Da "La Divina Commedia - Inferno, c. XXVI" di D. Alighieri, a cura di U.Bosco e G.Reggio, Le Monnier, 2002


L'incontro di Dante con lo spirito di Ulisse - dalle note di ©U. Bosco e G. Reggio al XXVI canto: " ... Come Ulisse aveva posposto gli affetti al suo dovere di «seguir virtute e canoscenza», così aveva fatto Dante perseguire, nel suo caso, «virtute». Ulisse era stato da Seneca appaiato a Catone Uticense; e anche Dante, se qui celebra un ardore di conoscenza che sfida la morte, in Pg 1-11 esalta Catone suicida per amore di libertà, cioè per ubbidire a un imperativo morale, per seguire «virtute». Si facciano due altre considerazioni, comunemente trascurate. L'ardimento di Ulisse si esplica non soltanto nell'affrontare l'Oceano sconosciuto, anche se questo è il suo merito maggiore; ma anche nella precedente esplorazione, del Mediterraneo occidentale, a cui non rinuncia pur dopo tanti pericoli già corsi, e mentre la vecchiaia avanza. Non per nulla Dante ha cura di descrivere questa esplorazione con tanta determinatezza geografica. Inoltre, la luce dell'episodio non è proiettata sul solo Ulisse. Dopo aver detto del suo proprio ardore di conoscenza, l'eroe, una volta nominata la «compagna/picciola» da cui non era stato abbandonato, non la dimentica più; nella fase culminante del viaggio, dopo l'orazione, il poeta fa parlare Ulisse sempre al plurale, sino al verso finale «infin che 'l mar fu sovra noi richiuso». Egli è l'iniziatore e il persuasore; ma l'ansia di conoscere è di tutti; non solo dei compagni, ma di tutti gli uomini degni di questo nome: è questo il succo dell'orazione. Ulisse non incita i compagni con la prospettiva di gloria nascente da un'eccezionale impresa, bensì richiamandoli alloro dovere di uomini. Per conservare questa poca vita che vi rimane, non negatevi, dice Dante, l'esperienza anche del mondo disabitato: questa esperienza è un dovere e un premio.
Giacché il poeta ha di mira, esaltando, in toni stilistici pacati ma solenni, un uomo e un'impresa eccezionali, l'affermazione di un dovere fondamentale d'ogni uomo. A base del Convivio egli aveva posto l'opinione del suo Aristotele che «tutti li uomini naturalmente desiderano di sapere»; e che quindi, l'ultima perfezione della nostra anima, nella quale sta la nostra ultima felicità, è la scienza. Solo il desiderio di conoscere (e di progredire) distingue gli uomini dai bruti, per i quali il problema della conoscenza non esiste: vivono per conservar se stessi e la loro specie: è dunque un carattere primordiale dell'uomo, che negli uomini più alti raggiunge un grado eroico. Dante lo avvertiva motore primo del suo proprio essere, egli che nella conquista della conoscenza assoluta faceva consistere la beatitudine celeste. Il poeta porta qui alla sua massima tensione figurativa e morale quel discorso poetico sulla magnanimità che aveva iniziato già nel canto II, aveva continuato nel III, comunicandoci per contrasto il suo disprezzo per i pusillanimi, nel IV; in cui aveva riconosciuto un premio alla magnanimità anche senza battesimo, nel X, incentrandolo in Farinata. Ma già nel canto II, descrivendo una crisi della propria magnanimità, aveva impostato il problema dei limiti anche di questa; erano cominciati i moniti all'umiltà, quelle affermazioni della necessità della Grazia che costituiscono una delle travature fondamentali del poema. Un'altra crisi del magnanimo è descritta nel canto IX, quando il viaggiatore è davanti alle mura della città di Dite; nel canto XIV Capaneo è mito dell'eccessiva fiducia in se stesso, della magnanimità che diventa presunzione e quindi nega se stessa; nel XX l'episodio degli indovini che pretendono di penetrare nel consiglio divino è un monito all'umiltà intellettuale: in quel canto, come abbiamo visto, appare per la prima volta il concetto dell'arretrare credendo di avanzare che tornerà più volte nel poema, sino alla preghiera finale di S. Bernardo alla Vergine, e che ha qui, nel mito di Ulisse, la sua consacrazione anche figurativa. Il problema per Dante è essenziale: dovere di conoscere, elevarsi, sì; ma anche di sapere arrestarsi a un certo punto: per tutti ci sono «riguardi / acciò che l'uom più oltre non si metta». I romantici videro in Ulisse un personaggio-simbolo della ribellione, a essi propria, a tutto ciò che comprime e limita l'individuo nella piena esplicazione di se stesso; dell'impennarsi titanico dell'uomo contro forze a lui di gran lunga superiori; del desiderio di fuggire il consueto e la norma; di andar sempre oltre, di raggiungere l'assoluto, pur sapendo ciò impossibile; dell'attrazione del mistero. ...".


