Pubblicare
un libro. Quando esce “Gli indifferenti”, nel ‘29,
Moravia è alle strette. Si è fatto prestare i soldi dal padre per
pubblicare. Amici gli hanno consigliato la casa editrice Alpes, di
Milano. Consegnato il manoscritto, il giovane Moravia, allora
ventiduenne, aspetta quasi tre mesi prima di ricevere una risposta. Il
direttore della Alpes, alla fine, stamperà il libro solo dietro un
consistente contributo economico. Eppure lo scrittore insiste. E, nel
caso de “Gli indifferenti”, casualità e determinazione
s’intrecciano in un successo strepitoso, immediato (ventimila copie,
tre ristampe in pochi mesi, la critica letteraria dei giornali e delle
riviste impazzita).
Non sempre però finisce bene. Il Principe Giuseppe Tomasi di Lampedusa
muore a Roma, nel ‘57, senza riuscire a far pubblicare il suo romanzo.
Si tratta naturalmente de “Il Gattopardo”, che l’anno successivo
vincerà il Premio Strega ottenendo un enorme consenso di pubblico.
Perché questi esempi illustri? Solo per introdurre il nostro discorso,
molto più pratico, sulle dinamiche editoriali e i modi di una loro
possibile decifrazione.
Lettura e formazione. La decisione di
pubblicare non arriva di colpo, appena ci si trova fra le mani,
completato, il libro. La tentazione è forte: finito il lavoro, si
sceglie la casa editrice e ci si affida alle poste. Può essere un
metodo. Ma l’esperienza della scrittura non è semplicemente scrivere,
magari di getto, per un pubblico ideale (che spesso coincide con l’io
narcisistico dell’artista). Quest’esperienza (pubblicare) deve avere
alle spalle un processo di formazione, un’educazione alla scrittura
prima di tutto attraverso la lettura, e poi, quando la decisione è
presa, con la riscrittura e anche un parziale stravolgimento dell’idea
originale.
Confessa ancora Moravia: “Quando uscii dal sanatorio cominciai la
stesura degli Indifferenti. Cominciai a Bressanone nell’ottobre del
1925. Leggevo molto. Comperai Proust, Cocteau, e finalmente Rimbaud al
completo. Scrivevo poco...”.
Moravia si muove come un autodidatta di lusso, e forse se lo può
permettere; ma non è l’unica strada. Prima di arrivare alla
pubblicazione, prima di puntare a tutti i costi al successo, sarebbe
meglio anche guardarsi intorno, confrontarsi. Ecco che si presentano
altri percorsi: le scuole e i corsi di scrittura, per esempio,
organizzati anche da scrittori già affermati, che possono essere una
buona palestra; così come la collaborazione, anche saltuaria o non
necessariamente retribuita, con riviste e redazioni dei giornali
(nell’Università italiana, del resto, manca del tutto una didattica
della scrittura, una disciplina che faccia scrivere).
Come vedremo per la piccola editoria, non c’è una mappa informativa
adeguata su questi aspetti, per niente trascurabili, della produzione
editoriale.
Ultimi accorgimenti. Prima di spedire il
fatidico manoscritto è bene rileggerlo più volte, anticipando il lungo
lavoro successivo di editing, per eliminare quelli che in gergo si
definiscono refusi e pesci. I primi sono gli errori di battitura (o di
stampa), i secondi perlopiù salti nella composizione logica del
discorso. A livello tipografico questa è la fase delle prime bozze, in
cui l’autore collabora con il redattore alla correzione, revisione e
al confezionamento finale del testo. Anche la riscrittura è un passo
importante nel progressivo distacco dell’autore dal suo prodotto. Non
bisogna avere paura di tagliare, cambiare, montare i vari pezzi del
discorso, riducendo il proprio lavoro all’anatomia di sé stesso.
Il libro come oggetto. Quindi, grande
attenzione all’aspetto estetico del testo che si è deciso di
sottoporre ‘all’attenzione di...’, nel senso di una certa cura che
andrebbe riservata all’oggetto-libro, nella sua leggibilità e
chiarezza grafica visto che una stampa poco chiara può indisporre alla
lettura.
