Feuilleton: "Trilogia della serpe" - XIII PUNTATA  di Fiero Rosso, © Rotta Nord Ovest 2005


'Feuilleton' perché si riallaccia al romanzo d'appendice, grande narrativa inedita pubblicata a puntate su riviste e giornali del XIX° secolo e della prima metà del XX°. Questa tradizione ha reso famosi scrittori come Alexandre Dumas, Carlo Collodi, Ernest Hemingway e molti altri. Proporremo romanzi inediti che ci terranno
compagnia nel tempo, iniziando da 'Trilogia della serpe' di Fiero Rosso. Buona lettura.

PUNTATE PRECEDENTI
 

XIII) -La goccia non smette. Forse Ulrich, il macellaio, potrebbe avere uno stillicidio così protratto. Hanno sgozzato Ulrich in soffitta e lo hanno appeso per dissanguarlo. E' alto quasi due metri e, a occhio, dovrebbe pesare più di un paio di quintali. Sicuramente ha il doppio del sangue di un uomo normale. Tra cinque giorni sarà ben frollato, me lo serviranno come pietanza.
Dietro il bancone di marmo del suo spaccio, la bottega dall'altro lato della strada di fronte alla libreria di Gertrud, appare ai clienti con l'addome prominente appoggiato sulla lastra dove scarnifica lombi e spalle, e la parte inferiore celata dal banco.Sembra in piedi su una cassa di legno alta almeno cinquanta centimetri, mentre la pedana che lo isola dal pavimento non arriva a una spanna: la osservai quella volta che con Johanne entrammo per acquistare della carne. Egli, elencando i pregi della polpa che stava affettando con lo sguardo basso, non s'avvide della mia intrusione tra il muro e il bancone. Schivando i quarti di manzo e gli agnelli che dondolavano esangui dai ganci del soffitto, riuscii a coglierne il profilo nella sua interezza: le assi incurvate sotto i suoi piedi gemevano ad ogni movimento. Il grembiule di cotone bianco annodato dietro il collo lo copriva fino a mezza gamba, lordo delle sue vittime...
Non è burattino mosso da mano smisurata: ne ho visto le tibie e le scarpe. E' un gigante che arrota e maneggia acciaio affilato con la perizia d'un boia. Taglia e squarta con mano ferma, brandisce le lame come un vescovo l'ostensorio, con la stessa fede. Non capisco perché si ostini nell'arte della macellazione dei suini quand'egli stesso, col cranio calvo e le guance cadenti, gli occhi tondi e piccoli e la punta del naso verso l'alto con le narici esposte in avanti, è membro della stessa famiglia. Non ha pudore, né prova rimorso, nel trucidare i parenti per arricchirsi vendendone le carni. Raccontano che sia d'origini nobili ma che non sia normale, e che i genitori gli abbiano assegnato una rendita cospicua per non tornare. Ignoro quale nefandezza si sia lasciato alle spalle. Arrivò in città molto giovane in compagnia di una vecchia, forse la governante o magari la madre, raggrinzita anzitempo, e lui solo un povero idiota bastardo con fattezze porcine, progenie illegittima di un signorotto di campagna che ha scelto di rimpiattare l'onta allontanandoli, dopo aver riempito loro le tasche con una manciata di danari. Era imponente come ora. Acquistò la macelleria dal vecchio proprietario pagandola molto bene e prese alloggio con la vecchia sopra il negozio. Sono passati vent'anni e vive ancora là, mai amici né donne. La donna si è ammalata, poi è morta. Lui è rimasto, a trucidare migliaia di bestie: sembra che ne tragga piacere come se convogliasse il proprio istinto omicida in un'occupazione lecita e remunerativa...

