'Feuilleton' perché si riallaccia al romanzo d'appendice,
grande narrativa inedita pubblicata a puntate su riviste e giornali del XIX°
secolo e della prima metà del XX°. Questa tradizione ha reso famosi scrittori
come Alexandre Dumas, Carlo Collodi, Ernest Hemingway e molti altri. Proporremo
romanzi inediti che ci terranno
compagnia nel tempo, iniziando da 'Trilogia
della serpe' di Fiero Rosso. Buona lettura.
PUNTATE
PRECEDENTI
XVI) Ora Sophia mi sedeva davanti impaurita, molto diversa dalla
prima sera in cui l'accompagnai alle prove della
filodrammatica locale.
Staccatasi dalla tela su cui si era appiattita si alzò, riacquistando il proprio volume.
Aggirò il divano fermandosi alla finestra. Appoggiata al vetro sembrava assorta nei dettagli della
via e restò così per qualche minuto. Attraverso il suo corpo, per me trasparente come la lastra che aveva
davanti, vedevo ciò che fissava. Teneva gli occhi sull'incrocio in fondo alla discesa, laggiù, tra la panchina e il cartello stradale vicino alla fermata del tram. Da lì sarebbe apparso chiunque fosse diretto a farci
visita; da lì lo avrebbe visto arrivare. Sapeva che mimetizzarsi non le avrebbe risparmiato nulla, assumere i colori cangianti del velluto o la trasparenza del vetro non avrebbe impedito a Hermann di riapparire, se lo avesse voluto, così com'era riuscito a tramandarci le sue scelleratezze. Forse stava per farlo e la registrazione era il suo biglietto da visita recapitato da mio padre ad annunciarlo.
Il nastro era avvolto quasi del tutto sulla bobina, le parole stavano scemando. Avremmo
sopportato la sua verità ancora per poco. Lei non si scompose quando sentì la
voce distorta riprendere, come se ormai le parole non potessero toccarla più di quanto avevano già fatto.
“Gira, gira, gira. Ho la nausea. Montare questo cavallo che ruota veloce m'induce il vomito. Percepisco calore allo stomaco, la saliva mi riempie la bocca. Deglutisco, se n'accumula altra. La musica è forte e il cavallo oscilla. L'uomo che ride -è lui che comanda -manda la giostra più veloce, frustando le bestie. All'improvviso avverto qualcosa, fastidio piuttosto che dolore. Il corpo si scuote da dentro e il calore aumenta. L'animale mi disarciona e rotolo sulle tavole. Afferro una staffa. Tutto mi duole e si contrae. Sento una forza che sale e dilata, preceduta da vapori acidi. Il collo si gonfia, espello dalla bocca il disgusto che riaffiora, materia putrida. Il frastuono scompare. Non chiedo aiuto, mi pulisco le labbra col dorso della mano libera.
L'acre che resta nel naso mi fa lacrimare. Carponi, con le dita cerco brandelli di me nella pozza maleodorante prima che la forza centrifuga li disperda. Li detergo strofinandoli sulle cosce. Tento di riconoscerne la natura coi polpastrelli e l'olfatto. Raccolgo molti bocconi d'orgoglio, tra quasi tutti di follia e stupidità; ho fortuna, recupero pezzi d'intelligenza, ma sono rari e come perle si sciolgono negli acidi. Non trovo frammenti d'amore, sono troppo piccoli; forse non ce ne sono. Sfinito, coi muscoli dell'addome dolenti, giaccio sul legno duro. Appoggio la testa sulle mani, sulla pelle che odora di caglio. La giostra continua a girare, nel buio. La musica si attenua. L'uomo continua a ridere e frusta l'aria. Confondo il cigolio delle molle col nitrire lontano del cavallo. Vorrei afferrane la criniera, fuggire. Rimango immobile...
-Resto sul pavimento senza coricarmi nel letto. Ogni volta che ci provo, lei appare al mio fianco. La guardo, le
accarezzo i capelli. Le sorrido. La stringo, mi bacia. Mi respira sul collo, lasciando una lieve traccia umida con la
lingua appena protrusa. Cerca con le mani la mia pelle, insinuandosi sotto le vesti tra le pieghe del corpo come acqua a sgretolare un argine. Quando allento la presa e le mie dita scorrono dalla sua schiena verso i seni per afferrarli, scompare.
