Perle dei Grandi della letteratura a cura della redazione

Jack London: da "Pronto soccorso per scrittori esordienti"  - Edizioni Minimum Fax, 2005

    Della filosofia di vita dell'autore:
   "
E allora tu, giovane scrittore, hai qualcosa da dire, o credi soltanto di avere qualcosa da dire? Se ce 1'hai, nulla potrà impedirti di dirlo. Se sei in grado di pensare cose che al mondo piacerebbe sentire, la forma stessa del pensiero già ne è l'espressione. Se pensi con chiarezza, scriverai con chiarezza; se i tuoi pensieri sono meritevoli, altrettanto meritevole sarà la tua scrittura. Ma se il tuo modo di esprimerti è scadente, è perché i tuoi pensieri sono scadenti; se è limitato, è perché tu sei limitato. Se hai le idee confuse e ingarbugliate, come puoi aspettarti di esprimerle con lucidità? Se le tue conoscenze sono scarse o poco sistematiche, come possono le tue parole essere chiare o logiche? E senza il robusto sostegno di una filosofia operativa, come puoi fare ordine nel caos? Come fai a compiere previsioni e valutazioni chiare? Come puoi percepire a livello qualitativo e quantitativo l'importanza relativa di ogni briciola di conoscenza che possiedi? E senza tutto questo come puoi essere mai te stesso? Come fai ad avere qualcosa di originale da proporre all'orecchio ormai sazio del mondo?
L 'unico modo per conquistarsi questa filosofia è cercarla, estraendo dalla conoscenza e dalla cultura del mondo i materiali che vanno a comporla. Che cosa sai del mondo al di sotto della sua superficie ribollente? Che cosa sai delle bolle se non comprendi le forze che operano nelle profondità del calderone? Un artista può forse dipingere un Ecce Homo senza avere la minima idea della storia e dei miti ebraici, e di tutte le varie caratteristiche che messe insieme formano l' indole dell' ebreo, le sue convinzioni e i suoi ideali, le sue passioni e i suoi piaceri, le sue speranze e paure? Un musicista può forse comporre la "Cavalcata delle Valchirie" e non sapere nulla della grande epica teutonica ? Lo stesso vale per te: devi studiare. Devi arrivare a interpretare il volto della vita con intelligenza. Per comprendere le caratteristiche e le fasi di qualsiasi cambiamento, devi conoscere lo spirito che induce all'azione gli individui e i popoli, che dà vita e impulso alle grandi idee, che fa impiccare un John Brown o crocifiggere un Messia. Devi toccare con mano il pulsare più profondo delle cose. E la somma di tutto questo sarà la tua filosofia operativa, con la quale, in seguito, misurerai, soppeserai, valuterai e interpreterai il mondo. Ciò che chiamiamo individualità non è altro che questa impronta personale del punto di vista di ogni singolo individuo."
Jack London

 Sándor Márai: da "Confessioni di un borghese"  Adelphi Edizioni, 2003

    Essere scrittore:
   "... Il lavoro dello scrittore -a prescindere dalla sua qualità -esige che il nostro cuore, il nostro sistema nervoso e la nostra coscienza si arroventino fino a raggiungere una temperatura costante assai più alta della media. Non si può tirare sul prezzo, né chiedersi se «ne vale la pena» -non si può mercanteggiare con un'ossessione, che altri sono liberi di etichettare con la lusinghiera qualifica di «vocazione», mentre da parte mia credo che sia meglio definirla, in maniera nuda e cruda, un'idea fissa... L'uomo «felice» non è creativo; è un uomo felice, punto e basta. Quanto a me, non mi sono mai sentito attratto dalla felicità in quanto obiettivo da perseguire metodicamente; la felicità l'ho sempre vista con un' ombra di disprezzo, e mi rendo conto che si tratta di un'attitudine morbosa. ..."
   "... Una volta uno scrittore mi ha insegnato che l'insoddisfazione e l'irrequietezza sono il morbo che affligge l'uomo occidentale. E una donna mi ha insegnato che questa è la «malattia dello scrittore», che preclude all'uomo di pensiero ogni soddisfazione che non sia di ordine professionale. Può darsi che io sia uno scrittore. Il desiderio di evadere mi perseguita sin da quei tempi, e in determinate fasi riaffiora nella mia vita con prepotenza, manda per aria il mio quadro esistenziale, mi trascina in situazioni riprovevoli, in crisi sgradevoli e incresciose. Fu così che più tardi scappai dalla professione a cui ero stato destinato, fu così che a volte evasi dal mio matrimonio, fu così che mi trovai invischiato in «avventure» che non vedevo l'ora di lasciarmi alle spalle, fu così che ruppi legami sentimentali e amicizie; e fu così che da giovane peregrinai di città in città, abbandonando orizzonti familiari per orizzonti sconosciuti, fino a quando la mia esistenza vagabonda non mi apparve una condizione naturale: il mio sistema nervoso si adattò a questa sensazione di allarme, e pervenendo a una sorta di «disciplina» artificiale incominciai infine a lavorare... Ancora oggi vivo così, tra due treni, due evasioni, due fughe, come chi non sappia mai quale rischiosa avventura interiore lo attenda al prossimo risveglio. Sono ormai avvezzo a questo stato. Fu dunque così che tutto cominciò. ..."
   "... In che modo si diventa scrittori? ...Non lo so. Non ricordo una «esperienza» isolata, legata a un evento preciso, che avrebbe potuto rivelarsi «decisiva» nel conferirmi un particolare tipo di vista e di udito e nell'imprimermi la mentalità di uno scrittore, scatenando così in me una vocazione. Ho voluto scrivere da sempre. Non sono mai stato sfiorato dall'idea che avrei potuto ricorrere anche ad altri mezzi d'espressione, oltre a quello del pensiero tradotto in forma scritta. A quattordici anni ero scrittore almeno quanto lo sono adesso; certo, non sapevo scrivere, ma consideravo la vita come un' occasione per esprimermi e avevo un buon orecchio per il suono della letteratura, che forse coglievo più istintivamente di oggi. Oggi mi confondono i dubbi, le esperienze e i molti tentativi già compiuti, commetto parecchi errori, e durante il lavoro mi accompagna costantemente la responsabilità del compito, insieme all'incertezza e a un tormentoso senso di insoddisfazione alimentato dalla consapevolezza dei miei limiti. Credo che con Donyi iniziammo puntando un tantino troppo in alto: nientedimeno che Shakespeare e Tolstoj. E nutrivamo un sommo disprezzo per tutto ciò che non era «pura» letteratura...
Non sapevamo - e come avremmo potuto saperlo? - che la letteratura non consiste soltanto nella somma dei massimi risultati; eravamo tutt'altro che modesti, e pretendevamo troppo anche da noi stessi, sicché non tardammo a perdere la voce. Nel corso della sua breve vita Donyi scrisse soltanto poche righe, e non osò mai affrontare lavori impegnativi, paralizzato da un sacro rispetto per la professione; quando io smarrii la strada e mi diedi al giornalismo, lui, quasi sentendosi tradito, mi supplicò come un monaco che voglia indurre alla ragione un confratello sul punto di abiurare la sua fede; poi mi abbandonò al mio destino... Da ragazzi giocavamo «allo scrittore» senza neanche essere sfiorati dall'idea che si potesse giocare a qualcos'altro. Dacché ho l'età della ragione ho sempre voluto scrivere, e oggi ho la sensazione che sin dall'infanzia ho continuato a lavorare non tanto a singoli compiti quanto a una specie di «opera» unitaria, che è imperfetta, approssimativa, disseminata di erbacce e di ciarpame; ma al di là dei compiti occasionali, ciò che mi preme è proprio questo tutto, di cui cerco di ravvisare i contorni; talvolta vedo già delinearsi chiaramente l'uno o l'altro particolare, mentre l'insieme, naturalmente, rimane indistinto e inafferrabile... Donyi mi ha insegnato che bisogna parlare soltanto con voce limpida e in momenti solenni. Ma io ancora oggi non smetto di ciarlare compulsivamente, come spinto dal terrore della morte. ..."
Sándor Márai