-Se l'avesse uccisa lui? Mi è sembrato di cogliere un ghigno malevolo e nervoso sulla sua faccia -solo per un istante, ma l'ho visto -quando lei, chinandosi, ripose nella sporta la carta nella quale aveva avvolto la carne. Non riuscì a dissimularlo. Dopo, i suoi tratti si assopirono nella maschera inespressiva di sempre. Il legno della pedana emise un lamento più forte. Mai un sorriso né un dolore ma, per Dio, quel guizzo feroce l'ho visto. Un attimo di fuoco su quel volto, di brama bestiale per una preda annusata.
Certo, potrebbe avermi seguito alla chiusura fino a casa, aver atteso che mi allontanassi di nuovo; poi, furtivo, aver salito i gradini fino al terzo piano tenendo sospesa la propria enormità in punta di piedi come una ballerina, inutilmente leggera per non far rumore. In tutto lo stabile solo quattro appartamenti sono abitati, ma gli altri inquilini rincasano a notte inoltrata. La serratura del portoncino è vecchia, basta poco a forzarla; d'altronde, non possiedo niente di prezioso da rubare. Il coltello da caccia con l'impugnatura d'osso era l'unico oggetto di qualche interesse, oltre ai miei scritti. Deve aver aperto i cassetti della scrivania. Delle mie carte quell'animale non avrebbe saputo che farne, così ha preso l'arma. L'ha osservata: è bella e lucente. Il manico è una piccola opera d'arte. Da un lato è inciso un cervo assalito nel bosco da due segugi, dall'altro un'aquila che affonda gli artigli nel dorso di una lepre che fugge tra le stoppie. E' rimasto affascinato dalle effigi pregevoli, le ha sfiorate con le dita gonfie. Poi ha sentito un tonfo improvviso, smorzato. Sospettando qualcuno in fondo alle scale ha nascosto il pugnale sotto la camicia ed è uscito, tirandosi dietro la porta. Scendendo, non ha incontrato nessuno. Strisciando furtivo lungo i muri umidi ha raggiunto la tana con la lama preziosa, l'unica eredità beffarda lasciatami. Per strada non è stato notato, era già buio.
Forse non voleva rubare nulla, né fare del male. Forse voleva solo violare l'intimità da me condivisa con Johanne. Fatto sta che ha sottratto il coltello da caccia col manico d'osso intagliato, custodito da due generazioni. Lo ha nascosto fino a quel giorno. L'ha usato...

