Io spero che avrete o amici seguito con piacere il nostro veemente sguardo nel futuro e riderete con me del nostalgico torcicollo dei passatisti. Immaginate amici il pubblico superficiale pretenzioso quando si troverà davanti ai quadri di un futurista! Quando chiederà e controllerà le nostre tele con queste teorie alla mano? Anche quel giorno saremo tranquilli e sorridenti come sempre fummo tra l'urlo delle folle che beffeggiano sistematicamente ciò che non comprendono. Chi ci attacca e c'insulta tutti i giorni non sa che la mente umana opera tra due linee d'orizzonte ugualmente infinite, l'assoluto e il relativo, e che tra queste essa segna la linea spezzata e dolorosa della possibilità.
Verrà un tempo in cui il quadro non basterà più. La sua immobilità sarà un arcaismo col movimento vertiginoso della vita umana. L’occhio dell’uomo percepirà i colori come sentimenti in sé. I colori moltiplicati non avranno bisogno di forme per essere compresi e le opere pittoriche saranno vorticose composizioni musicali di enormi gas colorati, che sulla scena di un libero orizzonte commoveranno ed elettrizzeranno l’anima complessa d’una folla che non possiamo ancora concepire.
Nella nostra evoluzione quotidiana ci si trova qualche tendenza parallela a quella dei cubisti. Prima di tutto noi dichiariamo che la parola cubismo nulla esprime perché il senso del volume è sempre stato una delle tante aspirazioni della pittura ed è a rigore il lato più esteriore e meno profondo della scuola che passa sotto quel nome. Infatti come si può comprendere sotto il nome di cubismo la riproduzione complessiva di un oggetto cioè la ricostruzione integrale delle forme che lo compongono esteriormente e interiormente?
Scartata dunque per noi questa parola noi domandiamo ai nostri detrattori a coloro che risero del nostro Manifesto tecnico perché ora che dalla Francia viene la notizia di una tendenza rivoluzionaria che ha con noi qualche analogia qualcuno si affretta a prenderla in considerazione e a discuterla? Perché si rise quando noi italiani in questo paese coperto ancora di ruine e popolato di mummie estetiche negavamo l'opacità dei corpi la moltiplicazione delle immagini la compenetrazione dei corpi la dislocazione dei particolari la suprema necessità di fare dello spettatore il centro del quadro?
Questa aspirazione alla distribuzione delle immagini, e conseguente creazione di un geroglifico musicale, questo ritorno a puri valori pittorici per il trionfo di un'arte più interiore quindi più astratta, questa violenta aspirazione ci ha fatto coprire di contumelie e di derisione dagli eterni scettici d'Italia e di fuori.
Noi dichiariamo che ciò che passa sotto il nome di cubismo non è che una tendenza di transizione e che ben maggiori sono le nostre aspirazioni per una pittura veramente astratta. Noi crediamo che tutto quello che abbiamo chiamato simultaneità di stato d'animo cioè rappresentazione dei rapporti di ciò che si ricorda tra ciò che si vede non è che uno stato intermedio un ponte tra la vecchia pittura tradizionale e quella futurista.
Il pubblico che protesta davanti alle nostre tele non sa che noi troviamo nelle nostre tele già troppe forme veristiche troppi evidenti particolari di pura imitazione e che sogniamo il giorno della liberazione per far rivivere il quadro, le pure quantità, le pure dimensioni, le pure colorazioni delle cose nuovamente trasfigurate e create.
Noi pensiamo che oltre al volume cioè ai valori di tonalità ogni corpo ha una sua speciale fisionomia cioè una tendenza delle sue linee è manifestarcene il carattere che io chiamerò di anarchia, cioè predominio assoluto del proprio io, in guerra eterna e fatale con il mondo esteriore!
Non essendovi dunque, come per i reati comuni un codice che punisca i delitti che ledono la sacra maestà dell'estetica tradizionale, è naturale che il pubblico, come tutte le agglomerazioni barbariche, faccia giustizia sommaria delle idee che offendono la Consuetudine... cioè il suo unico modo di concepire il diritto.