Milan Kundera: da "Il sipario"  Adelphi editore, 2005

Storia e valore:
    "Immaginiamo che un compositore contemporaneo abbia scritto una sonata del tutto simile per forma, armonie, linee melodiche, a quelle di Beethoven. Immaginiamo anche che questa sonata sia stata composta così magistralmente che, se davvero fosse di Beethoven, figurerebbe fra i suoi capolavori. Per magnifica che fosse, firmata da un compositore contemporaneo susciterebbe il riso. Nella migliore delle ipotesi, il suo autore verrebbe applaudito come un virtuoso del pastiche.
Ma come! Proviamo un piacere estetico davanti a una sonata di Beethoven e non ne proviamo affatto davanti a un'altra dello stesso stile e dello stesso fascino se è firmata da un nostro contemporaneo?
Non è il massimo dell'ipocrisia? La sensazione di bellezza, anziché spontanea, dettata dalla nostra sensibilità, è dunque cerebrale, condizionata dalla conoscenza di una data?
Non possiamo farci nulla: la coscienza storica è così intrinseca alla nostra percezione dell'arte che un simile anacronismo (un'opera di Beethoven che porta la data dei nostri giorni) sarebbe spontaneamente (cioè senza alcuna ipocrisia) avvertito come ridicolo, falso, incongruo, addirittura mostruoso. La nostra coscienza della continuità è tanto forte da intervenire nella percezione di ogni opera d'arte.
Jan Mukafovsky, il fondatore dell'estetica strutturalista, ha scritto a Praga nel 1932: «Solo la supposizione del valore estetico oggettivo dà un senso all'evoluzione storica dell'arte». In altri termini: se il valore estetico non esiste, la storia dell'arte non è che un immenso deposito di opere la cui successione cronologica è priva di senso. E inversamente: è solo nel contesto dell'evoluzione storica di un'arte che è possibile cogliere il valore estetico."
Milan Kundera

Hermann Hesse: da "L'infanzia dell'incantatore"  - Oscar Piccoli Saggi Mondadori, 1995

    Formazione:
   "... Il problema era questo: dai tredici anni in poi mi fu chiaro che volevo diventare o un poeta o niente. Ma con altrettanta chiarezza dovetti fare poco alla volta un'altra penosa constatazione. Diventare maestro, pastore, medico, artigiano,commerciante, impiegato postale, o anche musicista, oppure pittore o architetto, era possibile, per tutti i mestieri del mondo c'era una via, c'erano dei preliminari, una scuola, un tirocinio. Solo per i poeti mancava tutto questo! Era bensì permesso, anzi veniva considerato un onore, essere un poeta: cioè un poeta famoso e di successo, e per lo più purtroppo allora si era già morti. Ma diventare un poeta era impossibile, volerlo diventare era una cosa ridicola e vergognosa, come capii ben presto. Feci in fretta a trarre dalla situazione l'ovvio ammaestramento: poeta era qualcosa che si poteva essere ma non diventare. Inoltre: l'interessarsi della poesia e del proprio talento poetico rendeva sospetti agli occhi degli insegnanti, si veniva per questo da essi scherniti o ridicolizzati, a volte perfino mortalmente offesi. Per i poeti era come per gli eroi e per tutte le altre grandi e belle figure, per le aspirazioni magnanime e poco comuni: nel passato erano splendide, tutti i libri di scuola erano pieni delle loro lodi, ma nel presente, nella realtà li si odiava; e forse i maestri erano messi lì e istruiti apposta per evitare il più possibile che venissero in fama uomini liberi e magnifici e compissero azioni splendide e grandiose.
"

    Scrivere per professione:
   "...
Poi divenni libraio, per poter finalmente guadagnarmi il pane. Coi libri almeno ero in migliori rapporti che con la morsa e le ruote dentate che mi avevano fatto tribolare da meccanico. Dapprima l'immergermi nel nuovo e nel nuovissimo della letteratura, o meglio l'esserne sommerso, fu per me una gioia ebbra. Ma dopo un po' non mancai di osservare che nel campo della cultura il vivere nel puro presente, nel nuovo e nel nuovissimo, è insensato e insopportabile, che solo un continuo rapporto con ciò ch'è stato, con la storia, con l'antico e con l' antichissimo, rende possibile la vita dello spirito. Infatti per me, esaurita quella prima sete, fu una necessità dal mare delle cose nuove ritornare all'antico, e così feci, passando dal commercio dei libri nuovi all'antiquariato. Ma rimasi fedele a quella professione solo finche ne ebbi bisogno per campare la vita: quando a ventisei anni riportai il mio primo successo letterario, smisi anche quel lavoro.
Ora dunque, dopo tante tempeste e tanti sacrifici, la meta era raggiunta; ero infine, per quanto impossibile fosse sembrato il diventarlo, uno scrittore, e avevo vinto, o così pareva, la lunga tenace lotta col mondo. L'amarezza degli anni di scuola e di quelli della mia formazione, in cui ero stato spesso vicino a soccombere, ora potevo dimenticarla e sorriderne; anche parenti e amici, che avevano disperato di me, mi approvavano cordialmente. Avevo vinto, e quand'anche facessi la cosa più stupida e futile, ormai la trovavano incantevole; come del resto anch'io ero incantato di me stesso. Compresi solo allora in che orrendo isolamento, in che pericoloso ascetismo ero vissuto anno per anno; l'atmosfera calda di apprezzamento mi fece bene e cominciai a divenire un uomo soddisfatto."
Hermann Hesse

Jerome D. Salinger: da "Il giovane Holden"  Edizioni Einaudi, 1961

Come dovremmo far sentire il lettore:
    "... I libri che mi piacciono di più sono quelli che almeno ogni tanto sono un po' da ridere. Leggo un sacco di classici, come Il ritorno dell'indigeno e via discorrendo, e mi piacciono, e leggo un sacco di libri di guerra e di gialli e via discorrendo, ma non è che mi lascino proprio senza fiato. Quelli che mi lasciano proprio senza fiato sono i libri che quando li hai finiti di leggere e tutto quel che segue vorresti che l'autore fosse un tuo amico per la pelle e poterlo chiamare al telefono tutte le volte che ti gira."
Jerome D.  Salinger

Angeles Mastretta: da "Il mondo illuminato", Feltrinelli Editore 2000

"Accadono tante cose mentre si scrive un libro, sono tante le trovate e tanti i desideri racchiusi in trecento cartelle che, quando mi domandano l'argomento del libro che ho appena terminato, ho sempre il timore che si possa dire in dieci parole ciò che ho impiegato anni a raccontare, anni nei quali sono arrivata puntuale, come in nessun altro luogo, nella stanza di cui esorcizzo il silenzio con il quotidiano compito di inventare una storia. È questo, e nessun altro, il lavoro che la vita mi ha assegnato. Non ho mai imparato a ricamare, non ho mai avuto abbastanza talento per suonare il piano, non ho neanche lontanamente immaginato di scervellarmi sull'ingegneria, non saprei amministrare un'azienda, ne obbedire al mio partito o al mio capo, non ho la più pallida idea di come salvare l'ambiente e di medicina so quello che la mia vocazione di medico mi ha insegnato a leggere nel vademecum. Non sono mai riuscita a memorizzare neppure due righe di una legge, non saprei tenere la contabilità di un negozio e, nel bel mezzo di un acquazzone, non sono capace di vendere un ombrello. Non mi lamento delle mie carenze, scrivere è un mestiere che ripaga di quasi tutti i mali. Scrivendo, negli ultimi anni ho potuto udire una donna con la voce d'angelo che non ho, sono riuscita a innamorarmi di dieci uomini con tutta l'anima, ho ritrovato il padre che avevo perduto una mattina, ho condiviso la sua passione per l'opera, la politica e il buon vino, come se egli fosse il farmacista Sauri e io albergassi l'innocente fervore di sua figlia Emilia. Sono stata saggia come Josefa ed eccessiva come Milagros Veytia. Ho avuto uno zio ricco che mi ha lasciato in eredità una casa coloniale e infine ho giocato vicino alla fontana che c'era nel giardino del mio bisnonno.
Anzi, l'ho conosciuto, ho imparato da lui a curare le ferite, a riconoscere la gravità di una malattia, a estrarre figli dai ventri azzurri in cui li custodiscono le loro madri. Scrivendo 'Male d'amore' -il libro che ho terminato appena sei mesi fa e che già mi manca come un mondo perduto per sempre -sono salita sui treni della rivoluzione, sono diventata medico, guaritrice, indovina, contadina, generale, sacerdote, libraio, guerrigliera, amante di un uomo che ha bisogno di me e di un altro che non sa quello che vuole.
Ora che il romanzo è passato in mani altrui e che lo hanno letto i tre lettori che temo di più e i tre che mi dimostrano maggiore indulgenza; ora che è stato venduto agli editori e che incominciano ad arrivare le minuziose lettere dei traduttori, mi ha preso una tale nostalgia per quel mondo fra l'algido e il serafico nel quale ho vissuto mentre lo scrivevo, imprecando, dormendo male, opprimendo gli altri con l'angoscia di chi, un giorno sì e l'altro pure, si sente smarrita in una realtà strana e ardua che chissà come l'ha intrappolata e chissà quando si deciderà a lasciarla.
Che cosa vuol dire scrivere un libro? Perché si scrive un libro? I libri sono oggetti solitari, hanno una funzione soltanto se qualcuno li apre, esistono solo se vi è chi è disposto a perdersi in essi. Noi che li facciamo non siamo mai certi che ci sarà chi darà un senso al nostro lavoro. Scriviamo un giorno abbattuti e un giorno felici, come se camminassimo sull'orlo di un precipizio. A chi potrà interessare tutto questo? Ci sarà qualcuno che piangerà i morti che noi abbiamo pianto? Ci sarà chi avrà paura del desiderio, chi lo asseconderà e ne sentirà il bisogno insieme a noi? Perché scrivere un romanzo di costume? Chi si commuoverà per l'odore di zuppa calda che si spande giù per le scale che un avventuriero come Daniel Cuenca sta salendo? Chi apprezzerà il silenzio antiquato e coraggioso di Antonio Zavalza? Varrà la pena di leggere dieci libri su erbe e intrugli per trovare due nomi che rendano credibile mezza pagina? ..."
Angeles Mastretta

