Feuilleton: "Trilogia della serpe" - VI PUNTATA  di Fiero Rosso, © Rotta Nord Ovest 2005


'Feuilleton' perché si riallaccia al romanzo d'appendice, grande narrativa inedita pubblicata a puntate su riviste e giornali del XIX° secolo e della prima metà del XX°. Questa tradizione ha reso famosi scrittori come Alexandre Dumas, Carlo Collodi, Ernest Hemingway e molti altri. Proporremo romanzi inediti che ci terranno
compagnia nel tempo, iniziando da 'Trilogia della serpe' di Fiero Rosso. Buona lettura.

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VI) - «Invece lei era limpida. Ogni suo gesto era accompagnato da musica udita solo da lei e fluido, come vento tra rami. Gli altri potevano solo gioire di quel suo perenne balletto senza comprenderlo, così come non è possibile capire la pioggia che cade o la vita che cresce. L'aria le si apriva attorno, senza attrito. Il suo corpo si librava leggero, calpestando l'erba non ne piegava gli steli.
Era impiegata come praticante presso lo studio legale del vecchio Klauser, ma avrebbe dovuto trascorrere la propria vita sul palcoscenico, a tradurre le note in movimento. A volte andavo a prenderla al lavoro. L'ufficio era in un palazzo elegante della città vecchia, al primo piano. Vi si accedeva attraverso un androne sempre aperto, salendo due rampe di gradini. Suonavo il campanello dopo le cinque di sera, l'ora in cui avrebbe dovuto essere pronta. D'abitudine si tratteneva qualche minuto in più. Non se ne sarebbe andata tranquilla se non avesse prima riordinato le pratiche per le udienze del giorno successivo. Le stanze dell'appartamento erano invase dall'odore delle carte accatastate sugli scaffali. Il suo tavolo era collocato in fondo all'ampio ingresso adibito a segreteria sul quale si apriva la porta a due battenti della stanza di Klauser. Quando avvertiva la mia presenza l'avvocato si affacciava e, curvo sulla schiena per una lombalgia inveterata, puntando l'indice m'ammoniva a prendermi cura di lei.
M'infastidiva il suo sorriso benevolo. Era mia, di diritto, e lui aveva l'atteggiamento di chi consegni una figlia all'uomo che la condurrà altrove. Conoscendo la mia insofferenza alle battute del vecchio, lei si sbrigava nel chiudere i fascicoli sulla scrivania e, alzandosi, mi veniva incontro. Lo salutava affettuosamente e mi prendeva sotto braccio trascinandomi via.

