Feuilleton: "Trilogia della serpe" - XI PUNTATA  di Fiero Rosso, © Rotta Nord Ovest 2005


'Feuilleton' perché si riallaccia al romanzo d'appendice, grande narrativa inedita pubblicata a puntate su riviste e giornali del XIX° secolo e della prima metà del XX°. Questa tradizione ha reso famosi scrittori come Alexandre Dumas, Carlo Collodi, Ernest Hemingway e molti altri. Proporremo romanzi inediti che ci terranno
compagnia nel tempo, iniziando da 'Trilogia della serpe' di Fiero Rosso. Buona lettura.

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XI) -“Buon giorno, Hirsch. A te piace il caffè? Il suo aroma è piacevole e rincuorante. In autunno, quando la nebbia del lago ristagna all'alba per strade e vicoli, le caffetterie diluiscono il profumo che si sprigiona dal loro interno nella densità della bruma; la fragranza dei forni che svegliano la città si dissolve con l'umidità solo nel tepore delle ore più tarde. La gente, costretta a muoversi dalle proprie case, cerca riparo dal freddo nella saracinesca aperta più vicina: senza parlare annusa l'aria, inspira profondo il calore dolce dell'ambiente, e di quello si nutre; trae energia per schiarire la voce, mormorare un saluto all'uomo dietro il banco e finalmente ordinare una tazza di liquido nero, bollente. Così riparte l'ingranaggio, le strade si popolano. Tutto si affretta di nuovo, uomini, automobili e omnibus.
Io, del caffè, non tollero più neanche l'odore: ho lavorato per qualche anno come sottocontabile all'approvvigionamento nella torrefazione della famiglia Flusch. Gli uffici erano all'interno della fabbrica e l'acre sentore della tostatura s'insinuava nelle narici e impregnava gli abiti. Rincasando non riuscivo a sfuggirgli; svegliandomi, era con me tra le lenzuola. Mi disturbava meno quando lavoravo, era il suo territorio. Ma nella mia stanza non tolleravo l'intrusione di Flusch nel mio spazio. Vivevo quell'odore come un sigillo indelebile di proprietà, un marchio a fuoco sulla pelle, la stoffa e ogni pertinenza. Sembrava privarmi della disponibilità della mia persona.
Abitavo all'epoca in una palazzina in periferia, non lontano dallo stabilimento. Andavo al lavoro quasi sempre a piedi, qualche volta mi facevo trasportare pigramente da un vagone arrugginito. La fabbrica, un edificio di mattoni ocra, occupava un isolato intero. La facciata costeggiava Fluschstrasse per oltre duecento metri. Al centro esatto, un portone di legno a due battenti, alto quanto due piani dell'edificio, si spalancava verso l'interno; era mosso da un sistema meccanico d'argani, pulegge e catene, come l'ancora di un piroscafo. Su ciascun'anta era apposta una lettera in ottone, non meno imponente dell'insieme. La domenica, quando era chiuso, era possibile leggere le iniziali d'Alejandro Flusch affiancate. Entro quella soglia tutto era suo. 
Varcato il portone, si attraversava una sorta di corridoio per una ventina di metri sotto il casermone della facciata fino al cortile interno adibito a piazzale di carico, dove gli uomini caricavano e scaricavano in continuazione dagli autocarri sacchi di iuta grezza, pieni di grani già tostati o ancora da lavorare. I furgoni in transito obbligavano gli operai ad appiattirsi come insetti lungo i muri. Su questa cloaca si aprivano gli accessi per raggiungere gli uffici ai piani superiori, nei quali scomparivano gli impiegati abbandonando il flusso delle maestranze.
Per lungo tempo anch'io mi sono dileguato nell'ombra della volta attraverso uno di quei pertugi, al riparo dalla luce del piazzale. Ma un giorno la settimana, in genere il giovedì, scendevo nei magazzini camminando a fianco degli operai. Il mio compito era controllare nei registri dei magazzinieri il numero di sacchi arrivati e quelli spediti ai grossisti e di annotare le cifre in un taccuino per il capo contabile. All'aperto, non più protetto sotto il camminamento, percepivo il potere di Flusch. Ero esposto alla sua ispezione.
Dal proprio ufficio al quarto piano, attraverso la vetrata che dominava il cortile, teneva d'occhio i movimenti sotto di sé, compiaciuto della propria ricchezza e degli uomini alle sue dipendenze. Era sempre là, lo sentivo. Il suo alito, amaro dei sigari che accendeva continuamente -di fragranza particolare, li faceva arrivare direttamente dal Paraguay tramite un importatore -mi raggiungeva nonostante l'odore di caffè bruciato che stagnava ovunque. Percorrevo il selciato con passo svelto senza correre, per sottrarmi rapido alla sua vista senza richiamarne l'attenzione. Forse non approvava l'abbigliamento, o la pettinatura, oppure il mio operato. Mi era intollerabile la sua ostentazione del possedermi. Nei pochi secondi che mi occorrevano per raggiungere il riparo so che avrebbe potuto violare i miei pensieri, intuire l'avversione che provavo nei suoi riguardi. Mi sentivo a disagio, braccato da quell'entomologo onnipotente; cercava di afferrarmi con le pinzette per osservarmi sotto una lente, prima di trafiggermi con gli spilli su una tavoletta incorniciata da mostrare ai suoi pari, ammesso che ne avesse.
Finalmente sgusciavo dentro il deposito dei sacchi che dava sul piazzale, in salvo. Il magazzino non era chiuso da una parete nella sua parte più interna, ma continuava aperto con l'area del capannone occupata dalle tostatrici. I macchinari, in funzione dalle sei di mattina fino alle dieci di sera, erano disposti con regolarità, equidistanti tra loro, come pezzi in stallo su una scacchiera. Erano più di cento. L'aria era calda e irrespirabile. Coppie d'uomini sudati facevano la spola tra il magazzino e le macchine, trasportando su piccoli carrelli quanti più sacchi di caffè potevano: da un lato prelevavano la materia da lavorare, poi depositavano quelli contenenti i semi tostati dall'altro, in un andirivieni senza posa. Ogni quattro ore la sirena decretava trenta minuti di pausa che i dannati trascorrevano nel piazzale per ossigenarsi, anche quando pioveva. Flusch aveva creato il proprio inferno in questa città.
Ma un giovedì mattina accadde qualcosa: attraversando il cortile allo scoperto, a metà della distanza che dovevo percorrere mi fermai, voltandomi. Il sole, pallido e ancora basso, non penetrava all'interno della fabbrica e l'umidità densa che aleggiava nel piazzale rendeva i dettagli di quanto vi si trovava indistinti e lattescenti. Lo vidi appoggiato al vetro della finestra, in piena luce, che tentava di capire chi fosse l'impiegato impudente che con ardire si era girato per guardarlo e osava rimaneva immobile nel piazzale a sfidarlo dopo aver intrrotto il proprio lavoro protetto dalla foschia. Si allontanò dalla vetrata. Io rimasi per poco ad osservare il vuoto lasciato dalla sua figura, ed entrai. Dopo neppure un minuto, attraverso i vetri sudici del magazzino, lo vidi precipitarsi nel piazzale, mastino rabbioso in cerca della preda, col sigaro in bocca. Si aggirò per un po' tentando di scorgere qualcuno; poi desistette, ritirandosi imprecante nell'ombra."
(11-continua)