Washington Irving: da "Racconti fantastici", Donzelli Editore 2003

"Mi sono spesso meravigliato del gran proliferare di carta stampata e mi sono chiesto come mai così tanti cervelli, che la Natura sembra aver condannato alla sterilità, siano invece capaci di una produzione tanto voluminosa. È pur vero però che, mentre l'uomo procede nel cammino della vita, diminuiscono di giorno in giorno i suoi perché e sempre più spesso scopre risposte molto semplici a ciò che gli appare incredibile o straordinario. Così mi è capitato, a spasso per questa grande metropoli, di imbattermi in una scena che mi ha svelato alcuni misteri dell'arte di fabbricare libri, ponendo fine in un istante alle mie perplessità.
Un giorno d'estate mi aggiravo, apatico e accaldato, per gli ampi saloni del British Museum; mi fermavo davanti alla bacheca dei minerali, oppure guardavo i geroglifici di una mummia egiziana, e ogni tanto cercavo, sempre con scarso successo, di decifrare i dipinti allegorici degli alti soffitti. Me ne stavo così soprappensiero, quando il mio sguardo fu attratto da una porta in fondo a una serie di sale: era chiusa ma ogni tanto si apriva e ne usciva furtivamente qualcuno, di solito vestito di nero, che sgusciava fra le stanze senza guardarsi intorno. L'atmosfera misteriosa destò la mia sopita attenzione e decisi di varcare quella soglia per esplorare l'ignoto. La porta cedette al tocco della mia mano, con la stessa facilità con cui si aprono i battenti dei castelli incantati al tocco dei cavalieri erranti e mi ritrovai in un'ampia sala, con enormi scaffali pieni di libri famosi; fra le mensole e la cornice di stucco del soffitto pendevano molti ritratti, antichi e anneriti, di scrittori del passato. ..."
Washington Irving

Dante Alighieri: da "Convivio", 1307

"1. Sì come dice lo Filosofo nel principio de la Prima Filosofia, tutti li uomini naturalmente desiderano di sapere. La ragione di che puote essere ed è che ciascuna cosa, da providenza di prima natura impinta, è inclinabile a la sua propria perfezione; onde, acciò che la scienza è ultima perfezione de la nostra anima, ne la quale sta la nostra ultima felicitade, tutti naturalmente al suo desiderio semo subietti. 2. Veramente da questa nobilissima perfezione molti sono privati per diverse cagioni, che dentro a l'uomo e di fuori da esso lui rimovono da l'abito di scienza. Dentro da l'uomo possono essere due difetti e impedi[men]ti: l'uno da la parte del corpo, l'altro da la parte de l'anima. 3. Da la parte del corpo è quando le parti sono indebitamente disposte, sì che nulla ricevere può, sì come sono sordi e muti e loro simili. Da la parte de l'anima è quando la malizia vince in essa, sì che si fa seguitatrice di viziose delettazioni, ne le quali riceve tanto inganno che per quelle ogni cosa tiene a vile. 4. Di fuori da l'uomo possono essere similemente due cagioni intese, l'una de le quali è induttrice di necessitade, l'altra di pigrizia. La prima è la cura familiare e civile, la quale convenevolmente a sé tiene de li uomini lo maggior numero, sì che in ozio di speculazione esser non possono. L'altra è lo difetto del luogo dove la persona è nata e nutrita, che tal ora sarà da ogni studio non solamente privato, ma da gente studiosa lontano. 5. Le due di queste cagioni, cioè la prima da la parte [di dentro e la prima da la parte] di fuori, non sono da vituperare, ma da escusare e di perdono degne; le due altre, avvegna che l'una più, sono degne di biasimo e d'abominazione."
Dante Alighieri

Jorge Luis Borges: da "La biblioteca di Babele", "Finzioni", 1944, Einaiudi 1985

"Lo scrivere metodico mi distrae dalla presente condizione degli uomini, cui la certezza di ciò, che tutto sta scritto, annienta o istupidisce. So di distretti in cui i giovani si prosternano dinanzi ai libri e ne baciano con barbarie le pagine, ma non sanno decifrare una sola lettera.
Le epidemie, le discordie eretiche, le peregrinazioni che inevitabilmente degenerano in banditismo, hanno decimato la popolazione. Credo di aver già accennato ai suicidi, ogni anno più frequenti. M'inganneranno, forse, la vecchiezza e il timore, ma sospetto che la specie umana -l'unica -stia per estinguersi, e che la Biblioteca perdurerà: illuminata, solitaria, infinita, perfettamente immobile, armata di volumi preziosi, inutile, incorruttibile, segreta.."
Jorge Luis Borges

Giovanni Pascoli: da "Il fanciullino", 1897

"Il poeta è poeta, non oratore o predicatore, non filosofo, non istorico, non maestro, non tribuno o demagogo, non uomo di stato o di corte. E nemmeno è, sia con pace del maestro, un artiere che foggi spada e scudi e vomeri; e nemmeno, con pace di tanti altri, un artista che nielli e ceselli l'oro che altri gli porga. A costituire il poeta vale infinitamente più il suo sentimento e la sua visione, che il modo col quale agli altri trasmette l' uno e l' altra. Egli, anzi, quando li trasmette, pur essendo in cospetto d'un pubblico, parla piuttosto tra sé, che a quello. Del pubblico, non pare che si accorga. Parla forte (ma non tanto!) più per udir meglio esso, che per farsi intendere da altrui. É, per usare immagini che sono presenti ora al mio spirito, è, sì, per quanto possa spiacere il dirlo, un ortolano; un ortolano, sì, o un giardiniere, che fa nascere e crescere fiori o cavolfiori. Sapete che cosa non è? Non è cuoco e non è fiorista, che i cavolfiori serva in bei piatti, con buoni intingoli, che i fiori intrecci in mazzetti o in ghirlandette. Egli non sa se non levare al cavolo qualche foglia marcia o bacata, e legare i fiori alla meglio, con un torchietto che strappa lì per lì a un salcio: come a dire, unisce i suoi pensieri con quel ritmo nativo, che è nell'anima del bimbo che poppa e del monello che ruzza.
Ora il poeta sarà invece un autore di provvidenze civili e sociali? Senza accorgersene, se mai. Si trova esso tra la folla; e vede passar le bandiere e sonar le trombe. Getta la sua parola, la quale tutti gli altri, appena esso l'ha pronunziata, sentono che è quella che avrebbero pronunziata loro. Si trova ancora tra la folla: vede buttare in istrada le masserizie di una famiglia povera. Ed esso dice la parola, che si trova subito piena delle lagrime di tutti.
Il poeta è colui che esprime la parola che tutti avevano sulle labbra e che nessuno avrebbe detta. Ma non è lui che sale su una sedia o su un tavolo, ad arringare. Egli non trascina, ma é trascinato; non persuade, ma è persuaso."
Giovanni Pascoli