-La peculiarità di quei palazzi vecchi sono i soffitti alti con i solai di travi di legno appoggiati e non murati, dotati di una certa elasticità. Camminando sul pavimento si avverte un'oscillazione che, sulle prime, sembra una vibrazione che ne preceda il crollo. Non mi ero mai abituato al senso d'instabilità che mi causava il muovermi in quegli spazi. Il suo incedere sul pavimento a losanghe intarsiate non generava una sola oscillazione dell'intera struttura, neppure quando passava nel centro esatto della stanza: la distanza dai punti d'appoggio avrebbe dovuto amplificare ogni sussulto dei sostegni. Era come senza peso. Non mi sarei meravigliato nel vederla un giorno attraversare il lago correndo, sfiorando appena lo specchio che l'avrebbe riflessa nel cielo senza increspature.
Ebbi il privilegio di vederla danzare una volta sola, durante una festa la scorsa estate, da una coppia che abitava appena fuori città in una villa con un ampio salone a pian terreno. Erano soliti invitare gli amici a convivio. Avevo conosciuto il marito in un circolo letterario che frequentavo. Avevano preparato una tavola con le vivande lungo uno dei lati minori della sala, lasciando lo spazio centrale libero per ballare. Sul lato opposto, in un angolo, un pianista suonava ballabili senza un ordine preciso. Terminato un tango, attaccò le prime delicate battute di un valzer. Il pavimento lucido rifletteva il lampadario di cristallo, eccessivo al centro del soffitto come ogni altra cosa nell'ambiente. Io conversavo con i padroni di casa. Tutti erano allegri. Notai che uno degli invitati, un certo Kirchner che conoscevo appena, fermo da qualche minuto davanti al tavolo, si era voltato; dopo aver guardato verso l'estremità opposta della sala, si mosse seguendo una linea precisa. Intuii subito che quel corpo vestito con un abito costoso, trascinato sul marmo dalla propria immagine speculare, aveva intenti dei quali forse non era del tutto consapevole, almeno per i primi passi. Tra i pianeti in rotazione che assecondavano traiettorie caotiche piegate da simpatie o repulsioni reciproche, si spostava secondo la retta che l'avrebbe guidato alla meta, astro unico e immoto. Il mio sguardo aveva già calcolato in anticipo l'intersezione di quel moto rettilineo con la mia vita. Raggiuntala, mi accorsi che le chiese qualcosa. Lei si guardò attorno, come per cercarmi, poi annuì. Allargando le braccia verso di lei, Kirchner le prese le mani e iniziarono a danzare. Apparivano leggeri, belli; il resto si era fermato, in silenzio.
Il valzer è attrazione, un vortice che trascina due corpi nello spazio verso la fusione in un reiterarsi di spirali, contrastata dalla repulsione centrifuga delle masse che tentano, invano, di opporsi alla perdita dell'individualità. Le note portavano lei e il suo cavaliere sempre più vicino a me, facendoli roteare nel salone. Sulla loro orbita raggiunsero il mio perigeo. Il suo viso si trovò a circa due metri da me. I nostri sguardi si afferrarono per un attimo. In quella frazione di tempo percepì il mio rammarico per non essere l'uomo che danzava con lei. In prossimità del terzo angolo della sala non completò l'ellisse, fermandosi. Capii che, con un garbato cenno del capo, aveva chiesto al cavaliere d'interrompere la danza, di arrestare il loro vagare in quell'universo angusto. Lui le lasciò le mani ringraziandola con un lieve inchino; mi guardò e sorrise, allontanandosi. Continuai a fissarla finché non venne da me: i nostri occhi avevano polarità opposte. Tutto riprese a muoversi, il fragore nella sala sovrastò le note del piano. Afferrò le mie mani che cadevano inerti lungo i fianchi. Disse che non avrebbe più danzato con altri uomini. Tornammo al buffet, dove le porsi da bere.
Non danzai con lei, non ne ero capace, nonostante le mie origini. Lei non lo avrebbe fatto mai più...
(6-continua)

© Fiero Rosso,
Rotta Nord Ovest 2005

Fiero Rosso di Sant' Anna è nato a Monteriggioni in provincia di Siena nel 1919 e lì è recentemente deceduto, in data 11 ottobre 2005. Di famiglia di tradizioni terriere, unico di cinque tra fratelli e  sorelle a sopravvivere alla  seconda guerra mondiale, si è dedicato ad amministrare la tenuta agricola ereditata. Laureato in chimica farmaceutica, si è diviso tra la sua vocazione contadina e la passione per la letteratura. Laico irriducibile e attento osservatore della politica nazionale, con un passato di combattente nella Resistenza, non ha disdegnato di scrivere, tra racconti e romanzi, anche sagaci  pamphlet contro i potenti di turno. D'indole riservata, durante la propria vita ha scelto di far leggere gli scritti  ad amici e pochi altri considerati degni di stima, non pubblicando mai le proprie opere prima di farlo con Rotta Nord Ovest, lasciandone inoltre i diritti agli editori della rivista. Virtuoso del violino, amava suonare Mozart e Schubert in solitudine in mezzo ai campi; era uso trattenersi saltuariamente nelle osterie del proprio paese conversando e giocando a carte. È stato un ottimo tiratore appassionato di caccia al cinghiale. La redazione e gli editori lo ricordano con stima, vicini col loro cordoglio ai familiari.


 

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