto
dove non ti spetta," disse una voce aborrita e gioviale.
"Per quanto ti stilli il cervello, non mi pagherai in
un secolo questa rivelazione. Che osservatorio formidabile, eh Borges!"
I piedi di Carlos Argentino occupavano lo scalino più alto. Nell'improvvisa penombra, riuscii ad alzarmi e a balbettare :
"Formidabile. Si, formidabile."
L'indifferenza della mia voce mi sorprese. Ansioso,
Carlos Argentino insisteva:
"L'hai visto bene, coi colori?"
In quell'istante concepii la mia vendetta. Benevolo,
manifestamente impietosito, nervoso, evasivo, ringraziai Carlos Argentino Daneri per l'ospitalità nella
cartina e gli suggerii di profittare della demolizione
della casa per allontanarsi dalla perniciosa metropoli,
che non risparmia nessuno, credimi, nessuno! Mi rifiutai, con dolce energia, di parlare dell'Aleph; lo
abbracciai, nel congedarmi, e gli ripetei che la campagna e la tranquillità sono due grandi medici.
Per la via, per la scalinata di piazza della Costituzione, nella sotterranea, tutti i volti mi parvero familiari. Temetti che non fosse rimasta una sola cosa capace di sorprendermi, temetti che non mi avrebbe
più abbandonato quell'impressione di tornare a tutte
le cose. Fortunatamente, dopo alcune notti d'insonnia, mi vinse di nuovo l'oblio.
Jorge Luis Borges, 1961 |