'Feuilleton' perché si riallaccia al romanzo d'appendice,
grande narrativa inedita pubblicata a puntate su riviste e giornali del XIX°
secolo e della prima metà del XX°. Questa tradizione ha reso famosi scrittori
come Alexandre Dumas, Carlo Collodi, Ernest Hemingway e molti altri. Proporremo
romanzi inediti che ci terranno
compagnia nel tempo, iniziando da 'Trilogia
della serpe' di Fiero Rosso. Buona lettura.
PUNTATE
PRECEDENTI
XV) Una sera si trattenne a cena e nell'occasione c'incontrammo. Io ero assistente all'università da pochi mesi, avevo ventisette anni. Era il primo incarico importante che
ricoprivo al politecnico, assegnato alla cattedra di tecnologie dei materiali, e traboccavo di superba immaturità. Per
questo diedi poca importanza alla giovane ospite, ancorché carina, credendola una compagna di scuola di mia sorella. La trattai con cortese distacco. Johanna mi redarguì,
rimarcando che col mio carattere scostante non avrei mai trovato una
compagna. Obiettai che, in ogni caso, non avrei potuto corteggiare delle diciottenni. Sophia allora mi
ringraziò per averla ringiovanita, confessandomi che frequentava il terzo anno di lettere. La osservai meglio e rimasi della mia opinione. Pensai che si stesse burlando di me, che
quella ragazza fosse una liceale, amica di mia sorella, in vena di schernirmi. Era minuta, coi lineamenti delicati e gli
occhi grandi e verdi; aveva la pelle liscia e le guance piene. La frangia castano-rossiccia sulla fronte le dava un aspetto ancor più giovanile. Emanava una leggera fragranza
primaverile di fiori, profumo appropriato più per le ragazze che per donne già sbocciate
-cosa questa che aveva contribuito ad ingannarmi. Guardandola meglio mi accorsi che solo il seno, in evidenza sul corpo tornito, avrebbe potuto farmi supporre l'età reale. Sotto il maglione era
valorizzato meglio di quanto avrebbe saputo fare un liceale. Era garbatamente provocante, femmina. S'accorse della persistenza del mio sguardo sul proprio
busto e, inarcando maggiormente la schiena, sembrò voler esibire la naturale prova di maturità
con fierezza. Mia madre sembrò voler ignorare la nostra schermaglia d'occhiate, mentre mio padre sorrise, accorgendosi del mio imbarazzo per aver indugiato troppo a lungo sulle forme della nostra ospite. Terminata la cena, lei e Johanna si alzarono
e a mia sorella venne l'idea d'invitarmi ad assistere alle prove della
rappresentazione che la loro compagnia stava allestendo. Provai a
rifiutare ma senza convinzione, adducendo a scusa il lavoro che avrei dovuto svolgere entro il mattino seguente; ma fui felice di cedere all'insistenza di mia
sorella senza farmi pregare troppo, e le seguii. Prendemmo i cappotti per uscire; aiutai Sophia a indossare il proprio, trascurando invece Johanna che fece finta di offendersi. L'aria non era fredda e solo una lieve umidità sollevatasi dal lago offuscava la serata altrimenti gradevole.
Camminammo affiancati, con Sophia al centro, io alla sua destra e mia sorella sull'altro lato. Lungo il tragitto non
incontrammo nessuno. Conversammo di prosa e dei vaghi brontolii di guerra che
scuotevano il continente -passando con ingenua leggerezza da un argomento all'altro, nella quiete della sera piacevole -fino al portone del teatro. Quella ragazza mi attraeva, era fresca. In breve Johanna si trovò esclusa dal nostro dialogo, ma non diede importanza alla cosa.
Il teatro locale -se così si può chiamare -è un piccolo stabile dietro la chiesa. Ha poco più di un centinaio di
posti a sedere in platea, due ordini di palchi angusti e il loggione. E' più che sufficiente per la gente del posto,
anche se è raro che non sia gremito ad ogni rappresentazione: è l'unica occasione locale di ritrovo, fatta eccezione per un paio di caffetterie, senza essere costretti a spostarsi in città. Così la filodrammatica amatoriale che
frequentavano raccoglieva un discreto numero di aspiranti attori, in parte anche motivati artisticamente, spinti dal desiderio d'infrangere la noia del paese rifuggendo la condizione di pendolari anche nel tempo libero. Mi sedetti in una delle ultime file, nella penombra, mentre loro salirono i gradini del proscenio illuminato. Il velluto delle poltrone odorava di polvere stantia come la vecchia passatoia di stoffa rossa a protezione del pavimento di legno. Gli stucchi che
decoravano i palchetti più vicini alle luci di scena -quelli illuminati che potevo vedere -erano screpolati. Il teatro
dimostrava con rassegnazione la propria età senza tentare di mascherarla.