Dell’importanza del titolo, inutile dire. C’è, allora, una prima di
copertina, una quarta di copertina, e il dorso. Nella prima e sul dorso
viene indicato il nome dell’autore, il titolo dell’opera e la casa
editrice; nella quarta, in gergo chiamata pezzullo, troviamo un breve
riassunto del contenuto e, più in basso, il profilo biografico
dell’autore. Ma la copertina a sua volta può avere una sovraccoperta,
con due alette ripiegate all’interno, che riportano pezzullo e note
biografiche.
Aprendo il libro, ci imbattiamo in un paio di pagine bianche, poi
nell’occhiello (il nome della collana), quindi nel frontespizio.
Questa è l’apertura ufficiale all’interno del testo, che ancora una
volta riporta il nome dell’autore e il titolo con l’eventuale
sottotitolo. Girando la pagina, abbiamo il retrofrontespizio, con la
data della prima edizione, il copyright, il nome dell’editore, e il
bollino SIAE. Il colophon è l’ultimo foglio, col nome della
tipografia, la data e il luogo di stampa. Da non trascurare altri
accorgimenti, per esempio riguardo al tipo di carattere utilizzato;
all’interlinea e alla spaziatura, cioè alla distanza tra rigo e rigo
e tra le singole parole; al formato, in base a cui varia il numero delle
pagine; e alla giustezza, la larghezza variabile della parte scritta
nello spazio del foglio.
Bisognerà scegliere, inoltre, che tipo di carta usare, opaca, patinata,
riciclata, e che tipo di rilegatura: in brossura, cioè cucita
all’interno con dei punti metallici (come nei paperback inglesi), o
cartonata, che ha come qualità di essere più robusta.
La scelta dell’editore. Quando ci si
rivolge alla casa editrice è meglio conoscere in anticipo la sua
produzione, il catalogo. È inutile spedire un racconto a un editore che
pubblica testi scolastici, oppure saggi scientifici, o comunque
predilige i classici ai moderni. Comparando i cataloghi ci si può fare
un’idea delle “tendenze” in atto; frequentando le librerie si
possono leggiucchiare i cosiddetti bestseller di qualità, in cima alle
classifiche di vendita. Alcune riviste specializzate si occupano
unicamente degli aspetti della produzione e circolazione editoriale.
Dunque, meglio rivolgersi subito a una casa editrice che pubblica opere
prime.
In Italia esiste un Catalogo degli editori italiani, che può essere
consultato per sapere il nome del direttore editoriale a cui ci si dovrà
rivolgere. Negli Stati Uniti sono le stesse case editrici a informare il
pubblico sulla loro linea editoriale, attraverso le writer’s
guidelines. Il percorso non è facile. Il testo dell’autore inedito è
solo una delle fonti di una casa editrice, che pubblica opere
commissionate, scritte da autori già noti, oppure proposti
dall’esercito di consulenti e agenti letterari. Senza dimenticarsi
delle traduzioni. Inviare il manoscritto così com’è, è un limite.
Dalle lettere di presentazione, infatti, si possono dedurre più cose di
quanto normalmente si pensi, rispetto ai gusti dell’autore, alla sua
formazione e alle forme espressive che ha deciso di usare per
l’occasione. Bastano un paio di cartelle, a interlinea 1. Magari –
se si tratta di un testo di narrativa – con una breve sintesi della
trama, un accenno alla lunghezza complessiva del lavoro e al pubblico a
cui potrebbe rivolgersi. La lettera conterrà anche un curriculum e,
soprattutto, in evidenza, il proprio nome, indirizzo, numero di
telefono, fax, e-mail.
Ci sono poi delle considerazioni “etiche”: non è corretto spedire
la stessa opera a più editori contemporaneamente, in parole povere non
è nemmeno utile. Lasciando perdere la morale e tornando alla prassi,
meglio non spedire l’originale, ma fotocopie di buon livello.
L’ideale sarebbe il dischetto del pc. Per evitare che sia l’editore
a rispedire il testo, si può includere alla spedizione una busta già
affrancata e indirizzata al mittente, che può essere anche usata per
riportare il giudizio dell’editore.
Come abbiamo visto per Moravia, i tempi di risposta dell’editore sono
a volte misteriosi. L’autore vorrebbe quasi un giudizio immediato.
