FEUILLETON: "Trilogia della serpe" - XVIII PUNTATA  di Fiero Rosso, © Rotta Nord Ovest 2005


'Feuilleton' perché si riallaccia al romanzo d'appendice, grande narrativa inedita pubblicata a puntate su riviste e giornali del XIX° secolo e della prima metà del XX°. Questa tradizione ha reso famosi scrittori come Alexandre Dumas, Carlo Collodi, Ernest Hemingway e molti altri. Proporremo romanzi inediti che ci terranno
compagnia nel tempo, iniziando da 'Trilogia della serpe' di Fiero Rosso. Buona lettura.

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XVIII) -Le fatiche sedimentate nel corpo, seguendo nel tempo le tracce di una mappa antica, alla meta esultano in giubilo. Quel grido si strozza in fondo alla gola affogato dalla saliva, mutando da gioia in sorpresa e quindi in terrore quando, sollevando bramosi dall'erba la pietra sepolcrale del tesoro nascosto, scopriamo la serpe. L'animale acciambellato scatta nervoso, morde. Poi spaventato scompare in un buco profondo. Il silenzio si è riappropriato della boscaglia. L'urlo, la voce del riso incipiente abbagliato dal trionfo già disperazione, si è spento. Ha echeggiato lontano, per un attimo. E' scomparso, lasciandoci alla sorte muta. Nella quiete, attendiamo attoniti l'agonia che pulsa e che sale dai piccoli segni sul polso fino al cuore e più su, nel collo, per congiungersi al ricordo del suono che l'ha evocata. In quel momento il veleno squarcia i pensieri denudando la vanità coperta da falsa seta. Per poco tempo, solo per poco, ne comprendiamo allora il senso. Sorridendo cadiamo in ginocchio, accasciandoci sulla lapide che sarà la nostra. Appagati, grati al piccolo assassino che ci ha consegnato il segreto: la speranza e la fine, consolazioni a me entrambe precluse. Non ho più ricchezze da trovare, né facoltà di morire. Non me lo impediscono le pareti di una stanza nuda -non mi è impossibile fratturare il cranio sbattendolo con violenza contro la parete, o soffocarmi negli escrementi.
Il suicidio ha una propria etica: bisogna essere vivi per uccidersi. 
A me non è consentito, io sono già morto. Certo non ho la pace di chi giace sepolto.
Mi chiamavo Henrich, o Hermann. Non ricordo…»