Gli altri le attendevano già sul palcoscenico; presi dal chiacchierare c'eravamo attardati per strada. Il regista le richiamò alla puntualità poi diede disposizioni per la
scena. Le prime battute erano di un attore giovane che riconobbi come il figlio dell'ingegnere che aveva ristrutturato il municipio, un conoscente della mia famiglia. Poi fu la volta di Johanna, rispondendo al primo, e quindi intervenne
Sophia. Pronunciò le sue battute con veemenza, come se volesse farle giungere altisonanti fino
al posto che occupavo in fondo alla sala, a tal punto che il regista si
complimentò per l'interpretazione appassionata. Il senso del testo, una considerazione sull'inettitudine maschile alle questioni sentimentali, era consono al messaggio mirato che lei
sembrava volere inviarmi. Si stava divertendo a provocarmi in pubblico, senza che nessuno dei presenti, tranne Johanna, si accorgesse di nulla. Lanciò strali per tutta la sera,
enfatizzando i passi che al mio orecchio avrebbero dovuto suonare come sarcastici,
riuscendo a imbarazzarmi.
Le prove si protrassero per quasi due ore; alla fine, dopo avermi raggiunto in platea, sorprendendomi in uno sbadiglio seguitarono a punzecchiarmi,
prendendo a pretesto il mio scarso interesse per la commedia. Assonnato per l'ora, non fui pronto nell'avvedermi che quanto più tentavo di giustificarmi per la stanchezza, tanto più loro, divertite, mettevano foga nel mortificarmi tornando a casa. Alla fine esplosero in una
risata fragorosa che avrebbe potuto svegliare il vicinato. Le pregai di non fare chiasso e continuarono ad emettere dei risolini, beffeggiandomi a quel punto anche per la
seriosità.
Arrivati al nostro portone, mi offrii d'accompagnare Sophia che abitava poco più oltre. Stranamente mia sorella
decise di non proseguire, adducendo una sospetta sonnolenza improvvisa. Salutò l'amica ammiccando ed entrò. Così mi
trovai a scortarla solo. Continuammo la conversazione fino alla sua abitazione. La temperatura si era abbassata e avevamo passeggiato tenendoci sottobraccio per riscaldarci e
sorreggerci. Un sottile strato di brina aveva reso scivoloso
l'acciottolato della strada. Sedutici sui gradini d'ingresso, ci congedammo
infreddoliti dopo un'altra mezz'ora passata in chiacchiere. Avevamo sorriso molto e da allora iniziammo a frequentarci assiduamente. Dopo neanche un anno eravamo sposati e in quello successivo, nel 1938, nacque Brunhild, la nostra primogenita.
(15-continua)
© Fiero Rosso,
Rotta Nord
Ovest 2005
 Fiero
Rosso di Sant' Anna (Monteriggioni (SI) 1919 - Ivi, 2005). Di famiglia di tradizioni terriere,
unico di cinque tra fratelli e sorelle a sopravvivere alla seconda guerra
mondiale, si è dedicato ad amministrare la tenuta agricola ereditata. Laureato in chimica farmaceutica,
si è diviso tra la sua vocazione contadina e la passione per la letteratura.
Laico irriducibile e attento osservatore della politica nazionale, con un
passato di combattente nella Resistenza, non ha disdegnato di scrivere, tra
racconti e romanzi, anche sagaci pamphlet contro i potenti di turno. D'indole riservata,
durante la propria vita ha scelto di far leggere gli
scritti ad amici e pochi altri considerati degni di stima, non
pubblicando mai le proprie opere
prima di farlo con Rotta Nord Ovest, lasciandone inoltre i diritti agli editori
della rivista. Virtuoso
del violino, amava suonare Mozart e Schubert in solitudine in mezzo ai campi;
era uso trattenersi saltuariamente nelle osterie del proprio paese conversando e
giocando a carte. È stato un ottimo tiratore appassionato di caccia al
cinghiale.
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