"Come si pagano i propri debiti quando si ha del genio" di Charles Baudelaire

    

L'aneddoto seguente mi è stato raccontato con la preghiera di non parlarne a nessuno; perciò voglio raccontarlo a tutti.
...Era triste, a giudicare dalle sopracciglia aggrottate, dalla larga bocca meno tumida e sporgente del solito, e dal modo frammezzato da brusche pause con il quale percorreva su e giù il doppio passage de l'Opera. Era triste. Era proprio lui, la più bella mente commerciale e letteraria del diciannovesimo secolo; lui, quel cervello poetico tappezzato di cifre come lo studio di un finanziere; era proprio lui, l'uomo dai fallimenti mitologici, dalle iniziative iperboliche e fantasmagoriche di cui si dimentica sempre di chiarire il senso; il grande cacciatore di sogni, senza tregua alla ricerca dell'assoluto; lui, il personaggio più strano, più buffo, più interessante e più vanitoso dei personaggi della Comedie humaine; lui, quell'originale insopportabile nella vita quanto delizioso nei suoi scritti, quel bambinone gonfio di genio e di vanità, dotato di tante qualità e di tante pecche che si esita a sopprimere le une per paura di perdere le altre, e quindi di rovinare quell'incorreggibile e fatale mostruosità!
Che aveva da essere così tetro, il grand'uomo, per camminare a quel modo, con il mento sulla pancia, e per costringere la sua fronte corrugata a farsi pelle di zigrino?
Sognava forse ananas da quattro soldi, un ponte sospeso di liane, una villa senza scale con salottini rivestiti di mussola? Qualche principessa, prossima alla quarantina, gli aveva lanciato una di quelle occhiate intense che la bellezza deve al genio? Oppure il suo cervello, gravido di qualche macchina industriale, era attanagliato da tutte le sofferenze di un inventore?
Ahimè, no! La tristezza del grand'uomo era una tristezza volgare, terra terra, ignobile, vergognosa e ridicola; si trovava in quel caso mortificante che tutti noi conosciamo, in cui ogni minuto che vola via porta con se sulle sue ali una possibilità di salvezza; in cui, con l'occhio fisso sull'orologio, il genio dell'invenzione sente la necessità di raddoppiare, triplicare, decuplicare le forze in proporzione al tempo che diminuisce e alla velocità che avvicina l'ora fatale. L'illustre autore della Teoria della cambiale doveva pagare il giorno dopo un effetto di milleduecento franchi, ed era ormai sera avanzata.
In un caso del genere, accade a volte che, spremuta, compressa, manipolata, schiacciata sotto il pistone della necessità, la mente si slanci improvvisamente fuori della sua prigione con un getto inatteso e vittorioso.
È quanto accadde probabilmente al grande romanziere, perché sulla sua bocca un sorriso subentrò alla contrazione che ne tormentava le linee orgogliose; il suo occhio si riprese, e il nostro uomo, calmo e pacato, si avviò verso rue Richelieu con passo sublime e cadenzato.
Salì in una casa dove un commerciante facoltoso e prospero si stava riposando dalle fatiche della giornata con un tè accanto al camino; fu ricevuto con tutti gli onori dovuti al suo nome, e di lì a pochi minuti espose con queste parole lo scopo della visita:
«Volete avere dopodomani, sul Siècle e sui Debats, due grossi articoli di miscellanea riguardo ai Français peints par eux-memes, due miei grossi articoli e firmati con il mio nome? Mi occorrono millecinquecento franchi. Per voi, è un affare d'oro».
Sembra che l'editore, diverso in ciò dai suoi colleghi, giudicasse ragionevole il ragionamento, tanto da concludere immediatamente il contratto. L'altro, ricredendosi, insistette affinché i millecinquecento franchi fossero consegnati alla comparsa del primo articolo; poi tornò tranquillamente verso il passage de l'Opera.
Di lì a qualche minuto, scorse un ometto giovane dalla fisionomia bisbetica e spiritosa, che poco tempo prima gli aveva fatto una sbalorditiva prefazione per la Grandeur et decadence de César Birotteau, e che era già noto nel giornalismo per la sua vena comica e quasi empia; il pietismo non gli aveva ancora tagliato le unghie ne i giornali bigotti gli avevano aperto i loro beati spegnitoi.
«Edouard, volete avere domani centocinquanta franchi?». «Caspita!». «Ebbene, venite a prendere un caffè».
li giovanotto bevve una tazza di caffè, che per prima cosa sovreccitò la sua piccola costituzione meridionale.
«Edouard, mi occorrono domattina tre grandi colonne di miscellanea riguardo ai Franrçais peints par eux-memes; stamane, capite, e di buon mattino; perché devo ricopiare l'articolo interamente a mano e firmarlo con il mio nome; è molto importante».
Il grand'uomo pronunciò queste parole con l'enfasi ammirevole e con il tono maestoso con cui a volte dice a un amico che non può ricevere: «Mille scuse, mio caro, se vi lascio sulla porta; ma sono a tu per tu con una principessa, il cui onore è a mia disposizione, e quindi capirete...».
Edouard gli strinse la mano, come a un benefattore, e corse a lavorare.
Il grande romanziere commissionò il secondo articolo in rue de Navarin.
Il primo articolo apparve due giorni dopo sul Siècle. Cosa strana, non era firmato né dall'ometto né dal grand'uomo, ma da un terzo nome ben noto nella bohème di allora per i suoi amori di micione e di Opéra-Comique.
Il secondo amico era, ed è ancora, grosso, pigro e linfatico; inoltre, non ha idee e sa solamente infilare parole come perle nello stile delle collane degli Osage, e, siccome ci vuole molto più tempo per restringere tre grandi colonne di parole che per fare un volume d'idee, il suo articolo apparve solo alcuni giorni dopo.
Non fu inserito sui Debats, ma sulla Presse. L'effetto di 1.200 franchi era pagato; ciascuno era pienamente soddisfatto, eccetto l'editore, che lo era quasi. E così si pagano i debiti... quando si ha del genio.
Se qualche maligno si azzardasse a prendere tutto ciò per una balla di giornaletto e per un attentato alla gloria dell'uomo più grande del nostro secolo, si sbaglierebbe ignobilmente; ho voluto mostrare che il grande poeta sapeva venire a capo di una cambiale con altrettanta facilità del romanzo più misterioso e più ingarbugliato.


 
 

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