L’editore, invece, può aspettare mesi prima di arrivare a quel testo,
che – abbiamo detto – è solo uno dei tanti. E, in molti casi,
rifiutare: “La sua proposta esula dal programma della nostra casa
editrice... La casa editrice è sovraccarica di impegni”. Il rifiuto
fa parte della vita dello scrittore. Alcuni scrittori italiani hanno
fatto di quest’esperienza proprio l’oggetto di alcuni loro racconti.
Non c’è bisogno di demoralizzarsi. Ma nemmeno di rallegrarsi. Se per
caso, merito o destino l’editore accetta di pubblicare, cominciano le
trattative. Si potrebbe dire che si aprono una serie di negoziati in cui
lo scrittore porta avanti le sue ragioni di creatività, contenuto e
forma; l’editore garantisce per il posizionamento commerciale del
libro, la sua promozione e la distribuzione. Medium tra i due è il
redattore, che collabora alla correzione finale del manoscritto.
Inviando un testo “esordiente” alle case editrici medio-grandi, i
tempi di attesa, di lavorazione e il tipo di rapporto giuridico sono
tutti più lunghi e più complessi. Allo stesso tempo la selezione è
durissima. Dal “lettore” al “direttore editoriale”, il testo
viene sottoposto a una serie di passaggi, prove, pareri sempre più
influenti. Lo scrittore deve difendere l’originalità del suo lavoro,
ma affidarsi anche al paziente controllo del redattore, che lo
accompagnerà fino all’uscita del libro.
Dal punto di vista giuridico, la legge sul contratto di edizione (n.633,
1941) trasferisce i diritti di utilizzazione dall’autore
all’editore. L’articolo n.120, secondo il quale “è nullo il
contratto che abbia per oggetto tutte le opere dell’autore”, tutela
lo scrittore da un legame a vita con un unico editore. Prima di inviare
la proposta, è bene adottare la seguente contromisura: spedire a sé
stessi – per raccomandata e con ricevuta di ritorno – una copia
dell’opera, firmandone ogni pagina. La busta – che dovrà restare
sigillata – e la cartolina di ricevimento hanno infatti valore legale.
Per prevenirsi da sgradite sorprese, comunque, meglio consegnare il
testo alla SIAE, magari pagando per il deposito legale dell’originale.
Il bollino SIAE serve a contrassegnare la tiratura, il numero delle
copie stampate. La Società Italiana Autori ed Editori ha sede a Roma
(viale della Letteratura 30 – tel. 06–59901), oppure a Milano (via
delle Erbe – tel. 02-86460721).
L’editoria a pagamento. Per lo scrittore,
la scelta di pubblicare a proprie spese è il limite estremo, oppure una
prima, coraggiosa scommessa. Insomma, questa opzione non è da guardare
necessariamente con sospetto, semmai, con avvedutezza. L’editore
richiede la copertura, per intero o parziale, delle spese di produzione,
promozione e distribuzione, oppure l’acquisto di un certo numero di
copie.
In Italia i rischi a cui si sottopone l’autore sono innumerevoli;
mancando l’interesse verso la formazione di una classe di scrittori,
la grande editoria dimostra una forte distrazione verso queste forme
autonome e decentrate della produzione. Negli Stati Uniti, ad esempio,
da questo punto di vista le cose funzionano diversamente. Le grandi
concentrazioni editoriali sguinzagliano i loro collaboratori, agenti
letterari e freelance, sulle tracce degli scrittori che, usciti in
sordina, nella più completa mancanza di mezzi a disposizione, sono
riusciti comunque a crearsi una nicchia di pubblico.
Ad ogni modo, la scelta-limite di autofinanziarsi per pubblicare è solo
un primo passo, d’ingresso, nel sistema. Ecco perché alla firma del
contratto con cui l’autore partecipa alle spese di pubblicazione (un
dispositivo giuridico differente dal contratto di edizione), quello che
bisogna pretendere è prima di tutto uno spazio, una visibilità.
Inutile dire che la pubblicità sulla stampa nazionale, quotidiana e
periodica, è il mezzo migliore. Lo scrittore deve mostrarsi
irremovibile. Pretendere questi servizi, difendere le sue ragioni de
facto non meno di come fa col contenuto e l’originalità del proprio
lavoro.
All’editore spetta l’onere del deposito legale del testo (legge 1611
approvata dal Senato nel ‘95) e la consegna di un certo numero di
copie-omaggio che serviranno all’autore. Quest’ultimo ha il diritto
di rilevare le rimanenze prima del macero.
