Da "Un corpo" di Camillo Boito

La mia compagna non so se fosse ninfa o folletto. Io la chiamavo col verso di un vecchio stornello: La bizzarrina del campo dei fiori. Aveva diciott'anni. Di quando in quando si svincolava dal mio braccio per fuggire sull'erba verde di que' bei prati del Prater. Talvolta le correvo dietro, ed ella mi scansava, girando intorno all'enorme tronco di una quercia, o sbalzando da ogni parte con salti da gazzella; talvolta la lasciavo andare, ed ella allora, vedendosi lontana, &i fermava, si sdraiava sull'erba, e m'aspettava ansando. Nel giungerle vicino, guardavo tutto intorno se qualcuno ci vedesse. Facendo puntello delle braccia ella rovesciava indietro il corpo flessuoso, che s'incurvava come l'ansa di un vaso greco. Mi chinavo e le davo un bacio. Poi le dicevo: -Carlotta, bada che lasci vedere i legaccioli delle calze -.Ed ella allora, scattando in piedi, scuoteva la sottana del suo abito color di rosa, e con cara ironia mi sussurrava nell'orecchio: -Sei geloso della luna che nasce?
Eravamo infatti soli soli in quell'angolo del parco, e i raggi della luna cominciavano a vincere la luce rossastra del crepuscolo. Di lontano s'udiva una grande allegria di suoni e di canti: le mille voci di un popolo in festa. Attraverso le frondi si vedeva accendersi un lume, poi un altro, poi un altro ancora, e via via, finche gli alberi disegnarono la loro forma nera sopra un gaio incendio di luce gialla. -Fermiamoci qui -disse Carlotta; -mettiamoci a sedere su questa panca. Non senti anche tu nell'anima una dolcezza tutta serena e come una gran voglia di solitudine? -E sospirava soavemente, e mi stringeva la mano, e alzava gli occhi umidi e sorridenti al cielo. Stavo per risponderle, ma mi troncò la parola il romore di un passo vicino. Un signore smilzo e lungo, vestito di nero, ci passava dinanzi. Carlotta, nel vederlo, tremò tutta, soffocò un grido e si avvinghiò al mio corpo.
-Che cos'è, mia cara? -domandai tutto agitato.
-Niente, niente -rispose Carlotta; -ho avuto paura. È una fanciullaggine. Perdonami -. E mentre io, stringendola alla cintola, volevo farla sedere di nuovo, ella scappò via, dicendo: -Andiamo, ti scongiuro, al Wurstel-Prater. Ho bisogno di distrarmi -. M'afferrò per la mano e, quasi correndo, mi trascinò in mezzo alla folla e alla luce.
Alle mie interrogazioni replicava ch'era un'ubbia, e mi giurava di spiegarmi un'altra volta la cosa.
-Ma quell'uomo t'ha egli fatto del male? -insistevo.
-No.
-T'ha egli voluto corteggiare?
-Oh no, no!
-Ma dimmi almeno se t'ha mai parlato?
-Mai, te lo. giuro.
-Ebbene?
-Insomma è una scempiaggine. Te la dirò domani. Adesso, scusa, non ci voglio pensare -. E si piantò dritta in faccia a un casotto di burattini.
La commedia era delle solite: una ragazza che nasconde gli amanti nel cassone della farina; il diavolo che porta via dalla tavola il vino e le pietanze, e una vecchia che vi rimette tondi e bottiglie, e l'altro che la bastona, e simili cose da fanciulli. Poi veniva in scena una cassa da morto, e due becchini vi cacciavano dentro la vecchia, e picchiavano coi martelli per inchiodarvela, e si mettevano la cassa in ispalla, facendo le viste di andarsene, quando a un tratto un coniglio, un vero coniglio bianco, gettato via il coperchio, ne usciva fuori, con infinitissime risa de' bambini, delle bambinaie e dei caporali e sergenti che le stavano adocchiando. Carlotta, la quale s'era un po' tranquillata e principiava a sorridere, all'ultimo si annebbiò di nuovo, e mi pregò di accompagnarla altrove.
M'ero già accorto, ne' quattro mesi dacché stavamo insieme, che Carlotta, non ostante il suo umore gaio e la sanità del suo corpo, aveva una grande paura della morte. Tutto ciò che in un modo o nell'altro poteva ricordargliela, bastava a farla impallidire e tremare. Accanto agli ospedali non voleva passare mai; e una volta, che andavamo in carrozza all'Augarten, ordinò al cocchiere di svoltare da una via laterale, per non avvicinarsi nella Taborstrasse allo spedale dei Fate-bene-fratelli. Se vedeva di lontano un funerale, tornava indietro, o si ricoverava in una bottega, girando altrove la testa. Non voleva leggere di morti o di malati, o sentirne parlare. Tollerava la compagnia de' medici, ma quella dei chirurghi le era insoffribile; e un giorno che, in una birreria, il Dumreicher mi raccontò, nel discorso, non so più che strano caso di autopsia, Carlotta, la quale era con me, senti venirsi male. Si riebbe tosto; ma per ventiquattr'ore quelle sue belle labbra non vollero comporsi alloro solito riso. Io pigliavo tali stravaganze per la espressione involontaria di una sensibilità eccessiva; le perdonavo, le rispettavo, mi piacevano anzi in quell'anima senza malizia.
L'anima era da fanciulla, ma il corpo era da Dea. Il paragone con le statue greche può solo dare un concetto di quelle membra snelle, vigorose, di acciaio temprato. Somigliava alle Amazzoni, alle Diane cacciatrici di Scopa e di Prassitele; aveva anche le movenze delle Veneri callipigi, delle Veneri accoccolate, delle Ninfe sdraiate, di Psiche quando stringe Amore. Cleomene figlio di Apollodoro certo le insegnò ad atteggiarsi, dopo avere fatto l'ultima carezza alla Venere de' Medici.
