'Feuilleton' perché si riallaccia al romanzo d'appendice,
grande narrativa inedita pubblicata a puntate su riviste e giornali del XIX°
secolo e della prima metà del XX°. Questa tradizione ha reso famosi scrittori
come Alexandre Dumas, Carlo Collodi, Ernest Hemingway e molti altri. Proporremo
romanzi inediti che ci terranno
compagnia nel tempo, iniziando da 'Trilogia
della serpe' di Fiero Rosso. Buona lettura.
PUNTATE
PRECEDENTI
VIII) Quelle furono le ultime parole di Hermann che ricordai di aver udito quando Sophia venne a svegliarmi.
-Tesoro, sei rimasto a dormire qui...-
-Perdonami, mi sono addormentato ascoltando il registratore. Che ore sono?-
-Le otto. Desideri fare un bagno, prima di partire?-
Mi ero assopito sulla poltrona trascorrendovi la nottata. Il nastro stava ancora girando, avvolto ormai al solo supporto di trascinamento. La sua estremità libera sbatteva ad ogni giro contro il bordo del magnetofono, producendo un rumore troppo lieve per disturbare il sonno.
Durante la notte, dopo aver lasciato lo studio, quando avevo spento l'apparecchio deciso ad andare a letto, anziché salire subito i gradini ero andato in cucina
per bere. La tensione m'aveva prosciugato la bocca. Avevo attraversato la pinacoteca di casa, illuminata dalla lampada a mezze scale, entrando nella sala da pranzo. Dal corridoio la luce diffondeva nella stanza attraverso i vetri.
Nella penombra mi era sembrato di rivedere tutti noi accomodati attorno al tavolo rettangolare, con mio padre a capo tavola e mia madre sul lato opposto; la nonna sedeva alla sinistra di mio padre e teneva a bada Johanna, la piccola lucente Johanna, che si agitava tra lei e la mamma. Dall'altro lato, io ero davanti alla nonna, al posto d'onore alla destra del capofamiglia e mio fratello Konstantin, magro e pallido, più vicino a mia madre. Franziska, la giovane governante di allora, si affaccendava intorno al tavolo, entrando e uscendo dalla porticina in fondo alla sala, simmetrica rispetto alle scale oltre la parete a quella dello studio di mio padre. Da lì lei accedeva alle cucine.
Io, Konstantin e Johanna eravamo bambini; ero il maggiore e avevo dieci anni; lei non ne aveva ancora compiuti due; Konstantin, in mezzo, ne aveva sei. Era la fine del 1919, e finalmente non sentivamo più parlare di guerra. La mamma sorrideva ed eravamo tutti allegri, anche la nonna, che era sempre di pessimo umore, e Franziska. Il camino era acceso e una brocca di cristallo, sfaccettata come un diamante, al centro del tavolo ne rifrangeva la fiamma, proiettandoci addosso l'arcobaleno. Fu l'ultimo Natale spensierato, di li a poco Konstantin sarebbe scomparso per le complicanze di una broncopolmonite. Mio padre consultò i colleghi specialisti più famosi del paese, ma non ci fu nulla da fare. Una
coltre di mestizia calò su di noi e non ci abbandonò più. Forse il più provato fu proprio mio padre, offeso nella fede che riponeva nella scienza medica. Da allora intraprese viaggi in tutto il mondo, alla ricerca di qualcosa che non riuscì non solo a trovare ma neanche a definire.
Assorto nella memoria, m'ero avvicinato al posto del capotavola, appoggiando la mano sulla spalliera della sedia vuota. In quel momento realizzai che era davvero morto. L'agitazione mi aveva fatto vivere l'evento come un insieme d'incombenze alle quali pensare, senza soffermarmi sulle emozioni provate. Poi il pensiero di Johanna, riaffiorando, lo aveva relegato in un ruolo secondario. Avevo differito la sofferenza a una circostanza più intima, e il momento era arrivato. Sentii gli occhi riempirsi di lacrime. Papà aveva raggiunto tutti gli affetti che, per un attimo, avevo visto seduti ancora una volta attorno alla nostra tavola. Rimanevo solo io. Lo avevo visto incupirsi negli anni: ognuno dei commensali
di quell'anno di pace che lo aveva preceduto nella morte, s'era accomiatato da lui sottraendogli una parte di felicità. Era
malinconico: appagato dalla fama ma, nell'intimo, triste.
