Feuilleton: "Trilogia della serpe" - VII PUNTATA  di Fiero Rosso, © Rotta Nord Ovest 2005


'Feuilleton' perché si riallaccia al romanzo d'appendice, grande narrativa inedita pubblicata a puntate su riviste e giornali del XIX° secolo e della prima metà del XX°. Questa tradizione ha reso famosi scrittori come Alexandre Dumas, Carlo Collodi, Ernest Hemingway e molti altri. Proporremo romanzi inediti che ci terranno
compagnia nel tempo, iniziando da 'Trilogia della serpe' di Fiero Rosso. Buona lettura.

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VII) «-In questa scatola buia è chiuso il mio mondo. Quattro passi di larghezza e altrettanti in avanti. Allungandomi un poco ne sfioro il soffitto e le muffe che vegetano sull'intonaco. Salendo in piedi sul letto le scrosto con le unghie. E' uno spazio angusto, eppure mi contiene completamente. E' un luogo magico, racchiude una vita intera.
Tu, padre argentino, chiedi che cosa è indimenticabile, per me: non una moneta da venti centesimi, né un punto da cui vedere l'universo da tutti gli angoli e anche te stesso in un onirico delirio circolare, ma il fuori, ciò che non siamo; l'incomprensibile che si svela nella semplice assolutezza di ciò che amiamo, non che possediamo o che pensiamo.
Ti sarebbe piaciuta, lei, e mi avresti sfidato col coltello per averla; avremmo combattuto come due rinnegati della terra amata da te e da mia madre, uccidendoci a vicenda per lei. Avremmo continuato a ucciderci per sempre, avidi dell'unica vera ricchezza, la coscienza dell'esistenza, il qui e ora.
La visione eliocentrica della nostra infinitesima porzione di spazio ci costringe nella concezione ciclica del tempo come se, attorno all'asse che trafigge il piano orbitale, tutto tornasse ad occupare la posizione originale... 
Sollevati in punta di piedi per sbirciare oltre il muro come farebbe un bambino in un cortile: immagina nella galassia la traiettoria della piccola stella che scalda il volto. La posizione dei pianeti non è più definibile secondo un'orbita piana, ma staziona in un orbitale solido. La rappresentazione fisica del tempo diviene più complessa: pensa a come diventa inestricabile l'essenza del tempo, aedo visionario, aumentando il numero di dimensioni che determinano lo spazio.Ogni cosa muta continuamente e la certezza di cogliere la materia in un punto in un dato momento è illusione. Riesci a vedere il tempo come proiezione del moto secondo le coordinate di un sistema complesso? Siamo ai confini dell'universo, al tempo che scorre a velocità estrema. Siamo nati e morti miliardi di volte, io e te.
Prendi la mia mano, non aver paura. Stiamo per tornare, precipitare attraverso il moto che rallenta e lo spazio che si libera della propria dimensione. Questa è la vera magia, non il viaggio ma il ritorno. Senti lo stridore, senti l'attrito delle galassie, dei sistemi stellari e dei pianeti che lentamente si arrestano; dell'aria, dei corpi, delle cellule, degli atomi che si surriscaldano forzando gli uni contro gli altri, diventano incandescenti come ferro che morde se stesso per fermare una ruota impazzita. Siamo quasi fermi, siamo al cerchio disegnato nella notte da corpi primitivi che danzano attorno al fuoco. Dipingiamo i nostri volti con maschere di guerra, e nostre siano urla di vittoria.
Attento, eliminiamo una dimensione ancora. Il nostro tempo ora è scandito da un pendolo, punto che oscilla su un segmento di retta. Avanti e indietro, avanti e indietro, e poi ancora... Il moto armonico, la rappresentazione più semplice del tempo per le nostre finite capacità speculative. Penetriamo una radura pericolosa: quanto più le cose si semplificano, tanto più lasciano spazio a interpretazioni terribili.
Dimmi, secondo te, l'universo è finito o infinito? Hai bisogno di pensarci a lungo, gaucho della pampa? Se non avesse limiti la sua semplificazione bidimensionale sarebbe una retta, infinita, e non una parte di essa; e quel punto, quell'insignificante e magico punto che va e viene e scandisce il nostro vivere e morire, non ne raggiungerebbe mai l'estremità, né potrebbe tornare indietro per ricordarci che invecchiamo.
Guarda, adesso: togliamo un'altra dimensione, velo d'impudica Salomè ritrosa. La semplificazione estrema dove non c'è più moto né tempo. Non occorre sapere se l'universo è illimitato o misurabile, per intuire l'assoluto. Nel punto è l'eterno. Il tempo è fermo, lo spazio non esiste. 
Mi chiedi di togliere anche l'unica dimensione rimasta? Non è possibile, ad uno tutto si ferma. E' Uno, il dio di Copernico, la bestemmia spiegata dalla fisica.
Ecco, lei era il Punto.
Offrimi da bere, ho sete. Sorridi con me, dei miei funambolismi. Non mettere mano al coltello, antico argentino, è tardi. Ferma il tuo braccio, lei è già morta e non puoi averla. Ti batteresti con me per nulla.
Siedi e compiangimi, padre, tu sai che cosa ho perso...