Francis Scott Fitzgerald: da "Gli ultimi fuochi"  - Oscar Mondadori, 1974

    La personalità dello scrittore:
   "... «Eccovi uno scrittore» disse. «Sa tutto e al contempo non sa niente.»
«Cosa, cosa?» disse Wylie, indignato.
Venni così a sapere per la prima volta ch'era uno scrittore. E benché gli scrittori mi piacciano - perché se domandi a uno scrittore qualsiasi cosa di solito ottieni la risposta - ciò lo sminuì ugualmente ai miei occhi.
Gli scrittori non
sono esattamente individui come tutti gli altri. O, se valgono qualcosa, sono un intero mucchio di individui che si sforzano disperatamente di essere una individualità sola. Come gli attori, che tentano in modo così patetico di non guardarsi allo specchio. Che, tentando, indietreggiano... solo per vedere il loro viso riflesso nei prismi di una lumiera.
«Non sono forse così gli scrittori, Celia?» domandò Schwartz. «Non so come definirli. So soltanto che è vero.»"
Francis Scott Fitzgerald

Charles Baudelaire: da "Consigli ai giovani scrittori"  - Passigli Editori, 2000

    Della fortuna e della scarogna negli esordi:
   "... I giovani scrittori che, parlando di un giovane collega con un accento misto a invidia, dicono: «È un bell'esordio, ha avuto una fortuna sfacciata», non riflettono sul fatto che ogni esordio è sempre stato preceduto e che è l'effetto di altri venti esordi a loro ignoti.
Non so se la reputazione possa venire come un fulmine a ciel sereno; credo piuttosto che un successo sia, in una proporzione aritmetica o geometrica, a seconda della forza dello scrittore, il risultato dei successi antecedenti, spesso invisibili a occhio nudo. C'è una lenta aggregazione di successi molecolari; ma di generazioni miracolose o spontanee, mai.
Chi dice: Ho la scarogna, è chi non ha ancora avuto abbastanza successo e lo ignora. Tengo conto delle mille circostanze che avviluppano la volontà umana e che hanno anch'esse le loro cause legittime; formano una circonferenza nella quale è rinchiusa la volontà; tale circonferenza è però mutevole, viva, vorticosa, e cambia ogni giorno, ogni minuto, ogni secondo il suo cerchio e il suo centro. Così, trascinate da essa, tutte le volontà umane che vi sono recluse variano a ogni istante il loro moto reciproco, e proprio questo costituisce la libertà.
Libertà e fatalità sono due contrari; viste da vicino e da lontano sono un'unica volontà. Perciò non c'è la scarogna. Se avete la scarogna è perché vi manca qualcosa: cercate di conoscere quel qualcosa, e studiate il moto delle volontà vicine per spostare più facilmente la circonferenza."
Charles Baudelaire

Mary Wollstonecraft Godwin in Shelley: da "Frankenstein"  - Oscar Classici Mondadori, 1991

    Le emozioni dai libri:
   "... Mi è difficile farti capire l'effetto di questi libri. Produssero in me un'infinità di nuove immagini e sentimenti, che a volte mi sollevavano fino all'estasi, ma più spesso mi gettavano nella più profonda depressione. I dolori del giovane Werther, oltre all'interesse per la sua storia semplice e commovente, contiene tante idee e getta tanta luce su argomenti che per me erano stati finora oscuri, che lo trovai una inesauribile fonte di riflessione e di stupore. I costumi domestici e nobili che descrive, uniti ad alti sentimenti che hanno per oggetto qualcosa di altro da se, si accordavano bene con le mie esperienze tra i miei protettori e con i desideri sempre vivi nel mio petto. Ma consideravo Werther un essere più straordinario di quelli che avevo mai visto o immaginato: il suo carattere non aveva pretese, ma penetrava davvero in profondo. Le sue disquisizioni sulla morte e sul suicidio erano fatte per riempirmi di meraviglia. Non pretendevo di entrare nel merito della questione, tuttavia sentivo di condividere le opinioni dell'eroe, sulla cui fine piansi senza capirne bene le ragioni."
Mary Wollstonecraft Godwin

Ray Bradbury: da "Fahrenheit 451"  - Oscar Classici Mondadori, 1989

    La conoscenza:
   "...
Non siamo che sopracoperte di volumi, privi d'ogni altra importanza che non sia quella d'impedire alla polvere di seppellire i volumi. Alcuni dei nostri vivono in piccole città, in paesi e villaggi: il Capitolo primo, il Walden di Thoreau, abita a Green River, il Capitolo secondo a Willow Farm, Maine; diamine, c'è un paesino nel Maryland, con soltanto ventisette abitanti, nessuna bomba colpirà mai quel villaggio, che rappresenta la raccolta completa dei Saggi di un uomo chiamato Bertrand Russell. E quando la guerra sarà finita, uno di questi giorni, o uno di questi anni, si potranno riscrivere i libri, e la gente sarà chiamata, le persone verranno a una a una a recitare quello che sanno e noi ti stamperemo ogni cosa, fino a quando le tenebre di un nuovo Medio Evo non ci costringeranno a ricominciare tutto da capo. Ma questa è la cosa meravigliosa dell'uomo: che non si scoraggia mai, l'uomo, o non si disgusta mai fino al punto di rinunciare a rifar tutto da capo, perché sa, l'uomo, quanto tutto ciò sia importante e quanto valga la pena di essere fatto."

    L'umanità nei libri:
   "...
«Questa notte ho pensato a tutto il cherosene di cui mi sono servito da dieci anni a questa parte. E ho pensato ai libri. E per la prima volta mi sono accorto che dietro ogni libro c'è un uomo. Un uomo che ha dovuto pensarli. Un uomo a cui è occorso molto tempo per scriverli, per buttar giù tante parole sulla carta. Ed è un pensiero che non avevo mai avuto, prima di questa notte.»
Scese dal letto.
«A qualcuno è occorsa tutta una vita per mettere sulla carta una parte dei suoi pensieri, per guardarsi intorno e descrivere il mondo e la vita come li vedeva lui, e poi salto fuori io e in due minuti... bum! è tutto finito.»"
Ray Bradbury

 Sándor Márai: da "La recita di Bolzano"  Adelphi Edizioni, 2000

    Tipi di scrittori:
  
"... «Mi stupisco di essere uno scrittore» gli rispose l'altro con naturalezza. «Non c'è niente da fare, Balbi, sono veramente uno scrittore, e fammi la cortesia di non raccontarlo a nessuno: non mi piacciono i piagnistei che si fanno per vantarsi. Lo dico soltanto a te, perché ti considero una nullità. Si può scrivere in diversi modi. C'è chi se ne sta seduto in una stanza e scrive, senza fare nient'altro. Questi sono gli scrittori felici. Può anche darsi che abbiano una vita infelice: sono sempre soli, guardano le donne che passano come i cani guardano la luna, ululano per comunicare le loro sofferenze al mondo intero, si lagnano pubblicamente del fatto che ogni cosa li addolora, il sole, le stelle, l'autunno e la morte. Hanno una vita infelice, eppure sono loro gli scrittori felici: vivono solo per scrivere, incapaci di occuparsi d'altro, mangiano sostantivi a colazione e si addormentano con un aggettivo tondo e succulento fra le braccia. Mentre dormono, un sorriso amaro aleggia sulle loro labbra. E quando si svegliano, fissano il cielo con occhi strabici, perché vivono in uno stato di estasi perenne, in una specie di cieca esaltazione dovuta al fatto che, grazie agli aggettivi e ai sostantivi, balbettando o con scioltezza, sospirando o con voce squillante, alla fine arrivano sempre e comunque a esprimere qualcosa: un'impresa in cui persino il Padreterno è riuscito soltanto una volta. Questi sono gli scrittori felici, che passeggiano tra noi con aria infelice, e le donne li trattano con gentilezza e compassione, un po' come dei fratellini ritardati che a loro, da brave sorelle maggiori più sagge, tocca consolare e preparare alla morte. Non mi piacerebbe essere uno di questi scrittori» disse con un'ombra di disprezzo. «Non sono altro che scrittori...» "
Sándor Márai