La comunione è tutt'altro che facile. Lei vola, è sogno. Io cammino nel fango, mi proteggo. Una rondine non comprende la trincea e io sono bravo a schivare i proiettili. Lei no, non può vivere con lo sguardo all'altezza del terreno,
imbrattata di terra a ripararsi da chi le spara contro. Lo capisco. Mi rimprovera di continuo per il cinismo, che io
preferisco definire disincanto. Quante volte ci siamo amati, altrettante abbiamo discusso. Non sopporta le tensioni, è fragile. Aborrisce il confronto. Allora fugge come una volpe e si nasconde nella tana per recuperare energia. Sparisce per giorni a leccarsi le ferite; poi riappare mettendo fuori il muso, impaurita, ad annusare l'aria. Si accosta timida cercando la mia mano, pronta a rintanarsi al primo segnale di pericolo.
Non sono come lei. Mi nutro di rifiuti, mordo chiunque e non possiedo ali. Non conosco il pianto, non ho paura.
Soffro dell'incapacità a condividerne gli stupidi entusiasmi puerili per ogni cosa che accade.
Ha perfino tentato di strapparmi il consenso per un progetto, a mio avviso inattuabile, in cui era stata coinvolta da un'associazione filantropica alla quale appartenevano
alcuni suoi conoscenti privi d'ogni attitudine pratica. L'intento era di rilevare una proprietà terriera e costituire un'azienda agricola, per dare accoglienza e possibilità di lavoro a profughi d'altri paesi. Avevano già individuato
dove insediarsi, una valle nel sud protetta da due catene montuose e attraversata da un torrente. La terra era fertile, il pascolo rigoglioso. L'area interessata copriva una
superficie di circa dieci ettari. Lungo il corso d'acqua, nel tratto vicino alla casa padronale, gli alberi da frutto
protendevano i rami verso il brandello di cielo impigliato tra le guglie rocciose. Lì io avrei potuto scrivere in
tranquillità. A fianco dell'edificio principale c'era la stalla,
ricovero per una trentina di bovini; poco più oltre il caseificio, in perfetta efficienza. Le colava miele dalle labbra a parlarne.
Ero troppo abituato a muovermi lungo muri scrostati per non essere nauseato dall'eden che proponeva. Mi convinse a seguirla per vedere il luogo in un itinerario ferroviario disagevole. Fummo costretti a cambiare convoglio tre volte prima di arrivare. Era Settembre e fu l'unico viaggio
insieme. Al ritorno avremmo recitato l'ultimo atto del dramma. Partimmo presto, salendo su un treno sporco e antiquato.
Dopo pochi minuti ero assuefatto all'odore stantio di ruggine, grasso e sudore dello scompartimento. Parlò per tutto il tempo mentre io mi limitai a risponderle con cenni del capo, tentando di leggere il volume che avevo portato.
L'attrazione iniziale era scemata e lei non riusciva più a coinvolgermi nelle proprie passioni. Impiegammo quattro ore per
intravedere i monti che ci attendevano col brandello di cielo decantato; tentai di scrivere appunti, ma dopo le prime due ore il paesaggio dal finestrino smise di modificarsi e
d'interessarmi. Arrivammo prima di mezzogiorno. Percorremmo il tratto di strada dal capolinea della ferrovia alla fattoria su una vecchia corriera che alzò una nube di polvere, e gli ultimi due chilometri a piedi. La giornata di fine estate aveva facilitato l'arrivo. Non pioveva da molti giorni.
Provai ad immaginare lo stesso percorso in Gennaio e rimpiansi le case squallide della periferia che avevamo lasciato il mattino.
(16-continua)
© Fiero Rosso,
Rotta Nord
Ovest 2005
 Fiero
Rosso di Sant' Anna (Monteriggioni (SI) 1919 - Ivi, 2005). Di famiglia di tradizioni terriere,
unico di cinque tra fratelli e sorelle a sopravvivere alla seconda guerra
mondiale, si è dedicato ad amministrare la tenuta agricola ereditata. Laureato in chimica farmaceutica,
si è diviso tra la sua vocazione contadina e la passione per la letteratura.
Laico irriducibile e attento osservatore della politica nazionale, con un
passato di combattente nella Resistenza, non ha disdegnato di scrivere, tra
racconti e romanzi, anche sagaci pamphlet contro i potenti di turno. D'indole riservata,
durante la propria vita ha scelto di far leggere gli
scritti ad amici e pochi altri considerati degni di stima, non
pubblicando mai le proprie opere
prima di farlo con Rotta Nord Ovest, lasciandone inoltre i diritti agli editori
della rivista. Virtuoso
del violino, amava suonare Mozart e Schubert in solitudine in mezzo ai campi;
era uso trattenersi saltuariamente nelle osterie del proprio paese conversando e
giocando a carte. È stato un ottimo tiratore appassionato di caccia al
cinghiale.
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