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L'aneddoto seguente mi è stato raccontato
con la preghiera di non parlarne a nessuno;
perciò voglio raccontarlo a tutti.
...Era triste, a giudicare dalle sopracciglia
aggrottate, dalla larga bocca meno tumida e
sporgente del solito, e dal modo frammezzato
da brusche pause con il quale percorreva su e
giù il doppio passage de l'Opera. Era triste.
Era proprio lui, la più bella mente commerciale e letteraria del diciannovesimo secolo; lui,
quel cervello poetico tappezzato di cifre come
lo studio di un finanziere; era proprio lui,
l'uomo dai fallimenti mitologici, dalle iniziative
iperboliche e fantasmagoriche di cui si dimentica sempre di chiarire il senso; il grande cacciatore di sogni, senza tregua alla
ricerca dell'assoluto; lui, il personaggio più strano, più buffo, più
interessante e più vanitoso dei
personaggi della Comedie humaine; lui,
quell'originale insopportabile nella vita quanto
delizioso nei suoi scritti, quel bambinone gonfio di genio e di vanità, dotato di tante qualità
e di tante pecche che si esita a sopprimere le
une per paura di perdere le altre, e quindi di
rovinare quell'incorreggibile e fatale mostruosità!
Che aveva da essere così tetro, il grand'uomo, per camminare a quel modo, con il mento
sulla pancia, e per costringere la sua fronte
corrugata a farsi pelle di zigrino?
Sognava forse ananas da quattro soldi, un
ponte sospeso di liane, una villa senza scale
con salottini rivestiti di mussola? Qualche
principessa, prossima alla quarantina, gli aveva
lanciato una di quelle occhiate intense che la
bellezza deve al genio? Oppure il suo cervello,
gravido di qualche macchina industriale, era
attanagliato da tutte le sofferenze di un inventore?
Ahimè, no! La tristezza del grand'uomo era
una tristezza volgare, terra terra, ignobile, vergognosa e ridicola; si trovava in quel caso mortificante che tutti noi conosciamo, in cui ogni
minuto che vola via porta con se sulle sue ali
una possibilità di salvezza; in cui, con l'occhio
fisso sull'orologio, il genio dell'invenzione
sente la necessità di raddoppiare, triplicare, decuplicare le forze in proporzione al tempo che
diminuisce e alla velocità che avvicina l'ora fatale. L'illustre autore della Teoria della cambiale doveva pagare il giorno dopo un effetto
di milleduecento franchi, ed era ormai sera
avanzata.
In un caso del genere, accade a volte che,
spremuta, compressa, manipolata, schiacciata
sotto il pistone della necessità, la mente si
slanci improvvisamente fuori della sua prigione
con un getto inatteso e vittorioso.
È quanto accadde probabilmente al grande
romanziere, perché sulla sua bocca un sorriso
subentrò alla contrazione che ne tormentava le
linee orgogliose; il suo occhio si riprese, e il nostro uomo, calmo e pacato, si avviò verso rue
Richelieu con passo sublime e cadenzato.
Salì in una casa dove un commerciante facoltoso e prospero si stava riposando dalle fatiche della giornata con un tè accanto al camino; fu ricevuto con tutti gli onori dovuti al
suo nome, e di lì a pochi minuti espose con
queste parole lo scopo della visita:
«Volete avere dopodomani, sul Siècle e sui Debats, due grossi articoli di miscellanea riguardo ai
Français peints par eux-memes, due
miei grossi articoli e firmati con il mio nome?
Mi occorrono millecinquecento franchi. Per
voi, è un affare d'oro».
Sembra che l'editore, diverso in ciò dai suoi
colleghi, giudicasse ragionevole il ragionamento, tanto da concludere immediatamente il
contratto. L'altro, ricredendosi, insistette affinché i millecinquecento franchi fossero consegnati alla comparsa del primo articolo; poi
tornò tranquillamente verso il passage de
l'Opera.
Di lì a qualche minuto, scorse un ometto
giovane dalla fisionomia bisbetica e spiritosa,
che poco tempo prima gli aveva fatto una sbalorditiva prefazione per la Grandeur et decadence de César
Birotteau, e che era già noto
nel giornalismo per la sua vena comica e quasi
empia; il pietismo non gli aveva ancora tagliato
le unghie ne i giornali bigotti gli avevano
aperto i loro beati spegnitoi.
«Edouard, volete avere domani centocinquanta franchi?». «Caspita!». «Ebbene, venite
a prendere un caffè».
li giovanotto bevve una tazza di caffè, che
per prima cosa sovreccitò la sua piccola costituzione meridionale.
«Edouard, mi occorrono domattina tre
grandi colonne di miscellanea riguardo ai
Franrçais peints par eux-memes; stamane, capite,
e di buon mattino; perché devo ricopiare l'articolo interamente a mano e firmarlo con il mio
nome; è molto importante».
Il grand'uomo pronunciò queste parole con
l'enfasi ammirevole e con il tono maestoso con
cui a volte dice a un amico che non può ricevere: «Mille scuse, mio caro, se vi lascio sulla
porta; ma sono a tu per tu con una principessa,
il cui onore è a mia disposizione, e quindi capirete...».
Edouard gli strinse la mano, come a un benefattore, e corse a lavorare.
Il grande romanziere commissionò il secondo articolo in rue de Navarin.
Il primo articolo apparve due giorni dopo
sul Siècle. Cosa strana, non era firmato né
dall'ometto né dal grand'uomo, ma da un terzo
nome ben noto nella bohème di allora per i
suoi amori di micione e di Opéra-Comique.
Il secondo amico era, ed è ancora, grosso,
pigro e linfatico; inoltre, non ha idee e sa solamente infilare parole come perle nello stile
delle collane degli Osage, e, siccome ci vuole
molto più tempo per restringere tre grandi colonne di parole che per fare un volume d'idee,
il suo articolo apparve solo alcuni giorni dopo.
Non fu inserito sui Debats, ma sulla Presse.
L'effetto di 1.200 franchi era pagato; ciascuno era pienamente soddisfatto, eccetto
l'editore, che lo era quasi. E così si pagano i
debiti... quando si ha del genio.
Se qualche maligno si azzardasse a prendere
tutto ciò per una balla di giornaletto e per un
attentato alla gloria dell'uomo più grande del
nostro secolo, si sbaglierebbe ignobilmente; ho
voluto mostrare che il grande poeta sapeva venire a capo di una cambiale con altrettanta facilità del romanzo più misterioso e più ingarbugliato.
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