Spinto dalla commozione, oltre che dalla sete, mi ero allontanato dal tavolo per entrare nella cucina. Nel periodo della mia infanzia era il regno di Franziska, ed era rimasta essenzialmente immutata, anche se negli anni si erano avvicendate altre due domestiche. La disposizione della dispensa e della masserizia era stata organizzata da lei, quelle venute dopo si erano uniformate al suo ingegno.
Franziska nel '19 aveva ventitre anni e era con noi da quattro. Era una ragazzona bionda e gioviale, sorrideva in continuazione ma non era una sciocca. Viveva in un suo mondo fatato, dove sembrava che non la raggiungessero le preoccupazioni. Aspettava un bambino che sarebbe venuto alla luce poco dopo la morte di Konstantin e, forse, fu anche per questo che i miei si affezionarono al neonato. Continuarono a
ospitarla volendole bene, sebbene all'epoca una gravidanza fuori del matrimonio nel nostro ambiente costituisse motivo di scandalo. Raccontava di aver amato un poeta, un giovane molto ricco arrivato dall'Argentina per motivi di studio, che poi se n'era andato in Spagna e, in seguito, era diventato famoso. Lei non lo cercò mai, nascondendogli la paternità e allevando suo figlio da sola. Non rivelò mai il nome del seduttore, e noi credemmo che fosse una delle sue fantasie innocenti per mascherare un episodio più animalesco che poetico. Franziska Bauer, si chiamava. Rimase con noi per altri dieci anni, poi tornò al proprio paese, per prendersi cura della madre immobilizzata dall'artrite. Una parente c'informò del suo decesso prematuro avvenuto nei primi mesi del 1950, dopo la tragedia di Johanna. Anche lei conosceva la verità, forse il cuore non le resse per il dispiacere di sapere coinvolto in prima persona il figlio. Quel bambino era Hermann. Crebbe con noi come un fratello, alleviando un poco il dolore per la perdita di Konstantin. Ne avrebbe causato uno maggiore, implacabile.
Dopo aver bevuto, anziché salire in camera, ero tornato nello studio, ostinato a tormentarmi per il bisogno di sapere, e lì ero rimasto, addormentatomi sulla poltrona.
-Sì, penso che farò un bagno, e molto caldo. Ho le ossa a pezzi.-
-Spero che ascoltare la voce di tuo padre ti abbia un po' rinfrancato, anche se dall'aspetto non sembra.-
-Non era quella di mio padre, poi ne parleremo. Ora desidero lavarmi e fare colazione.-
-Io sono già pronta. Ne approfitto per imballare le ultime cose. Vuoi portare via ancora qualcosa da qui?-
-Solo il registratore, i nastri e il quaderno sullo scrittoio.-
(8-continua)
© Fiero Rosso,
Rotta Nord
Ovest 2005
 Fiero
Rosso di Sant' Anna è nato a Monteriggioni in provincia di Siena nel 1919 e
lì è recentemente deceduto, in data 11 ottobre 2005. Di famiglia di tradizioni terriere,
unico di cinque tra fratelli e sorelle a sopravvivere alla seconda guerra
mondiale, si è dedicato ad amministrare la tenuta agricola ereditata. Laureato in chimica farmaceutica,
si è diviso tra la sua vocazione contadina e la passione per la letteratura.
Laico irriducibile e attento osservatore della politica nazionale, con un
passato di combattente nella Resistenza, non ha disdegnato di scrivere, tra
racconti e romanzi, anche sagaci pamphlet contro i potenti di turno. D'indole riservata,
durante la propria vita ha scelto di far leggere gli
scritti ad amici e pochi altri considerati degni di stima, non
pubblicando mai le proprie opere
prima di farlo con Rotta Nord Ovest, lasciandone inoltre i diritti agli editori
della rivista. Virtuoso
del violino, amava suonare Mozart e Schubert in solitudine in mezzo ai campi;
era uso trattenersi saltuariamente nelle osterie del proprio paese conversando e
giocando a carte. È stato un ottimo tiratore appassionato di caccia al
cinghiale. La redazione e gli editori lo ricordano con stima, vicini col
loro cordoglio ai familiari.
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