Questo può spiegare il furore insolito, in materia di controversie estetiche, col quale la stampa, il pubblico, e i colleghi sedentari o bottegai assalirono, appena pubblicato, il nostro Manifesto tecnico della Pittura Futurista. Gl'insulti dei credenti, le calunnie degl'invidiosi, gli sberleffi degli scettici e degl'ignoranti ci lasciarono completamente indifferenti! Noi sapevamo che il nostro manifesto essendo un'opera d'arte e vivendo quindi nell'assoluto, esigeva dal lettore oltre che un'intelligenza molto elevata una speciale predisposizione ad entrare in contatto con l’intuizione pura. La nostra serenità e la nostra calma, che tanto meravigliano gli stessi nemici del Futurismo, ci vengono dalla profonda compassione che noi sentiamo per tutti coloro i quali non essendosi occupati nella loro vita che di questioni superficiali e relative pretendono confutare ciò che aleggia sulle cime più alte dello spirito, cime che solo vengono raggiunte dopo una lunga e religiosa preparazione e comunione incessante col mondo esteriore.
Purtroppo, se è vero che la Relatività governa il mondo, è anche vero che senza i lampi dell’assoluto che solo i pochi posseggono, l'umanità procederebbe al buio, anzi non esisterebbe, perché non riconoscerebbe sé a se stessa! E il lampo non è mai preceduto, ch’io mi sappia, da spiegazioni o da preamboli e bisogna supporre una mente ben piccola nei nostri contraddittori per non comprendere che l’aspirazione eterna è l’assoluto e che l’opera è il relativo; che creare è già circoscrivere; che commentare è circoscrivere il circoscritto, è suddividere il diviso, è ridurre ai minimi termini, è annientare!
Ora le spiegazioni che io darò su l'essenza del nostro Manifesto tecnico sono una concessione alla relatività della vita!
Il mondo non comprende l'eterna misteriosa evoluzione dello spirito fino a quando un gran fatto specifico non gliene presenti un termine e un principio sensibili. Ma questo termine e questo principio non esistono per il pensatore che termina e principia incessantemente. Per ciò quando questo solitario grida nella notte: questa è la verità! il mondo che dorme e che è sempre per la verità precedente urla svegliandosi e protesta. Ecco perché tutti gridano per un'era cristiana e negano che sia nata un'era scientifica! Non negano ben s'intende che tutto oggi nel mondo sia analisi scientifica ma negano che sia il più grande fattore della psiche moderna e sia per noi uguagliabile ai fatti naturali dei tempi storici e preistorici, nei suoi effetti alle più grandi trasformazioni. Negano che le scoperte scientifiche abbiano completamente rifatto il tessuto mentale del mondo, che sia avvenuto un cambiamento radicale nel nostro spirito e per le stesse ragioni che le mutate condizioni di esistenza moltiplicano le forme e la struttura e il carattere dell'animale, così l'elettricità e la telegrafia, il vapore e l'aviazione abbiano prodotta una diversità psichica molto più profonda tra noi e i nostri nonni che tra questi e, per esempio, il secolo di Aristotele. È dunque la convinzione che il nostro tempo inizia un'era nuova che ci fa chiamare: I primitivi di una nuova sensibilità completamente trasformata!
È dunque questa nuova condizione di relatività scientifica che ci fa avere una nuova sensibilità per la ricerca dell'assoluto. Noi pittori (poiché io parlerò di pittura) sentiamo che questa sensibilità è una forza psichica divinatrice che dà ai sensi la potenza di percepire quello che non fu mai sino ad ora percepito. Noi pensiamo che se tutto tende all'Unità, quello che l'uomo ha fino ad oggi cercato di percepire in unità è ancora una misera cieca infantile decomposizione delle cose!
La scienza secondo noi ci ha ricacciati in una meravigliosa barbarie superiore! Esponente di questa barbarie è l'arte d'oggi, che partita dagl'Impressionisti francesi, veri temperamenti scientifici, si è gettata con un grido ed una foga che han dello spasimo alla ricerca della sintesi cioè della ragione ultima degl'infiniti elementi nuovi che la scienza ci ha dati.
Tutti i periodi storici si somigliano e quello che forma la forza soggiogatrice del genio è percezione esatta, matematica del suo momento storico conscia o inconscia che sia.
