Feuilleton: "Trilogia della serpe" - XII PUNTATA  di Fiero Rosso, © Rotta Nord Ovest 2005


'Feuilleton' perché si riallaccia al romanzo d'appendice, grande narrativa inedita pubblicata a puntate su riviste e giornali del XIX° secolo e della prima metà del XX°. Questa tradizione ha reso famosi scrittori come Alexandre Dumas, Carlo Collodi, Ernest Hemingway e molti altri. Proporremo romanzi inediti che ci terranno
compagnia nel tempo, iniziando da 'Trilogia della serpe' di Fiero Rosso. Buona lettura.

PUNTATE PRECEDENTI
 

XII) -“Mi licenziai il giorno stesso. Alla fine della giornata passai nell'ufficio del personale a ritirare i miei incartamenti. Non volevo essere una proprietà di quell'uomo. Se i nostri sguardi si fossero incrociati anche solo un'altra volta attraverso il piazzale e i vetri del suo ufficio, avrei cancellato la sagoma scura e minacciosa da quella finestra, per sempre.
Ne avrei avuto l'occasione e il modo. Costeggiando la facciata dell'opificio e procedendo poi lungo il muro e oltre in direzione del centro, fino al punto in cui il viale si restringe, svoltando a destra ci s'immette in una strada di case basse, costruite le une attaccate alle altre come un unico convoglio di miserie. Gli abitanti sono quasi tutti operai di Flusch. Camminando per altri duecento metri, prestando attenzione è possibile notare un portone anonimo e scrostato, un tempo tinto di verde, tra due finestre protette da inferriate. La piccola insegna che lo sovrasta è quasi invisibile per la ruggine che l'ha corrosa. E' una mescita d'alcolici, soffocante d'aria spessa e fumosa. Di giorno è chiusa, passa inosservata. Apre di sera, all'ora di cena. A volte, prima di rincasare, mi fermavo a bere. Non è facile notarla neanche in orario d'apertura. La mancanza di un'illuminazione notturna lungo la strada la nasconde ai passanti occasionali. Solo i frequentatori abituali riconoscono la luce che filtra dai rombi delle grate ed entrano. Giocano a carte e litigano, bevendo. Riescono anche a rincasare incolumi, nonostante l'asfalto sconnesso e le bevute, ricordando a fatica la posizione delle insidie adocchiate nel tragitto sobrio. Gli avventori del locale fatiscente sono le stesse figure rassegnate che di giorno si affaccendano tra autocarri e sacchi di caffè. Due di loro, indistinguibili dagli altri a un'occhiata sommaria, ma con atteggiamento ben diverso e tutt'altro che remissivo, si trattenevano spesso a confabulare seduti al tavolo lontano dall'entrata, quello avvolto dal fumo più denso. Ogni volta che provavo ad avvicinarmi, smettevano di parlare. I loro cenci erano grigi come quelli dei compagni, ma nei loro occhi ardeva brace vivida. Mi osservavano, annusandomi come selvatici che avvertono la presenza di un intruso loro simile. Non ho mai osato rivolgere loro la parola ma sono certo che sarebbero stati pronti, conoscendo la mia posizione privilegiata -se solo fossero stati certi della mia fede -ad affidarmi uno di quei piccoli draghi d'acciaio che ruggiscono e sputano il fuoco in loro custodia per annientare il despota.
Protetto nell'opalescenza del mattino, ne avrei indirizzato la bocca verso quella vetrata, stringendone la coda di legno nel pugno. Collimando il mio occhio destro attraverso la piccola tacca in metallo brunito con quello dell'avvoltoio oltre la finestra, avrei contratto l'indice sulla lingua del mostro a provocarne l'urlo e il fumo. Solo un piccolo foro nel vetro, poi sarei sparito tra la nebbia, il rumore e il caffè.
Mai più avrei bevuto tra miserabili e schiavi, se solo avessi avuto il coraggio...