Il compenso, diviso in percentuale tra editore e scrittore, è calcolato
sulla base di un rendiconto annuale, che si riferisce al volume delle
vendite dell’anno precedente alla firma del contratto. Quando lo
scrittore decide di autofinanziarsi deve comunque pretendere una
percentuale più alta che nei contratti di edizione, variabile, ma
comprensiva del fatto che sta rischiando nell’investimento allo stesso
modo di chi ha deciso di pubblicarlo.
Da queste considerazioni ci accorgiamo di come la struttura del mercato
editoriale si vada organizzando per poli; da una parte l’elemento
“molare”, le grandi concentrazioni che si sono formate dopo i
processi di crisi e ristrutturazione alla fine degli anni ‘70, in cui
case e sigle editrici diverse vengono accorpate in grandi società per
azioni il cui capitale è a sua volta controllato da altri gruppi, in
grado di influenzare la produzione e di “spingere” al successo i
propri autori (magari spalleggiati da quelle organizzazioni del consenso
che sono i concorsi e i premi letterari). Ma abbiamo parlato di polarità.
Esiste, dunque, un’altra dimensione, “molecolare”, diffusa e
decentrata, che rispecchia i modelli di cambiamento delle strutture
produttive avvenuti durante gli anni ‘80, dopo la grande avanzata
della “editoria alternativa” negli anni ‘70. Iniziative gestite da
piccole redazioni, con budget ridotti ma in grado di incrinare la
chiusura delle aziende più grandi – offrendo quadri di gestione e
comunicazione che seguono percorsi di fruibilità estetica diversi,
induttivi – mutati rispetto a quelli gerarchici, deduttivi, della
“grande editoria”.
Il contratto. Il contratto deve contenere
informazioni su:
– titolo e lunghezza del libro;
– diritti ceduti dall’autore all’editore;
– compenso dell’autore;
– termini e modalità di pagamento;
– termine di consegna del testo (se dopo tre mesi non avviene,
l’editore potrà considerare risolto il contratto);
– durata del contratto;
– prezzo di vendita;
– percentuale che spetta all’autore in caso di “altre
utilizzazioni” del suo lavoro.
Prospettive: le “antologie”. “...In
Italia abbiamo un numero altissimo di scrittori, fra editi e inediti...
Forse il numero degli scrittori è pari a quello degli analfabeti” (L.
Binciardi, Il lavoro culturale, Feltrinelli 1974).
Davvero il destino della nostra epoca è di essere sempre e
“dannatamente troppi”? Come fare a soddisfare le esigenze di quelli
che scrivono, offrendogli strumenti adeguati per pubblicare e far
leggere il proprio lavoro? La diffusione delle “antologie” si spiega
con la loro stessa forma a contenitore (la varietà dei prodotti è
varietà di scelta); è un indicatore che nuove forme si stanno
delineando nella produzione editoriale.
Il fenomeno, che ha profondamente interessato la ricerca scientifica e
saggistica, ciclicamente investe anche la letteratura. Progetti del
genere, a metà tra la sociologia della letteratura e il laboratorio di
scrittura, permettono un primo affioramento del “non etichettato, non
firmato, non collegato”, in un lavoro collettivo, organizzato e
autosufficiente. Ora, l’ideale sarebbe che enti (Comuni, Regioni,
Province) ma soprattutto l’università, si muovessero in direzione di
un sostegno ad iniziative del genere, magari coprendo il costo
dell’operazione (carta, stampa, rilegatura, pubblicità). Questo
permetterebbe anche la formazione di un comitato editoriale, autonomo o
ancora meglio collegato all’attività delle piccole case editrici, che
si occuperebbe dei problemi relativi alla pubblicazione e alla
distribuzione del libro. Le antologie sono quasi un modo di
“controllare” le energie latenti della scrittura, impossibilitate a
esprimersi e imprigionate nella provincia. Eppure è dalla provincia che
vengono stimoli del genere. Una geografia locale, più che planetaria.
Un gruppo di scrittori che si legano al territorio, ognuno con la sua
storia specifica, ognuno col suo metodo di scrittura. Compito
dell’industria editoriale sarà di garantire il passaggio,
l’ulteriore selezione tra i soggetti in gioco. L’antologia a quel
punto non servirà più, ogni scrittore tornando al suo singolo percorso
individuale.
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