© Fiero Rosso,
Rotta Nord Ovest 2005

Fiero Rosso di Sant' Anna è nato a Monteriggioni in provincia di Siena nel 1919 e lì è recentemente deceduto, in data 11 ottobre 2005. Di famiglia di tradizioni terriere, unico di cinque tra fratelli e  sorelle a sopravvivere alla  seconda guerra mondiale, si è dedicato ad amministrare la tenuta agricola ereditata. Laureato in chimica farmaceutica, si è diviso tra la sua vocazione contadina e la passione per la letteratura. Laico irriducibile e attento osservatore della politica nazionale, con un passato di combattente nella Resistenza, non ha disdegnato di scrivere, tra racconti e romanzi, anche sagaci  pamphlet contro i potenti di turno. D'indole riservata, durante la propria vita ha scelto di far leggere gli scritti  ad amici e pochi altri considerati degni di stima, non pubblicando mai le proprie opere prima di farlo con Rotta Nord Ovest, lasciandone inoltre i diritti agli editori della rivista. Virtuoso del violino, amava suonare Mozart e Schubert in solitudine in mezzo ai campi; era uso trattenersi saltuariamente nelle osterie del proprio paese conversando e giocando a carte. È stato un ottimo tiratore appassionato di caccia al cinghiale.


 

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