Ruben Gallego: da "Bianco su nero"  - Adelphi Edizioni, 2002

    La baionetta:
   "...
Era raro che piangessi sui libri. Ragioni per piangere ne avevo a iosa anche senza il dolore fasullo dei libri. Un libro vero c'era, però. Quel libro non mentiva.
Pavka Korcagin cavalcava e maneggiava la sciabola come e quanto i moschettieri. Pavka Korcagin era un ragazzo forte e coraggioso. Combatteva per le idee, lui, se ne infischiava del denaro e degli onori. La budiinovka -misera copia in panno dell'elmo di un cavaliere -non poteva certo difenderlo da una vile pallottola. La sua sciabola affilata nulla poteva contro un Mauser. Lui lo sapeva, ma andava egualmente a combattere. E ci tornava, non una volta soltanto. Avventandosi sempre là dove la battaglia infuriava maggiormente. E vinceva, vinceva sempre. Con la sciabola e con la parola. Quando il corpo cedette, quando la sua mano non fu più in grado di reggere la lama, Pavka cambiò arma, e la penna valse quanto la baionetta. Lui ci riuscì. L'ultimo cavaliere all'arma bianca. L'ultimo vichingo del Ventesimo secolo.
Che cosa rimane a un uomo quando non gli resta quasi nulla? Come può giustificare la sua miseranda subesistenza di semicadavere? Perché vive? Non lo sapevo allora, e non lo so neanche oggi. Ma, come Pavka Korcagin, non voglio morire prima che arrivi la morte. Vivrò sino in fondo. E mi batterò. Battendo lentamente sui tasti del computer, una lettera dopo l'altra. Forgerò con cura la mia baionetta: il mio libro. So di avere diritto a un solo colpo, so che non ci sarà una seconda occasione. Mi impegno, ce la metto tutta. La baionetta va a colpo sicuro, lo so. La baionetta è perfetta, non ti tradisce."
Ruben Gallego

Francis Scott Fitzgerald: da "Nuotare sott'acqua e trattenere il fiato"  - Edizioni Minimum Fax, 2000

    Lettera a Morton Kroll, 1939:
   "
Qualcuno, che citerò con molta imprecisione, ha detto una volta: «Uno scrittore che sia riuscito a calare il proprio sguardo ancor più in profondità, nella propria anima o in quella degli altri, scoprendovi, grazie al suo talento, cose che nessuno aveva mai visto o osato raccontare, ha ampliato l'orizzonte della vita umana».
Ecco perché un giovane scrittore, una volta giunto al bivio di ciò che è da dire e ciò che è da tacere riguardo al sentimento, è tentato di lasciarsi guidare verso quanto è conosciuto, ammirato e comunemente accettato, poiché sente dentro di se una voce che gli sussurra: "Nessuno sarà toccato da questa emozione, a nessuno interesserà questa azione irrilevante: sono cose mie, non hanno alcun valore universale; forse non hanno nemmeno senso". Ma se il talento dello scrittore è autentico, o se la fortuna è con lui (a seconda dei punti di vista), un'altra voce allo stesso bivio lo incita a registrare quelle cose apparentemente insolite e insignificanti; in esse e in null' altro, risiede il suo stile, la sua personalità, insomma, tutta la sua natura di artista. Ciò che ha pensato di buttar via o, troppo spesso, ciò che ha già buttato via, era l'unica buona qualità concessagli. Gertrude Stein stava cercando di esprimere un pensiero analogo quando -parlando della vita più che della letteratura -disse che lottiamo contro la maggior parte delle nostre qualità di spicco finche non arriviamo verso i quarant'anni, e allora, troppo tardi, scopriamo che esse costituivano la nostra reale personalità. Erano la parte più profonda del nostro io, che avremmo dovuto accarezzare e nutrire.
D' altra parte, quanto precede è inesatto, e si potrebbe essere fuorviati da tutto ciò che ho detto, nello stesso senso in cui lo sono stati Saroyan e il compianto Tom Wolfe pensando che la scrittura debba essere la coltivazione di ogni erbaccia trovata in giardino. È a questo punto che interviene il talento, a distinguere tra i fiori comuni che ciascuno conosce e che non sono particolarmente attraenti, le erbacce ribelli e ingannevoli, e quel minuscolo, timido, spesso invisibile fiore nascosto in un angolo: quel fiore, coltivato alla Burbank, è tutto ciò che sarà valsa la pena di far crescere, sia che rimanga piccino sia che raggiunga l'altezza di una quercia."
Francis Scott Fitzgerald

Flannery O'Connor: da "Nel territorio del diavolo"  - Edizioni Minimum Fax, 2002

    Scrivere racconti:
   "... Tutti credono di sapere cos'è un racconto. Ma provate a chiedere a uno studente del primo anno di scriverne uno, ne caverete di tutto o quasi: reminiscenze, episodi, opinioni, aneddoti, di tutto, insomma, tranne che un racconto. Il racconto è un'azione drammatica compiuta, e in quelli più riusciti i personaggi si svelano mediante l' azione, e l' azione è a sua volta condotta mediante i personaggi: il significato che se ne trae deriva dall'esperienza nel suo complesso. Per quanto mi riguarda, preferisco definire il racconto un evento drammatico che coinvolge una persona in quanto persona, e persona particolare, partecipe cioè sia dell'umana condizione sia di una specifica situazione umana. Un racconto implica sempre, in forma drammatica, il mistero della personalità. Ne ho prestati alcuni a una signora di campagna che abita in fondo alla mia strada, e lei me li ha restituiti dicendo: "Be', 'sti racconti ti fanno proprio vedere come si comporta certa gente", e io ho pensato che avesse ragione; quando si scrivono racconti, bisogna accontentarsi di cominciare proprio da lì: facendo vedere come si comporta davvero certa gente, come si comporta a dispetto di tutto. Si tratta, certo, di un livello molto umile da cui partire, e infatti molti tra quelli convinti di voler scrivere racconti non sono disposti a cominciare da lì. Vogliono parlare di problemi, e non di persone, di questioni astratte, non di situazioni concrete. Hanno un 'idea, un sentimento, un io strabocchevole, o vogliono essere scrittori, oppure elargire saggezza in forme abbastanza semplici perché il mondo sia in grado di assorbirle. In ogni caso, non hanno una storia in testa, e se anche l'avessero non sarebbero disposti a scriverla; in assenza di storia, partono alla scoperta di una teoria, di una formula o di una tecnica."
Flannery O'Connor

Joseph Conrad: da "Il negro del Narcissus" 

    Narrativa e temperamento:
   "...
La narrativa, per quanto minimamente aspiri all'arte, si rivolge al temperamento. E in verità deve essere come in pittura, in musica, in tutte le arti, l'appello di un temperamento a tutti gli altri innumerevoli temperamenti di cui il potere sottile e irresistibile dota gli avvenimenti effimeri del loro senso di verità, e crea l'atmosfera morale ed emotiva del luogo e del tempo. Un tale appello, perché appaia efficace, deve essere un'impressione trasmessa dai sensi; ed infatti non potrebbe essere altrimenti, perché il temperamento, sia esso individuale o collettivo, non è sottomesso alla persuasione. Le arti perciò si rivolgono innanzi tutto ai sensi, ed un tentativo artistico, quando si esprime con la parola scritta, deve rivolgersi anch'esso ai sensi se il suo più profondo scopo è di raggiungere la molla segreta delle emozioni che vi corrispondono. Si deve strenuamente aspirare alla plasticità della scultura, al colore della pittura, alle magiche suggestioni della musica, questa arte delle arti. Ed è solo con una completa e ferma devozione alla perfetta fusione di forma e sostanza; e solo con la cura incessante e senza mai alcuno scoraggiamento per la struttura ed il suono delle frasi, che ci si può avvicinare alla plasticità e al colore, e che la luce di una magica suggestione può giocare per un fugace istante sulla superficie banale delle parole, delle vecchie parole, consunte, sfigurate, deteriorate da secoli di uso sbadato."
Joseph Conrad

