FEUILLETON: "Trilogia della serpe" - XVII PUNTATA  di Fiero Rosso, © Rotta Nord Ovest 2005


'Feuilleton' perché si riallaccia al romanzo d'appendice, grande narrativa inedita pubblicata a puntate su riviste e giornali del XIX° secolo e della prima metà del XX°. Questa tradizione ha reso famosi scrittori come Alexandre Dumas, Carlo Collodi, Ernest Hemingway e molti altri. Proporremo romanzi inediti che ci terranno
compagnia nel tempo, iniziando da 'Trilogia della serpe' di Fiero Rosso. Buona lettura.

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XVII) Osservandola davanti al cancello mi apparve estasiata. Sembrava essere tornata a casa dopo un'assenza d'anni e allungò il passo. La seguivo a poca distanza, rassegnato come un cane dietro al padrone ebbro. Non si voltò mai per sincerarsi della mia presenza, rapita dagli elementi del dipinto che aveva nella propria mente. La vallata era incantevole, protetta a nord dai monti e aperta verso il sole; il torrente lambiva i filari dei meli con qualche frutto caduto prematuro; l'erba era verde e robusta nonostante il caldo. Mi accorsi che l'ambiente era privo d'odori, la fragranza dell'erba e delle piante avrebbero dovuto essere intense. Sradicai una piccola zolla erbosa avvicinandola al naso. Inalai profondamente senza che l'olfatto incontrasse la sensazione attesa, l'afrore della terra appena smossa e dell'erba strappata. Prima di attribuirne la causa al pulviscolo che mi aveva essiccato le narici, credetti di trovarmi in un ambiente irreale, trascinato a forza in un suo sogno. 
Era ansiosa di mostrarmi quel mondo ma i fabbricati non erano proprio come lei immaginava. Quello meglio conservato era l'immobile principale. Il muro di pietre alla base era integro, e la parte superiore in legno aveva solo bisogno d'essere levigata e protetta dall'umidità. Alcune pietre del tetto erano cadute sul prato. Da fuori il resto sembrava in ordine, i serramenti erano al loro posto sui cardini e il camino era in piedi. Non entrammo subito. Preferì visitare la stalla e il caseificio. Girammo attorno alla costruzione. Affacciandoci dal portone dischiuso del ricovero ci accorgemmo che il tetto era in parte crollato e alcuni pilastri, in procinto di cedere, si sarebbero presto liberati della soma di qualche altro trave. Non perse la propria espressione giuliva. Ritenendo imprudente entrare, ispezionammo l'altra parte. Spingemmo a fatica la porta fatta di vecchie assi inchiodate. Le pareti dei locali adibiti alla lavorazione del latte erano percorse da crepe che s'incrociavano come una ragnatela, e il pavimento era sconnesso. Il nostro incedere smosse alcune mattonelle, mettendo in fuga due scorpioni usciti da una fessura. Compresi che abbattere i due ruderi e riedificarli era l'unica strada percorribile. Sebbene il proposito originario fosse encomiabile, l'impegno economico gravoso e le difficoltà pratiche ne impedivano la realizzazione. Tornammo all'aperto. Alzò lo sguardo a fissare le asperità delle rocce stagliate contro la luce, assente.
Si voltò all'improvviso. Con gli occhi socchiusi e lo stesso sorriso di quando eravamo arrivati, annuì sussurrando che il posto era perfetto.
Iniziai a temerne l'incoscienza spavalda. Non fui capace di ribattere. Intuì la mia disapprovazione da un sospiro appena accennato che non trattenni. La sua espressione si fece torva. Mi voltò le spalle andando a sedere su un tronco davanti alla casa. La raggiunsi sedendole a fianco. Rimase immobile, con la schiena curva e i gomiti sulle ginocchia, a guardarsi le scarpe. Mi allungai per toccarle la spalla ma fermai la mano a metà, nell'aria. Perdurava nell'atteggiamento scontroso, ignara che dalla parte opposta del tronco, a un metro da lei, una vipera si era acciambellata in difesa, pronta a scattare. Mi specchiai nelle pupille verticali che la fissavano gelide e vidi me stesso. Ero io che stavo per morderla.
Interpretò erroneamente il mio gesto indeciso e si avvicinò per rappacificarsi. Afferratala, la tirai a me per scostarla dal pericolo imminente, avvicinandola a quello maggiore. Ci baciammo, ma fu un gesto forzato, le labbra si toccarono appena, ansiose di perdersi. Il rettile scivolò dal tronco scomparendo nell'erba. Non le dissi mai del rischio corso. Preferii non turbarne i pensieri già provati dalla difformità tra la realtà e il sogno. Mi guardò sorpresa; non capì -o forse finse -perché, alzandomi subito, avessi iniziato a battere con forza i piedi per terra, né me lo chiese. Sorrise di nuovo, come persa in un ricordo. Sperai che la serpe si fosse allontanata. C'incamminammo verso il paese, senza voltarci verso la cartolina senza odore. L'aria si fece afosa. Un vento leggero spingeva da sud nubi scure, cariche di pioggia; probabilmente di lì a poco avrebbe piovuto.