-Non comprendo questa paratia stagna, se il suo compito sia di proteggere qualcuno dal mio delirio o me dallo straripare della follia altrui. In ogni caso non serve a difendermi da me stesso, questo è quanto. Se Hirsch mi tiene rinchiuso per tutelare la mia incolumità è in errore. Avrebbe dovuto allora strapparmi i pensieri, bruciarmi il cervello con l'elettricità. Perché sono i pensieri, a straziarmi; loro mi danno dolore, una sofferenza inumana, insopportabile; sono le immagini, che non si spengono e che vedo nel buio, a scarnificarmi gli arti come branco di piccoli e famelici roditori con le fauci serrate su ogni brandello di pelle aggredibile, inadeguati a mettere fine al dolore con un unico pietoso morso alla gola. Continuano a cibarsi lentamente di me, lasciandomi vivo.
Hai sentito, Hirsch? Hai capito che cosa ho detto? Ti arriva la mia voce attraverso questa lastra di ferro? Sappi con chi condivido questa cella. Sì che lo sai, e godi a sapermi pasto dei piccoli mostri che la popolano. Sembra che loro intuiscano quando fermarsi, quando la porzione di carne strappata sia equivalente a quanta il mio corpo possa rigenerarne. Aspettano, poi attaccano ancora, certi del mio sopravvivere, e paghi di quel poco che possono avere. Non ho la capacità di un solo pensiero abbastanza forte e feroce da finirmi, illuminante come una saetta e rovente da incenerirmi. Sono meschino, inetto a rimediare alla vita, Hirsch, come quest'abominevole branco che squittisce. Apri questa porta, sono io la mia prigione. Come posso fuggire dalla memoria non ancora putrefatta? Illuminami, crudele custode di risposte...»
(7-continua)

© Fiero Rosso,
Rotta Nord Ovest 2005

Fiero Rosso di Sant' Anna è nato a Monteriggioni in provincia di Siena nel 1919 e lì è recentemente deceduto, in data 11 ottobre 2005. Di famiglia di tradizioni terriere, unico di cinque tra fratelli e  sorelle a sopravvivere alla  seconda guerra mondiale, si è dedicato ad amministrare la tenuta agricola ereditata. Laureato in chimica farmaceutica, si è diviso tra la sua vocazione contadina e la passione per la letteratura. Laico irriducibile e attento osservatore della politica nazionale, con un passato di combattente nella Resistenza, non ha disdegnato di scrivere, tra racconti e romanzi, anche sagaci  pamphlet contro i potenti di turno. D'indole riservata, durante la propria vita ha scelto di far leggere gli scritti  ad amici e pochi altri considerati degni di stima, non pubblicando mai le proprie opere prima di farlo con Rotta Nord Ovest, lasciandone inoltre i diritti agli editori della rivista. Virtuoso del violino, amava suonare Mozart e Schubert in solitudine in mezzo ai campi; era uso trattenersi saltuariamente nelle osterie del proprio paese conversando e giocando a carte. È stato un ottimo tiratore appassionato di caccia al cinghiale. La redazione e gli editori lo ricordano con stima, vicini col loro cordoglio ai familiari.


 

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