Jean-Paul Sartre: da "La nausea"  Einaudi Edizioni, 1990

    Vivere e scrivere:
   "... Le avventure sono nei libri. Naturalmente tutto ciò che si racconta nei libri può accadere davvero, ma non nello stesso modo. Ed è a questo modo ch'io tenevo tanto.
Innanzitutto sarebbe stato necessario che gli inizi fossero stati veri inizi. Ahimè! Come vedo bene, adesso, quello che avrei voluto! Veri inizi, che sorgessero d'improvviso come uno squillo di tromba, come le prime note di un'aria di jazz, che troncassero la noia, che consolidassero la durata; avrei voluto di quelle sere, tra le altre, di cui in seguito si dice: «Era una sera di maggio, passeggiavo». Uno passeggia, la luna s'è appena levata, si è oziosi, sfaccendati, un po' vuoti. E poi, d'un tratto, si pensa: «È capitato qualcosa». Una cosa qualsiasi: un leggero scricchiolio nell'ombra, una sagoma leggera che traversa la strada. Ma questo tenue avvenimento non è come gli altri: si vede subito che precede una grande forma il cui profilo si perde nella nebbia, e allora ci diciamo: «Sta per cominciare qualcosa». ...
... Ecco che cosa ho pensato: affinché l'avvenimento più comune divenga un'avventura è necessario e sufficiente che ci si metta a raccontarlo. È questo che trae in inganno la gente: un uomo è sempre un narratore di storie, vive circondato delle sue storie e delle storie altrui, tutto quello che gli capita lo vede attraverso di esse, e cerca di vivere la sua vita come se la raccontasse.
Ma bisogna scegliere: o vivere o raccontare. Per esempio quando ero ad Amburgo con quell'Erna di cui non mi fidavo e che aveva paura di me, menavo un' esistenza strana. Ma c'ero dentro, e non ci pensavo. Poi, una sera, in un piccolo caffè di San Pauli, ella mi lasciò per andare al lavabo, ed io rimasi solo. C'era un fonografo che suonava Blue Sky. Mi misi a raccontarmi quello ch' era avvenuto al mio sbarco. Mi dissi: «La terza sera, mentre entravo in un dancing chiamato la Grotta Azzurra, ho notato un pezzo di donna mezzo ubriaca. E quella donna è quella che attendo in questo momento, mentre ascolto Blue Sky, e che sta per tornare a sedersi alla mia destra e a circondarmi il collo con le sue braccia». Allora ho sentito acutamente che avevo un'avventura. Ma Erna è tornata, mi si è seduta accanto, m'ha circondato il collo con le braccia ed io l'ho detestata, senza saper bene perché. Lo capisco ora: bisognava ricominciare a vivere e l'impressione dell'avventura era svanita. ...
... Ma quando si racconta la vita, tutto cambia. Soltanto ch'è un cambiamento che nessuno rileva: la prova ne è che si parla di storie vere. Come se potessero esservi storie vere; gli avvenimenti si verificano in un senso e noi li raccontiamo in senso inverso. Sembra che si cominci dal principio: «Era una bella serata dell'autunno 1922. Io ero scrivano di un notaio a Marommes». E in realtà si è cominciato dalla fine. La fine è lì, invisibile e presente, ed è essa che dà a queste poche parole l' enfasi e il valore d'un inizio: «Passeggiavo, ero uscito dal villaggio senza accorgermene, pensavo ai miei imbarazzi finanziari». Questa frase, presa semplicemente per quello che è, vuol dire che questo tale era assorto, afflitto, a mille miglia da un'avventura, precisamente in quel particolare stato d'animo nel quale si lasciano passare gli avvenimenti senza vederli. Ma la fine è lì presente a trasformare tutto. Per noi questo tipo è già l'eroe della storia. La sua tetraggine, i suoi imbarazzi finanziari sono ben più preziosi dei nostri, sono tutti indorati dalla luce delle passioni future. Ed il racconto prosegue a ritroso: gli istanti hanno cessato d'ammucchiarsi a casaccio gli uni sopra gli altri, sono ghermiti dalla fine della storia che li attira, e ciascuno di essi attira a sua volta l'istante che lo precede: «Annottava, la strada era deserta». La frase è gettata là, negligentemente, ha un'apparenza superflua, ma noi non ci lasciamo ingannare e la mettiamo da parte: è un'informazione di cui comprenderemo il valore in seguito. Ed abbiamo la sensazione che l'eroe ha vissuto tutti i particolari di questa notte come presagi, come promesse, o anche ch'egli abbia vissuto soltanto quelli che erano promesse, cieco e sordo per tutto ciò che non annunciava l'avventura. Dimentichiamo che l'avvenire non c'era ancora; quel tale passeggiava in una notte senza presagi, che gli offriva alla rinfusa le sue ricchezze monotone, ed egli non sceglieva."
Jean-Paul Sartre

Raymond Carver: da "Niente trucchi da quattro soldi"  Edizioni Minimum Fax, 2002 trad. di R.Duranti

    Da dove vengono le storie:
   "... Nessuna delle storie che scrivo è mai successa veramente, ma le storie non nascono dal nulla. Devono venire da qualche parte, almeno le storie degli scrittori che ammiro di più. Hanno qualche punto di riferimento nel mondo reale. E così è per quel racconto ["Nessuno diceva niente"]. Una volta, quando ero ragazzo, andando a pesca ho preso davvero una trota che dava decisamente sul verde. Non avevo mai visto una trota del genere, era lunga una trentina di centimetri. Un'altra volta, ho visto veramente un pesce che chiamavamo testa di ferro, una trota testa di ferro che era arrivata al mare e poi era tornata nell'acqua fresca, si era infilata in un fiumiciattolo ed era rimasta arenata lì. Ma quella volta non ho fatto niente. Non l'ho presa, quella lì. E in un'altra occasione ancora mi sono diviso veramente un pesce a metà con un altro ragazzino. Ma non era una trota testa di ferro. Era uno storione, uno storione di quattro o cinque chili, che si era andato a infilare chissà come in quel fiumiciattolo. Lo abbiamo tirato su e ce lo siamo diviso. Il resto del racconto l'ho messo insieme come si fa per qualunque racconto: è come una palla di neve che rotola a valle. Cioè, mentre rotola ci si aggiunge sempre più roba. Quelli erano episodi di quando ero piccolo: ci sono certi ricordi che in qualche modo ti si radicano dentro e non te li dimentichi più. Te li porti appresso per anni e anni. Quando avevo trent'anni, quelle esperienze, quel particolare periodo della mia vita, attiravano moltissimo la mia attenzione. Quando ho scritto quel racconto, sapevo di aver scritto qualcosa di speciale. Non è una cosa che mi capita sempre. Ma quella volta mi sono reso conto che avevo toccato un tasto particolare. sapevo cosa avevo per le mani.

   Da dove vengono i personaggi:
   "... Vi posso raccontare un po' di cose su quel racconto ["Provi a mettersi nei miei panni"] . Io e la mia ex moglie prendemmo veramente in affitto una casa da una coppia che doveva partire per l'Europa. E non incontrammo mai di persona i proprietari , perché il tutto passò per un intermediario. Ma le cose che succedono nel racconto, il racconto nel racconto, quelle no, non sono mai successe. Quando scrissi il racconto, mi ricordo che eravamo sotto Natale, c'erano davvero i cantori per strada e cose del genere. E poi, vediamo... c'è anche un altro fatto vero che è finito dentro il racconto. Una volta che eravamo all'estero, verso la fine degli anni Sessanta, ci fu una signora che non so più per quale strano giro di circostanze venne ad abitare per un certo periodo in casa nostra. Si ammalò e dovemmo prenderci cura di lei per due o tre giorni. Portarle la minestra. E a un certo punto cominciò a comandarci a bacchetta, della serie: Ehi, questa minestra è troppo fredda! Insomma, era un fatto abbastanza strano in se, e sicuramente degno di costruirci sopra un altro racconto. Non riuscivo a togliermelo dalla testa. Tipo: cosa sarebbe successo se quella signora fosse morta in casa nostra? Perché era una donna piuttosto anziana... E così, tutte queste cose sono finite dentro il racconto."