Il suo volto ricordava la testa di quella cara Euterpe, che sta nel museo di Berlino: il naso non si staccava dalla fronte se non per una dolcissima sinuosità; gli occhi lunghi, rialzati un po' verso il mezzo della faccia, parevano tracciati con l'arco di un compasso; le labbra ferme scendevano un tantino alle estremità, unendosi per due infossature quasi impercettibili alle narici; il mento disegnava con le guance la curva rovesciata di una perfetta parabola. L 'Euterpe ha i capelli increspati, e s'indovina che sono biondi; quelli di Carlotta erano biondi e increspati, e componevano, per annodarsi dietro, come nella figura antica, due larghe trecce in giro alla fronte e sopra le orecchie. Nel viso di Carlotta non era peraltro niente di quella freddezza un po' sdegnosa e solenne, ch'è quasi sempre il carattere de' volti greci; anzi nella perfezione attica, della forma portava i segni di una gaiezza facile, aperta, buona: e gli occhi azzurrini compievano il ritratto dell'anima ingenua.
Quanto al colore, lo splendore di Tiziano e la finezza del VanDyck non sarebbero bastati. In quel candido si notavano de' passaggi ammirabili quasi dall'azzurro al cinabro: sotto la pelle liscia, fresca, trasparente f,correva la vita fervida. Quella donna era il simbolo;della grazia, della forza, della s~lute. A Vienna, città delle belle donne, quando andavo in compagnia di Carlotta, la gente si voltava con ammirazione. Una mattina, nel Graben, il bizzarro Raal, che stava dipingendo allora i freschi dell' Arsenale, proruppe in questa esclamazione: -Ah, se potessi avere costei per modello della mia Germania! -e la salutò, cavandosi rispettosamente il cappello.
Il Wurstel-Prater era pieno di teatri da opera, da commedia, da pantomima, equestri, fantastici, di panorami, di lanterne magiche, di botteghe da caffè, di sale da concerti, di bersagli, di serragli, di gallerie fotografiche, di suonatori ambulanti, di cantambanchi, di saltimbanchi, di rivenduglioli d'ogni sorta di roba, di birrerie sopra tutto. Migliaia e migliaia di persone passeggiavano intorno, fermandosi chi qua, chi là, entrando chi nell'uno, chi nell'altro casotto, comperando quale una cosa, quale l'altra, urtandosi, pigiandosi da ogni parte, pestandosi i piedi, sempre con bonomia tollerante, con garbatezza ruvida, ma espansiva. Il riso usciva da quelle grosse labbra abbondante, come la birra entrava in quei gorgozzuli. Le birrerie, alcune formate di ricche sale, adorne di sete, di velluti, di festoni e di fiori, parecchie altre composte di una piccola baracca di legno e di un immenso steccato tutto sparso di tavole e di scranne, erano piene zeppe. Chi non trovava da sedere, si sdraiava sull'erba pesta. Le fresche e svelte ragazze correvano senza posa, portando a diecine le tazze di cristallo, colme della birra d'ambra con ispuma d'argento. I fanali, le lanterne, i lampadari, i lampioncini di cento colori e di cento forme rischiaravano in diverso modo quella vasta scena: da una parte tutto nuotava nella luce; poco discosto tutto si nascondeva quasi nel buio. Guardando in alto si vedevano luccicare le foglie umidette de' grandi alberi, e scintillare le profondità del cielo. Lo schiamazzo babelico, il frastuono infernale aveva qualcosa di misterioso. In mezzo al parlare confuso ed allo sghignazzare di tante innumerevoli bocche, si udiva a tratti l'armonia di una orchestra, il suono rauco della tromba de' funamboli, la nota sibilante del piffero d'un educatore di topi, il ruggito di un leone dalla sua gabbia o il guaire di un cane smarrito.
Il Wurstel-Prater era la suprema delizia di Carlotta. Si divertiva di tutto. Sulle facezie dei pagliacci faceva le più grasse risate; innanzi alle marionette stava con la bocca aperta; voleva udire sino alla perorazione il sermone dei ciarlatani. Una volta mi fece montare insieme con lei sullo stretto sedile di un'altalena; poi nella carrozzetta di una delle giostre meccaniche, e, correndo in cerchio rapidissimamente al suono dell'immenso organone, a me, che sentivo quasi venirmi il capogiro, ella mostrava scherzando i due delfini di legno, i quali facevano le viste di tirarci, e paragonava, con infantile compiacenza, se ad Anfitritel e me a Nettuno. Solo non le piacevano le figure di cera.
Ma quella sera Carlotta aveva mutato umore, sembrava preoccupata da qualche uggioso pensiero, guardava distrattamente, sorrideva poco. Vicino ad un circo equestre, dove, sapendo che le piacevano molto i cavalli, volevo condurla, ci si udì salutare da parecchie voci. Erano padre, madre, cinque figliuole, la cameriera e la cuoca: tutta la famiglia del grave impiegato all'Ufficio di censimento, il quale ci dava a pigione una parte del suo quartiere, quattro stanze nel Franz Josefs-Quai, verso il largo canale del Danubio. S'avviavano all'omnibus per ritornare a casa, e Carlotta mi pregò di lasciarla andare con essi, dicendo che si sentiva un po' stanca, che dopo un'ora l'avrei trovata più allegra che mai, e che (lo mormorò con un divino sorriso) m'avrebbe voluto anche più bene del solito.
Rimasi solo in mezzo alla calca.

Camillo Boito


 
 

www.rottanordovest.com home page