-E' lui, è stato lui, Ulrich!
Lei si serve spesso in quella bottega, le basta attraversare la strada dopo aver salutato Gertrud. Lui l'ha braccata nel buio. Le ha afferrato il braccio, fermandola. Sconfitto due volte ha distrutto ciò che non poteva possedere. 
Il patologo aveva ragione riguardo alla modalità, ma nella sua presunzione ha tralasciato l'elemento chiave, la mano che brandiva l'arma. Prima di andarsene, Ulrich ha chiuso le mani piccole di lei sull'impugnatura d'osso intagliato, a stringere per sempre un cervo e un'aquila insanguinati.
Hirsch, apri la porta, chiama i gendarmi. Bisogna che lo arrestino. Ascolta, è stato Ulrich, il suino antropomorfo. Mi senti? Non posso urlare; è lui l'assassino. Non si è uccisa, non avrebbe potuto. Ho capito tutto, Hirsch. Aprimi. Andiamo a sgozzare il maiale, io e te. Lo giustizieremo con lo stesso coltello. Puliremo le mani dal sangue con le lenzuola che odorano di lei, che non ho lavato. Poi faremo festa alzando boccali di vino speziato e caldo davanti al fuoco, pensando alla carne che non mancherà per il resto dell'inverno. La divideremo tra noi, la doneremo a Klauser; e anche a Gertrud, lei che ne ha trovato il corpo, che per prima ha visto lo strazio.
Non avendo motivo per trattenersi tra lenzuola calde, il mattino esce presto da casa. Me lo ha confidato. Per strada, tra la bruma e il buio, si muove veloce inseguita dallo scalpiccio dei propri tacchi sul selciato, cercando una caffetteria appena aperta. Il passo è rapido per fuggire la pena della notte trascorsa senza carezze che si adagia sulle precedenti, tutte uguali. L'oste più mattiniero è di solito quello in Rathausplatz. Dopo la colazione affrettata, Gertrud si ritira tra i suoi libri ammuffiti, di cui ha assorbito l'odore, e approfitta delle due ore prima dell'apertura al pubblico per rassettare. E' inetta alla vita. Dalla piazza, attraverso il vicolo stretto e non illuminato sbuca a fianco del proprio negozio. L'ultima volta che lo ha percorso ha trovato l'amica ad attenderla. Ignoro se abbia osato camminare ancora in quel tratto di strada, ma, nonostante il dolore patito, mi ha sostenuto. La telefonata cui io non risposi nell'uscire di casa diretto alla gendarmeria era sua, me lo ha riferito in seguito. E' innamorata di me, e non l'ho mai degnata delle mie attenzioni. Sì, lunghe conversazioni, a volte anche sorrisi, ma niente che andasse oltre. Negli ultimi tempi la loro amicizia si era raffreddata. Ne ero io la causa? Alle esequie non era affranta. E' vero, ero sconvolto e le mie facoltà percettive erano alterate, ma non ricordo una sua lacrima; una sola, che le abbia bagnato le guance. Mi è rimasta accanto per tutto il tempo dell'orazione. L'officiante parlò per più di un'ora; pareva volesse evocarla, non rassegnandosi a seppellirla. Terminata la cerimonia, Gertrud si è avvicinata col collo proteso. Mi ha sfiorato le guance da entrambi i lati. Le sue erano asciutte e contratte, un sintomo di correità nel delitto. E' possibile.
Ha tramato con Ulrich o lo ha usato come strale incosciente, insinuando un tarlo nei suoi pensieri labili... Può avergli fatto credere che lei era affascinata dalla sua possanza; magari pronunciando quasi con distrazione, ma consapevole come colei che lascia cadere volutamente dalla borsa un guanto perché l'uomo che la segue possa raccoglierlo e quindi fermarla per restituirlo, qualche frase equivoca. Le è bastato attraversare la strada, pochi passi. Uno sforzo lieve per convincere un uomo il cui cervello è fatto più di vuoto che di materia. La trappola è stata innescata. I fatti si sono svolti come ho udito fino alla nausea, il proscenio è illuminato dai riflettori; ma, dietro, chiunque può aver agito protetto dal buio. Quanti colpevoli per l'unica vittima, un carosello di facce.»
(13-continua)

© Fiero Rosso,
Rotta Nord Ovest 2005

Fiero Rosso di Sant' Anna è nato a Monteriggioni in provincia di Siena nel 1919 e lì è recentemente deceduto, in data 11 ottobre 2005. Di famiglia di tradizioni terriere, unico di cinque tra fratelli e  sorelle a sopravvivere alla  seconda guerra mondiale, si è dedicato ad amministrare la tenuta agricola ereditata. Laureato in chimica farmaceutica, si è diviso tra la sua vocazione contadina e la passione per la letteratura. Laico irriducibile e attento osservatore della politica nazionale, con un passato di combattente nella Resistenza, non ha disdegnato di scrivere, tra racconti e romanzi, anche sagaci  pamphlet contro i potenti di turno. D'indole riservata, durante la propria vita ha scelto di far leggere gli scritti  ad amici e pochi altri considerati degni di stima, non pubblicando mai le proprie opere prima di farlo con Rotta Nord Ovest, lasciandone inoltre i diritti agli editori della rivista. Virtuoso del violino, amava suonare Mozart e Schubert in solitudine in mezzo ai campi; era uso trattenersi saltuariamente nelle osterie del proprio paese conversando e giocando a carte. È stato un ottimo tiratore appassionato di caccia al cinghiale.


 

www.rottanordovest.com home page