   Una riga qui, una parola lì...:
   "... È un continuo processo di collegamento, le cose cominciano a collegarsi fra loro. Una riga qui, una parola lì. Roba che ho sentito o visto quando avevo sedici anni, o quaranta. Non potrei mai scrivere un racconto su Art, il mio vicino di casa. Ma magari un giorno, scrivendo un racconto, mi capiterà di metterci Art che esce sulla veranda e dice: "Sto facendo le pulizie di primavera". E può darsi che l'immagine mi torni di nuovo in mente a distanza di tempo, riferita a un personaggio del tutto diverso, che ha la metà dei suoi anni: "Sto facendo le pulizie di primavera. Che giornata, eh?" E potrebbe andare a finire nel racconto. Magari si tratterà di un giovanotto nero di trent'anni, che però fa lo stesso gesto di Art. Oppure, per fare un altro esempio, qualche tempo fa ho sentito dire che Art urinava sangue. Aveva un qualche disturbo alla vescica. Quella è un' altra cosa che mi rimasta impressa. E allora un personaggio di qualche mio racconto, un personaggio a cui mi sento molto legato, magari lo farò urinare sangue."
Raymond Carver

Rainer Maria Rilke: da "Lettere ad un giovane poeta" 

    Ai giovani scrittori:   
   "... Le cose non si possono afferrare o dire tutte come ci si vorrebbe di solito far credere; la maggior parte degli avvenimenti sono indicibili, si compiono in uno spazio che mai parola ha varcato, e più indicibili di tutto sono le opere d'arte, misteriose esistenze, la cui vita, accanto alla nostra che svanisce, perdura. ...
... Voi domandate se i vostri versi siano buoni. Lo domandate a me. L'avete prima domandato ad altri. Li spedite a riviste. Li paragonate con altre poesie e v'inquietate se talune redazioni rifiutano i vostri tentativi. Ora (poiché voi mi avete permesso di consigliarvi) vi prego di abbandonare tutto questo. Voi guardate fuori, verso l'esterno e questo soprattutto voi non dovreste ora fare. Nessuno vi può consigliare e aiutare, nessuno. C'è una sola via. Penetrate in voi stesso. Ricercate la ragione che vi chiama a scrivere; esaminate s'essa estenda le sue radici nel più profondo luogo del vostro cuore, confessatevi se sareste costretto a morire, quando vi si negasse di scrivere. Questo anzitutto: domandatevi nell'ora più silenziosa della vostra notte: devo io scrivere? Scavate dentro voi stesso per una profonda risposta. E se questa dovesse suonare consenso, se v'è concesso affrontare questa grave domanda con un forte e semplice 'debbo', allora edificate la vostra vita secondo questa necessità. ...
...Se la vostra vita quotidiana vi sembra povera, non l'accusate; accusate voi stesso, che non siete assai poeta da evocarne la ricchezza; ché per un creatore non esiste povertà né luoghi poveri e indifferenti. ...
... Nelle cose più profonde e importanti, noi siamo indicibilmente soli, e perché uno possa consigliare o aiutare un altro, molto deve accadere, molto riuscire, un intera costellazione di cose si deve congiungere perché una volta s'arrivi a buon fine....
... Tutto è portare a termine e poi generare. Lasciar compiersi ogni impressione e ogni germe d'un sentimento dentro di sé , nel buio, nell'indicibile, nell'inconscio irraggiungibile alla propria ragione, e attendere con profonda umiltà e pazienza l'ora del parto d'una nuova chiarezza: questo solo si chiama vivere d'artista: nel comprendere come nel creare. Qui non si misura il tempo, qui non vale alcun termine e dieci anni son nulla. Essere artisti vuol dire: non calcolare e contare; maturare come l'albero, che non incalza i suoi succhi e sta sereno nelle tempeste di primavera senz'apprensione che l'estate non possa venire. Ché l'estate viene. Ma viene solo ai pazienti, che attendono e stanno come se l'eternità giacesse avanti a loro, tanto sono tranquilli e vasti e sgombri d'ogni ansia. ...
... Non vi lasciate ingannare dalla superficie; nelle profondità tutto diventa legge. ...
...Abbiate indulgenza per gli uomini che vanno invecchiando e temono la solitudine, in cui voi confidate. Evitate di aggiunger materia a quel dramma sempre teso fra genitori e figli; consuma molta forza dei figli e logora l'amore dei vecchi, il quale opera e scalda se anche non comprende. Non richiedete ad essi alcun consiglio e non contate su alcuna comprensione; ma credete a un amore che vi viene serbato come un'eredità, e confidate che in questo amore c'è una forza e una benedizione, da cui voi non avete bisogno di uscire, per andarvene molto lontano! ...
...Essere soli come s'era soli da bambini, quando gli adulti andavano attorno, impigliati in cose che sembravano importanti e grandi, perché i grandi apparivano così affaccendati e nulla si comprendeva del loro agire. E quando un giorno si scopre che le loro occupazioni sono miserabili, le loro professioni irrigidite e non più legate alla vita, perché non continuare come bambini a osservarle come cosa estranea, dalla profondità del proprio mondo, dalla vastità della propria solitudine, che è anche lavoro e grado e professione? ...
...Se tra gli uomini e voi non c'è comunione, tentate d'essere vicino alle cose, e non vi abbandoneranno. ...
...Perciò i giovani, che sono principianti in tutto, non sanno ancora amare: devono imparare. Con tutto l'essere, con tutte le forze, raccolte intorno al loro cuore solitario, angosciato, che batte verso l'alto, devono imparare ad amare. Ma il tempo dell'apprendere è sempre un tempo lungo, di clausura, e così amare è, per lungo spazio e ampio fino entro il cuore della vita, solitudine, più intensa e approfondita solitudine per colui che ama. Amare anzitutto non vuol dire schiudersi, donare e unirsi con un altro (che sarebbe infatti l'unione di un elemento indistinto, immaturo, non ancora libero?), amare è un'augusta occasione per il singolo di maturare, di diventare in sé qualche cosa, diventare mondo, un mondo per sé in grazia d'un altro, è una grande immodesta istanza che gli vien posta, qualcosa che lo elegge, e lo chiama a un'ampia distesa. ...
...Il futuro sta fermo, ma noi ci muoviamo nello spazio infinito. ...
...Noi dobbiamo accogliere la nostra esistenza quanto più ampiamente ci riesca; tutto, anche l'inaudito, deve essere ivi possibile. ...
...Non si deve solo alla pigrizia se le relazioni umane si ripetono così indicibilmente monotone e senza novità da caso a caso, ma alla paura di un'esperienza nuova, imprevedibile, a cui non ci si crede maturi. Ma solo chi è disposto a tutto, chi non esclude nulla, neanche la cosa più enigmatica, vivrà la relazione con un altro come qualcosa di vivente e attingerà sino al fondo la sua propria esistenza. ....
...Noi siamo posti nella vita come nell'elemento più conforme a noi, e inoltre per adattamento millenario ci siamo tanto assimilati a questa vita, che, se ci teniamo immobili, per un felice mimetismo appena ci si può distinguere da tutto quanto ci attornia. Noi non abbiamo alcuna ragione di diffidare del nostro mondo, ché non è esso contro di noi. E se ha terrori, sono nostri terrori; se ha abissi, appartengono a noi questi abissi, se vi sono pericoli, dobbiamo tentare di amarli. ..."
Rainer Maria Rilke

Jorge Luis Borges: da "Oral" , Editori Riuniti

    Che cosa è un libro:
   "... Sul libro hanno scritto pagine brillanti molti scrittori. Ne citerò qualcuno. Dapprima citerò Montaigne, che dedica uno dei suoi saggi al libro. In questo saggio c'è una frase memorabile: "Non faccio nulla senza gioia". Montaigne annota che il concetto di lettura obbligatoria è un concetto errato. Dice che se in un libro trova un passo difficile, lo salta; perché vede nella lettura una sorta di felicità. Ricordo che molti anni fa venne fatta un'inchiesta su che cosa sia la pittura. Lo chiesero a mia sorella Norah e lei rispose che la pittura è l'arte di dare gioia con forme e colori. Se leggiamo qualcosa con difficoltà, l'autore ha fallito. Per questo ritengo che uno scrittore come Joyce abbia essenzialmente fallito, perché la sua opera richiede uno sforzo. Un libro non deve richiedere uno sforzo, la felicità non deve richiedere uno sforzo. Penso che Montaigne abbia ragione."
   "... Che cosa sono le parole riposte in un libro? Che cosa sono quei simboli morti? Assolutamente nulla.Che cos'è un libro se non lo apriamo? E' semplicemente un cubo di carta e cuoio, con dei fogli; ma se lo leggiamo succede qualcosa di strano: ogni volta è diverso. Eraclito disse che nessuno scende due volte lungo lo stesso fiume. Nessuno scende due volte lungo lo stesso fiume perché le acque mutano, ma la cosa più terribile è che noi siamo meno fluidi del fiume. Ogni volta che leggiamo un libro, il libro è mutato, la connotazione delle parole è diversa. Inoltre, i libri sono carichi di passato."
Jorge Luis Borges