"Godi, Fiorenza, poi che se' sì grande
che per mare e per terra batti l'ali,
e per lo 'nferno tuo nome si spande!
Tra li ladron trovai cinque cotali
tuoi cittadini onde mi ven vergogna,
e tu in grande orranza non ne sali.
Ma se presso al mattin del ver si sogna,
tu sentirai, di qua da picciol tempo,
di quel che Prato, non ch'altri, t'agogna.
E se già fosse, non saria per tempo.
Così foss' ei, da che pur esser dee!
ché più mi graverà, com' più m'attempo.
Noi ci partimmo, e su per le scalee
che n'avea fatto iborni a scender pria,
rimontò 'l duca mio e trasse mee;
e proseguendo la solinga via,
tra le schegge e tra ' rocchi de lo scoglio
lo piè sanza la man non si spedia.
Allor mi dolsi, e ora mi ridoglio
quando drizzo la mente a ciò ch'io vidi,
e più lo 'ngegno affreno ch'i' non soglio,
perché non corra che virtù nol guidi;
sì che, se stella bona o miglior cosa
m'ha dato 'l ben, ch'io stessi nol m'invidi.
Quante 'l villan ch'al poggio si riposa,
nel tempo che colui che 'l mondo schiara
la faccia sua a noi tien meno ascosa,
come la mosca cede a la zanzara,
vede lucciole giù per la vallea,
forse colà dov' e' vendemmia e ara:
di tante fiamme tutta risplendea
l'ottava bolgia, sì com' io m'accorsi
tosto che fui là 've 'l fondo parea.
E qual colui che si vengiò con li orsi
vide 'l carro d'Elia al dipartire,
quando i cavalli al cielo erti levorsi,
che nol potea sì con li occhi seguire,
ch'el vedesse altro che la fiamma sola,
sì come nuvoletta, in sù salire:
tal si move ciascuna per la gola
del fosso, ché nessuna mostra 'l furto,
e ogne fiamma un peccatore invola.
Io stava sovra 'l ponte a veder surto,
sì che s'io non avessi un ronchion preso,
caduto sarei giù sanz' esser urto.
E 'l duca che mi vide tanto atteso,
disse: «Dentro dai fuochi son li spirti;
catun si fascia di quel ch'elli è inceso».
«Maestro mio», rispuos' io, «per udirti
son io più certo; ma già m'era avviso
che così fosse, e già voleva dirti:
chi è 'n quel foco che vien sì diviso
di sopra, che par surger de la pira
dov' Eteòcle col fratel fu miso?».
Rispuose a me: «Là dentro si martira
Ulisse e Dïomede, e così insieme
a la vendetta vanno come a l'ira;
e dentro da la lor fiamma si geme
l'agguato del caval che fé la porta
onde uscì de' Romani il gentil seme.
Piangevisi entro l'arte per che, morta,
Deïdamìa ancor si duol d'Achille,
e del Palladio pena vi si porta».
«S'ei posson dentro da quelle faville
parlar», diss' io, «maestro, assai ten priego
e ripriego, che 'l priego vaglia mille,
che non mi facci de l'attender niego
fin che la fiamma cornuta qua vegna;
vedi che del disio ver' lei mi piego!».
Ed elli a me: «La tua preghiera è degna
di molta loda, e io però l'accetto;
ma fa che la tua lingua si sostegna.
Lascia parlare a me, ch'i' ho concetto
ciò che tu vuoi; ch'ei sarebbero schivi,
perch' e' fuor greci, forse del tuo detto».
Poi che la fiamma fu venuta quivi
dove parve al mio duca tempo e loco,
in questa forma lui parlare audivi:
«O voi che siete due dentro ad un foco,
s'io meritai di voi mentre ch'io vissi,
s'io meritai di voi assai o poco
quando nel mondo li alti versi scrissi,
non vi movete; ma l'un di voi dica
dove, per lui, perduto a morir gissi».
Lo maggior corno de la fiamma antica
cominciò a crollarsi mormorando,
pur come quella cui vento affatica;
indi la cima qua e là menando,
come fosse la lingua che parlasse,
gittò voce di fuori e disse: «Quando
mi diparti' da Circe, che sottrasse
me più d'un anno là presso a Gaeta,
prima che sì Enëa la nomasse,
né dolcezza di figlio, né la pieta
del vecchio padre, né 'l debito amore
lo qual dovea Penelopè far lieta,
vincer potero dentro a me l'ardore
ch'i' ebbi a divenir del mondo esperto
e de li vizi umani e del valore;
ma misi me per l'alto mare aperto
sol con un legno e con quella compagna
picciola da la qual non fui diserto.
L'un lito e l'altro vidi infin la Spagna,
fin nel Morrocco, e l'isola d'i Sardi,
e l'altre che quel mare intorno bagna.
Io e ' compagni eravam vecchi e tardi
quando venimmo a quella foce stretta
dov' Ercule segnò li suoi riguardi
acciò che l'uom più oltre non si metta;
da la man destra mi lasciai Sibilia,
da l'altra già m'avea lasciata Setta.
"O frati", dissi, "che per cento milia
perigli siete giunti a l'occidente,
a questa tanto picciola vigilia
d'i nostri sensi ch'è del rimanente
non vogliate negar l'esperïenza,
di retro al sol, del mondo sanza gente.
Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e canoscenza".
Li miei compagni fec'io sì aguti,
con questa orazion picciola, al cammino,
che a pena poscia li avrei ritenuti;
e volta nostra poppa nel mattino,
de' remi facemmo ali al folle volo,
sempre acquistando dal lato mancino.
Tutte le stelle già de l'altro polo
vedea la notte, e 'l nostro tanto basso,
che non surgëa fuor del marin suolo.
Cinque volte racceso e tante casso
lo lume era di sotto da la luna,
poi che 'ntrati eravam ne l'alto passo,
quando n'apparve una montagna, bruna
per la distanza, e parvemi alta tanto
quanto veduta non avëa alcuna.
Noi ci allegrammo, e tosto tornò in pianto;
ché de la nova terra un turbo nacque
e percosse del legno il primo canto.
Tre volte il fé girar con tutte l'acque;
a la quarta levar la poppa in suso
e la prora ire in giù, com' altrui piacque,
infin che 'l mar fu sovra noi richiuso»."



© a cura di U. Bosco e G. Reggio, 2002, Le Monnier

 
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