Era già gravida, ma lo ignoravamo entrambi.
Attendendo il treno per il ritorno, entrammo nel ristoro della stazione. Accaldati, ordinammo acqua fresca con anice. Riconobbi nell'uomo dietro il bancone la stessa figura che ci aveva accolto sul marciapiede del binario con un cappellino rosso, appena la locomotiva si era arrestata. Aveva atteso alcuni minuti prima di autorizzarne la partenza facendo oscillare con solennità il braccio in aria, quasi ad accomiatarsi per sempre da un amico. Attendeva al proprio compito con notevole serietà -considerando che probabilmente non si fermavano più di due treni ogni giorno. Servendoci le bevande, mi guardò come per scusarsi dell'umile incarico cui era costretto nelle pause interminabili del suo ruolo di capostazione.
Presi i bicchieri e ci accomodammo a un tavolo. Guardai fuori attraverso i vetri. Le prime gocce iniziarono a bagnare il terreno asciutto, colorandolo di schizzi più scuri. Il cielo si era oscurato e dentro il locale era buio. Le gocce pesanti sollevavano un piccolo sbuffo di polvere schiantandosi a terra. Sentii toccarmi la mano abbandonata accanto al bicchiere.
Mi stava dicendo, a voce bassa, di non trattarla da stupida. Mi voltai verso di lei per essere gentile, per scusarmi del fatto che avevo pensato davvero che il suo progetto fosse una sciocchezza. Non riuscii a dirle nulla, rimasi a guardarla con un sorriso falso mettendomi poi a parlare del clima. Avevo capito che il temporale, che fuori del vetro stava bagnando l'erba, la terra, i ruderi e i monti, aveva spento anche l'ultima debole fiamma che avevamo tentato di ravvivare sul tronco davanti alla casa. Forse lo intuì anche lei. L'uomo dietro il banco accese una luce flebile al centro della sala. Sotto la debole illuminazione artificiale, che colorava con una patina giallastra la stanza, i nostri volti apparivano grotteschi, lugubri. L'oscurità del maltempo nascondeva le rughe e la tensione; il gesto di quell'uomo, col minimo di luce in più che aveva portato tra noi, ci aveva svelato la realtà.
Non potemmo più guardarci in faccia. Il fischio lontano, in arrivo, ci tolse d'impaccio. Ci alzammo, movendoci con direzioni opposte. Lei uscì subito dalla porta posteriore che dava sul marciapiede della ferrovia. Io mi fermai al banco a pagare le bibite. Il capostazione aveva già messo la divisa modesta e, fremente, mi diede il resto; poi imbucò anche lui l'uscita per il binario. Senza fretta lo seguii.
Il treno si fermò davanti a noi con un urlo acuto e prolungato. Nessuno scese. Aprii la porta del vagone e salimmo. Chiudendola alle spalle ebbi la sensazione di avere imboccato la galleria che riportava nel mondo in cui io ero abituato a muovermi. M'accorsi che il treno era lo stesso dell'andata, un convoglio che faceva la spola col nodo ferroviario principale. Viaggiammo senza scambiare una parola, distanti, io leggendo e lei guardando fuori. La pioggia ci accompagnò lungo il tragitto per quasi quattro ore. Prossimi a destinazione, smise di piovere. I viali di periferia si erano coperti di foglie giallastre, abbattute dal prologo autunnale. Alla vista dei muri incolori oltre gli alberi mi rilassai, accarezzando con la mano appoggiata sul vetro il fuori, a me più consono, che scorreva già lento.
Appena in stazione scendemmo in fretta, insistendo nel nostro mutismo. Indifferenti alla divergenza del cammino dell'altro ci allontanammo, ciascuno verso la propria abitazione, per non rivederci che dopo cinque giorni. Fu lei a cercarmi, sospettava d'essere incinta...
(17-continua)

© Fiero Rosso,
Rotta Nord Ovest 2005

Fiero Rosso di Sant' Anna (Monteriggioni (SI) 1919 - Ivi,  2005). Di famiglia di tradizioni terriere, unico di cinque tra fratelli e  sorelle a sopravvivere alla  seconda guerra mondiale, si è dedicato ad amministrare la tenuta agricola ereditata. Laureato in chimica farmaceutica, si è diviso tra la sua vocazione contadina e la passione per la letteratura. Laico irriducibile e attento osservatore della politica nazionale, con un passato di combattente nella Resistenza, non ha disdegnato di scrivere, tra racconti e romanzi, anche sagaci  pamphlet contro i potenti di turno. D'indole riservata, durante la propria vita ha scelto di far leggere gli scritti  ad amici e pochi altri considerati degni di stima, non pubblicando mai le proprie opere prima di farlo con Rotta Nord Ovest, lasciandone inoltre i diritti agli editori della rivista. Virtuoso del violino, amava suonare Mozart e Schubert in solitudine in mezzo ai campi; era uso trattenersi saltuariamente nelle osterie del proprio paese conversando e giocando a carte. È stato un ottimo tiratore appassionato di caccia al cinghiale.


 

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