Anton Cechov: da "Senza trama e senza finale"  Lettere di A. Cechov - Edizioni Minimum Fax, 2002

    Non scrivere per se ma per il lettore:
   "... Basta essere più onesti: buttare se stessi a mare sempre e dovunque, non intrufolarsi nei protagonisti del proprio romanzo, rinnegare se stessi, non fosse che per mezz'ora. C' è un tuo racconto in cui, per tutta la durata del pranzo, due sposini non fanno che sbaciucchiarsi, pigolare, pestar l' acqua nel mortaio. Non una sola parola sensata, tutto un "giulebbe". Ora, tu non hai scritto per il lettore... hai scritto perché a te piacciono queste cicalate. Se tu avessi invece descritto il pranzo, come mangiavano, cosa mangiavano, com'era la cuoca, com'era volgare il tuo protagonista, soddisfatto della sua pigra felicità, com'era volgare la tua eroina, com'era ridicola nel suo amore per quel bestione sazio, rimpinzato, col tovagliolo legato al collo. A tutti fa piacere veder gente ben pasciuta, contenta, questo è vero, ma per descriverla non basta riferire quel che loro dicono e quante volte si baciano... Ci vuole qualcos'altro: rinunziare all'impressione personale che la felicità della luna di miele produce su ogni uomo non inasprito... Il soggettivismo è cosa tremenda. È un male per il solo fatto che lega mani e piedi al povero autore."
ad Aleksandr Cechov, Mosca, 20 febbraio 1883

   Il pubblico di uno scrittore:
   "... Voi scrivete che bisogna lavorare non per la critica ma per il pubblico e che è ancora troppo presto per lagnarsi. È piacevole pensare che si lavora per il pubblico, ma come faccio a sapere che lavoro appunto per lui ? Per la meschinità del mio lavoro o per qualche altro motivo, io stesso non ricavo alcuna soddisfazione; quanto al pubblico (non è vero che l' abbia chiamato vile) esso è disonesto e ipocrita nei nostri confronti, non dice mai la verità e quindi non riesco a capire se gli sono necessario o no. È troppo presto per lamentarmi, ma non sarà mai troppo presto per chiedermi: "M'occupo di cose serie o di sciocchezze?" La critica tace, il pubblico mente, ma il mio sentimento mi dice che mi occupo di baggianate... Mi lagno forse? Non ricordo il tono della mia lettera; del resto, anche se è così, non mi lamento per me, ma per tutti i nostri confratelli che mi fanno una pena infinita."
ad Aleksej Suvorin Mosca, 26 dicembre 1888

La virtù della brevità:
    "... La mia anima è piena di pigrizia e del sentimento della libertà.
È il sangue che ribolle all'avvicinarsi della primavera.
E tuttavia sono al lavoro. Preparo il materiale per il mio terzo libro e cancello senza misericordia.
È strano, adesso ho la mania della brevità; qualunque cosa legga, mia o di altri, nulla mi sembra abbastanza breve."
Anton Cechov, Lettera a Aleksej Suvorin, 1889

Ernest Hemingway: da "Morte nel pomeriggio" Arnoldo Mondadori Editore, 1991

   Chiarezza e verità:
    "... Se un uomo scrive con sufficiente chiarezza, chiunque può vedere se imbroglia.
Se la sua mistificazione ha lo scopo di evitare una frase precisa, il che è molto diverso dall'infrangere le cosiddette regole sintattiche o grammaticali per raggiungere un effetto che non si può ottenere diversamente, ci vuol più tempo a capire che lo scrittore è un imbroglione, e gli altri scrittori afflitti dalla sua stessa necessità lo lodano per difendere loro stessi.
Il vero misticismo non dovrebbe venir confuso con l'incompetenza a scrivere, che cerca di mistificare dove non c'è alcun mistero ma soltanto la necessità d'imbrogliare per mascherare la mancanza di sapere o l'incapacità a esprimersi chiaramente.
Il misticismo implica un mistero e i misteri sono molti; ma l'incompetenza non è un mistero, e nemmeno è mistero il giornalismo enfatico reso letteratura dall'iniezione di una falsa qualità epica.
Ricordate anche questo: tutti i cattivi scrittori sono innamorati dell'epica."
    "... Quando scrive un romanzo, uno scrittore dovrebbe creare gente viva; gente, non personaggi. Un personaggio è una caricatura. Se uno scrittore riesce a far vivere della gente, può darsi che non ci siano nel suo libro grandi personaggi, ma è possibile che il suo libro rimanga come un insieme; come un'entità; come un romanzo. Se la gente che lo scrittore sta creando parla di vecchi maestri; di musica; di pittura moderna; di letteratura; di scienza; allora dovrebbero parlare di questi argomenti nel romanzo. Se non parlano di questi argomenti e lo scrittore li fa parlare, è un mistificatore, e se ne parla lui stesso per mostrare come la sa lunga, si dà delle arie. Per buona che sia una frase o una similitudine, se la mette dove non è assolutamente necessaria e insostituibile rovina il suo lavoro per egotismo. La prosa è architettura, non decorazione d'interni, e il Barocco è finito. Che uno scrittore metta le proprie meditazioni intellettuali che potrebbe vendere a basso prezzo come saggi, in bocca a personaggi costruiti artificialmente che sono più rimunerativi se presentati in un romanzo come persone, questo è forse un buon principio economico, ma non costituisce letteratura. Gente, non personaggi costruiti abilmente, devono uscire in un romanzo dall'esperienza assimilata dello scrittore, dalla sua cultura, dalla sua testa, dal suo cuore e da tutto lui stesso. Se ha fortuna oltre che serietà e li mette fuori in un blocco, avranno più di una dimensione e dureranno più a lungo. Un buon scrittore dovrebbe conoscere tutto il più possibile. Ma naturalmente non avviene così. Uno scrittore abbastanza grande sembra fornito di conoscenza congenita. Ma non è vero, egli è nato soltanto con l'abilità di imparare più rapidamente degli altri uomini e senza applicazione cosciente, e con l'intelligenza di accettare o respingere ciò che è già presentato come conoscenza. Ci son cose che non si possono imparare in fretta e il tempo, che è tutto quanto noi possediamo, dev'esser pagato caro per raggiungerle. Sono le cose più semplici di tutte, e poiché occorre la vita di un uomo per impararle, quel po' di nuovo che ciascuno ricava dalla sua vita è molto costoso ed è l'unica eredità che si può lasciare. Ogni romanzo scritto sul serio contribuisce alla cultura totale che è lì a disposizione del prossimo scrittore, ma il prossimo scrittore deve pagare, sempre, una certa percentuale nominale in esperienza per essere in grado di capire e assimilare ciò che è sua disposizione come diritto di nascita e ciò da cui deve a sua volta partire. Se un prosatore sa bene di che cosa sta scrivendo, può omettere le cose che sa, e il lettore, se lo scrittore scrive con abbastanza verità, può avere la sensazione di esse con la stessa forza che se lo scrittore le avesse descritte. Il movimento dignitoso di un iceberg è dovuto al fatto che soltanto un ottavo della sua mole sporge dall'acqua. Uno scrittore che omette le cose perché non le conosce, non fa che lasciare dei vuoti nel suo scritto. Uno scrittore che prende così poco sul serio lo scrivere da essere ansioso di far vedere alla gente come è accademico, colto o ben educato, è un semplice pappagallo. E anche questo va ricordato: uno scrittore serio non va confuso con uno scrittore solenne. Uno scrittore serio può essere un falco o un bozzagro o magari un pappagallo, ma uno scrittore solenne è sempre un gufo della malora."
Ernest Hemingway

 

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