-Io sono libero, anche qui dentro!
Da quel momento cambiai molti impieghi, non ne ricordo nessuno. Una cosa sola rimase: iniziai a scrivere, senza smettere più. Annotavo tutto su un taccuino, scrivendo a matita con grafia frenetica, illeggibile. Spiavo gli altri, li sezionavo descrivendone ogni dettaglio, ogni imperfezione ignota anche a loro stessi. Fissavo sulla carta le mie osservazioni, scomponevo per poi ricomporre corpi e atteggiamenti. La mia attitudine ispettiva aumentava, e con essa la facoltà di comprendere e la capacità di difendermi. Potevo inchiodare chiunque, anche Flusch, cento Flusch su un solo foglio di carta. Andai avanti così per mesi, diventò un'ossessione. Cercai di darle un senso.
Dopo aver riordinato quella prima materia informe in una stesura decente, la proposi a un editore spregiudicato. Piacque e, dopo un lavoro neppure troppo oneroso di correzione, fu pubblicato. Venne fuori un libello di una settantina di pagine, poca cosa; ma parlava d'umiliazione e riscatto, argomenti che si vendono sempre. Ebbe fortuna. Appena iniziai a guadagnare dai miei scritti il poco che mi occorreva per sopravvivere disdegnai altri impieghi. I lettori mi acclamavano. In realtà avevo scritto solo per me stesso.

-La goccia che cade dal soffitto sul pavimento nell'angolo più remoto della mia stanza mi disturba. La sento: tac... tac... tac. Si forma pian piano al centro dell'area d'umido che scrosta l'intonaco e che odora di muffa. Impiega quarantanove secondi per ingrossare e gonfiarsi a sconfiggere le forze che tentano d'impedirle di schiantarsi nella piccola pozza per terra. Quarantanove, li ho contati. Quarantotto appesa e uno in aria, perfetta nel volo. Tac. Ecco, è caduta. E' morta. Ho ascoltato impassibile la fine di una goccia e non ho fatto niente per salvarla. Deve essere un tubo che perde, nel solaio. Cadere. Passare da un livello più alto d'energia a uno inferiore, senza poter tornare indietro. Può scegliere di abbandonare le sorelle nel sacrario e insinuarsi nella crepa del pavimento per tornare ad essere goccia sul soffitto sotto i miei piedi e, dopo quarantanove secondi, morire ancora, sempre più in basso, fino agl'inferi. Non la sopporto più, interrompe in continuazione i miei pensieri. Ho gia esposto le mie lamentele a chi di dovere. Devono fermarla, prima che vaporizzi nel magma per raggiungere, camuffata nell'aria, il soffitto per tormentarmi ancora. L'unica cosa che non posso sapere è il colore, se trasparente o rossa. Ho paura del suo sapore. Non riesco a toccarla. Così l'ascolto. Tac, eccola di nuovo. Se fosse sangue avrebbe smesso, nessun corpo ne contiene tanto, neanche lei. Ecco perché è morta, non ne aveva più. Ha gocciolato per una notte da un livello vitale a uno inferiore, tutto qui. Voleva penetrare nei meandri del suolo per vaporizzarsi e tornare. Il marciapiede intorno a Arkadenstrasse è sconnesso, alla fine avrà trovato una fessura per riuscire.
Sì, è sicuramente acqua, non può essere sangue. Nessuno possiede più di sette litri di sangue: potrebbe al massimo gocciolare per una giornata, se non coagulasse; e, in ogni caso, avrebbe un suono diverso, più denso."
(12-continua)

© Fiero Rosso,
Rotta Nord Ovest 2005

Fiero Rosso di Sant' Anna è nato a Monteriggioni in provincia di Siena nel 1919 e lì è recentemente deceduto, in data 11 ottobre 2005. Di famiglia di tradizioni terriere, unico di cinque tra fratelli e  sorelle a sopravvivere alla  seconda guerra mondiale, si è dedicato ad amministrare la tenuta agricola ereditata. Laureato in chimica farmaceutica, si è diviso tra la sua vocazione contadina e la passione per la letteratura. Laico irriducibile e attento osservatore della politica nazionale, con un passato di combattente nella Resistenza, non ha disdegnato di scrivere, tra racconti e romanzi, anche sagaci  pamphlet contro i potenti di turno. D'indole riservata, durante la propria vita ha scelto di far leggere gli scritti  ad amici e pochi altri considerati degni di stima, non pubblicando mai le proprie opere prima di farlo con Rotta Nord Ovest, lasciandone inoltre i diritti agli editori della rivista. Virtuoso del violino, amava suonare Mozart e Schubert in solitudine in mezzo ai campi; era uso trattenersi saltuariamente nelle osterie del proprio paese conversando e giocando a carte. È stato un ottimo tiratore appassionato di caccia al cinghiale.


 

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