Per questo noi dichiariamo assolutamente insignificante l'opera di un Sargent, d'un Sartorio, d'un Zuloaga perché in nulla corrispondente al palpito del loro tempo. Ne ho citati tre ma potrei citarne infiniti, maggiori e minori tutti ugualmente fuori dall'arte malgrado il loro ingegno!
Un critico superficiale diceva qualche anno fa, che noi camminavamo verso il pieno seicento... Egli scambiava con ciò delle interessate mode editoriali (piccole soste insignificanti con il vertiginoso salire delle aspirazioni universali moderne e delle quali solo l'arte può esserne l'esponente).
Al contrario noi diciamo che tutta la vita sociale del nostro tempo ci mostra l'assoluto predominio di una incertezza primitiva che all'occhio profondo del pensatore che trascura le piccole deviazioni particolari appare come l'alba di una radiosa giornata storica!
In arte in filosofia in politica i valori crollano con rumore, con grida, con sangue! Noi viviamo in un'atmosfera satura di detriti ed è al fragore delle demolizioni che noi dobbiamo accordare le nostre anime. Noi Futuristi che sappiamo attendere, abbiamo distrutta in noi la nostalgia il rimpianto e i nostri anelano e vivono nel futuro. Per un ideale di bellezza definitiva non ci volgeremo mai indietro ed è perciò che noi amiamo le espressioni estetiche del nostro tempo anche se esse si presentano come le odierne rozze e mal sgrossate dalle scorie delle nuovissime fusioni.
Noi vogliamo combattere la stupida cecità delle masse e il misoneismo scoraggiato delle stesse minoranze intellettuali, le quali mentre assorbono inconsciamente le pratiche e le materiali applicazioni della moderna concezione della vita ripudiano invece stupidamente tutto ciò che di questa nuova vita ne è l'emanazione spirituale, il simbolo! Si può dire anzi che il disprezzo e la derisione pesano sempre sulle opere che tentano contar le eternità essenziali.
Per quanto sia veemente in noi l'aspirazione alla perfezione, noi amiamo questi capolavori che ancora risentono dell'urto tra un mondo che crolla e uno che nasce.
Noi amiamo nelle opere del nostro tempo quel carattere di infinita e affannosa ricerca che mostra nell'artefice veramente moderno l'imperizia di chi maneggia una materia nuova. Noi le amiamo perché è da loro che comincia e proseguirà attraverso le generazioni future l'era d'un'arte veramente nuova, quale se ne sente affannoso bisogno da un secolo ad oggi - in tutta Europa - e quale ci mostrano gli eroici tentativi di pochi rivoluzionari quasi sempre periti vittime del commercialismo e della pittura ufficiale.
Qualcuno ci ha rammentato che nell'arte e nella vita tutto si trasforma per lenta evoluzione e che dal passato non ci si può dividere con un taglio netto. Noi rispondiamo che il periodo delle trasformazioni è superato e che l'evoluzione è stata gloriosamente compiuta (dalla Francia specialmente in questi ultimi cinquant'anni) e che noi ci consideriamo primitivi appunto perché fino a ieri abbiamo osservato in quella che viene chiamata arte moderna gli stessi fenomeni che troviamo in un'altra grande crisi sociale al trasformarsi del mondo pagano nel mondo cristiano. Anche allora la concezione della essenza divina, la concezione sui destini dell'uomo erano già cambiate completamente, ma la mano dell'artista continuava a disegnare le forme che lo legavano alla tradizione pagana. I sarcofaghi del IV e del V secolo per esempio ci mostrano uno strano miscuglio di soggetti cristiani, espressi ancora come forma e come esecuzione con il vecchio tipo pagano.
Si può obiettare che molte delle nuovissime sensibilità moderne sono state contate dal principio del secolo scorso ad oggi, ma sempre con le forme tradizionali tramandateci dai classici, sempre con un disegno una forma più o meno colorata, cominciando dai grandi Impressionisti francesi con le loro ramificazioni in tutta l'Europa fino al divisionismo di Seurat al sintetismo di Gauguin al sintetismo neoidealista e simbolista dei pittori della Rosa Croce fino ai modernissimi postimpressionisti o ai cubisti o feroci come vengono chiamati oggi in Francia noi non abbiamo che generazioni di transizione.
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Umberto Boccioni
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