La registrazione si concluse con un fruscio protratto, poi l'estremità del nastro si staccò dal supporto che per inerzia continuò a girare a vuoto. Il primo attore aveva terminato il proprio monologo, attendendo silente la reazione degli spettatori. Senza manifestare né disappunto né plauso per l'interpretazione sofferta, Sophia si voltò sui tacchi avvicinandosi al tavolo. La sua maschera era impassibile. Spense il magnetofono premendo con forza l'interruttore mentre accennava un ghigno di compiacimento, come se volesse zittire Hermann per sempre e vendicare Johanna. La bobina di riavvolgimento si fermò all'istante e quanto nella stanza era rimasto sospeso nella foschia delle parole ricadde pesante al proprio posto. Lei, al contrario, sembrava sollevata di aver appreso un brandello di verità, o quanto supponeva che lo fosse, appagata della soluzione dell'enigma che la tormentava sulla causalità di una morte invocata così cruenta. Da quel momento avrebbe potuto attribuire una motivazione alla fine di Johanna, e trovare anche lei, forse, un po' di quiete. Aveva un movente e un colpevole, poteva finalmente seppellire la vittima e abbandonarsi al lutto. Il dolore delle perdite subite ignorandone la causa permane a lungo, a volte per sempre. Se non avessi trovato il nastro tra i documenti di mio padre penso che non si sarebbe mai ripresa; ma, a giudicare dall'energia con la quale si era mossa dalla finestra e aveva arrestato il registratore -il passo deciso nell'avvicinarsi e affrontarlo -Sophia aveva accolto la rivelazione come un rimedio inatteso, procuratole dal suocero per risanarla. L'effetto era stato quasi immediato. La rabbia provata verso Johanne per averci lasciato senza una spiegazione si rivolgeva ora contro Hermann, bersaglio inconscio più tollerabile. Uscì dalla stanza, lasciandomi il compito di rimuovere la reliquia immonda e occultarla.
Staccai la spina riavvolgendone il cavo in una matassa. Presi il magnetofono, seguendola al piano superiore. Lei entrò in camera e io proseguii per lo studio. Rinchiusi Hermann in un cassetto della scrivania protetto da una serratura; ne infilai in tasca la chiave, premendola con la mano attraverso la stoffa. Il contatto col piccolo oggetto metallico mi rassicurò, certo che nessuno avrebbe potuto liberarlo contro la mia volontà. Allontanandomi mi sembrò di udire urla soffocate provenienti dalla stanza dove avevo appena inumato una persona ancora in vita. Per quanto ne sapessi, poteva essere vivo -anzi, era verosimile che lo fosse -non avendo mai avuto notizia dell'eventuale morte di Hermann. Tornato sui miei passi, avrei potuto giurare che il suono smorzato dal legno uscisse proprio dal sarcofago appena sigillato e che da quel momento la sua voce avrebbe riecheggiato a lungo. 
Quella sera a cena nessuno di noi tre fiatò, né di mio padre, né di Hermann né di nient'altro. Ludwig, il nostro secondo figlio, si era trattenuto a casa della fidanzata. Consumammo in silenzio il cibo preparato da Sophia, senza sollevare gli sguardi dal tavolo. Quando fu certa che né io né Carl avremmo terminato quanto rimasto nei piatti si alzò per sparecchiare. Prese posate e stoviglie, portandole in cucina. Lasciò in tavola solo i bicchieri e io li riempii ancora di vino. Tornata in sala da pranzo sollevò il proprio senza far caso al contenuto, supponendo che in sua assenza sarebbe stato colmato, e si sedette dopo averne bevuto un sorso. Era un rito sottinteso gustare assieme l'ultimo prima delle attività serali, dopo che aveva rassettato. Tesi la mano verso il mio per imitarla.
-Carl, vorremmo parlarti di Johanna.-
Urtai contro il bordo del bicchiere, rovesciando un poco del contenuto sulla tovaglia. La macchia violacea s'allargò sulla trama di lino chiaro. Non mi aspettavo questa mossa improvvisa, né che mi accomunasse col proprio arbitrio agli occhi di nostro figlio. Lei aveva deciso di rivelargli di Hermann, Johanna era un pretesto, e io ritenevo che non fosse il momento idoneo.
-Non potremmo discuterne in altra occasione?-
-No, ti prego. Anche lui ha sofferto per Johanna e ha diritto di sapere.-
Carl tacque. Osservando il bicchiere colmo, non espresse alcun parere, chiedendosi forse il motivo per cui glielo avessi riempito pur essendo egli astemio; quando avevo versato il vino dalla bottiglia avevo volutamente ignorato i suoi gusti, pensando che non era gentile lasciare un calice vuoto accanto a due pieni. Avrei voluto fermare Sophia, intimarle di tacere, ma gli avvenimenti susseguitisi negli ultimi giorni mi avevano logorato; così mi limitai a implorarla con lo sguardo perché si trattenesse. Lei lo evitò, guardando dritto negli occhi Carl. Le parole che aveva appena pronunciato mi erano suonate insincere. Intuii che avrebbe condiviso quanto appreso con chiunque, frammentando la pietra che l'aveva oppressa consegnandone le schegge minuscole agli altri, una a una. Avrebbe disperso il dolore tra quanti le erano vicini, diffondendolo come un'epidemia non letale ma fastidiosa, per la propria inettitudine a sopportarne la responsabilità. Questo era un altro degli effetti collaterali di Hermann, aveva trasformato una donna capace di dividere la gioia con altri in un'ombra sofferente foriera di pene.
Una voce contraffatta -che riconobbi essere di Hermann -mi sussurrò da dentro di osservare la tavola. Dalla chiazza di vino sulla tovaglia vidi propagarsi una sottile linea viola, irregolare come una venatura. Avanzò fino al bordo ricamato e cadde sul pavimento sotto forma di goccia. Dal punto in cui toccò terra, riprese a correre verso la parete, diramandosi in più direzioni. Da umida striscia colorata era mutata in fessura, sempre più profonda, che pian piano si estendeva. Giunta alla base del muro lo aveva squarciato, proseguendo all'esterno. Guardando dentro la crepa non ne vidi il fondo, sembrava aver scavato il suolo fino alla superficie opposta del globo. Sentii Hermann ridere, senza vederlo. Sollevai lo sguardo verso Sophia, stupito che non si fosse accorta del fenomeno terrificante. Continuava a fissare Carl, incurante di quanto stesse accadendo. Ormai eravamo seduti su lati opposti di una voragine immensa, come già era accaduto tra noi. 
-Che cosa c'entra la morte di Johanna con quella del nonno?-
-Tuo padre ha trovato un magnetofono con una registrazione, tra le sue carte, dov'è stata incisa la versione dei fatti data da Hermann Bauer nel periodo subito successivo al suicidio di Johanna. Lo ha avuto in cura, nel reparto diretto dal suo successore Hirsch, per uno stato psicotico. E' Herman il colpevole della morte di tua zia, io e tuo padre abbiamo appreso i dettagli allucinanti della vicenda.-
-Conosco bene la storia, mamma. In questi anni non me ne sono tenuto distante, volevo bene a Johanna. Pensavi che avrei accettato la versione che mi avete fornito da bambino? Conosco i fatti, come Brunhild e Ludwig, da molto tempo. Hermann ne è responsabile ma non più di tanto, è lei che s'è uccisa. Lui era un artista, instabile quanto vuoi, ma non un assassino. A suo modo l'amava. E' impazzito per la sua morte, ha pagato anche troppo. Non sono mai riuscito a spiegarne il suicidio, lei era una persona solare e, qualunque cosa potesse esserle accaduta, aveva attorno una famiglia meravigliosa che avrebbe potuto aiutarla. Il nonno è sempre stato un riferimento per tutti.-
(18-continua)

© Fiero Rosso,
Rotta Nord Ovest 2005

Fiero Rosso di Sant' Anna (Monteriggioni (SI) 1919 - Ivi,  2005). Di famiglia di tradizioni terriere, unico di cinque tra fratelli e  sorelle a sopravvivere alla  seconda guerra mondiale, si è dedicato ad amministrare la tenuta agricola ereditata. Laureato in chimica farmaceutica, si è diviso tra la sua vocazione contadina e la passione per la letteratura. Laico irriducibile e attento osservatore della politica nazionale, con un passato di combattente nella Resistenza, non ha disdegnato di scrivere, tra racconti e romanzi, anche sagaci  pamphlet contro i potenti di turno. D'indole riservata, durante la propria vita ha scelto di far leggere gli scritti  ad amici e pochi altri considerati degni di stima, non pubblicando mai le proprie opere prima di farlo con Rotta Nord Ovest, lasciandone inoltre i diritti agli editori della rivista. Virtuoso del violino, amava suonare Mozart e Schubert in solitudine in mezzo ai campi; era uso trattenersi saltuariamente nelle osterie del proprio paese conversando e giocando a carte. È stato un ottimo tiratore appassionato di caccia al cinghiale.


 

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