Feuilleton: "Trilogia della serpe" - IV PUNTATA  di Fiero Rosso, © Rotta Nord Ovest 2005


'Feuilleton' perché si riallaccia al romanzo d'appendice, grande narrativa inedita pubblicata a puntate su riviste e giornali del XIX° secolo e della prima metà del XX°. Questa tradizione ha reso famosi scrittori come Alexandre Dumas, Carlo Collodi, Ernest Hemingway e molti altri. Proporremo romanzi inediti che ci terranno
compagnia nel tempo, iniziando da 'Trilogia della serpe' di Fiero Rosso. Buona lettura.

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IV) - «Proprio come quando ha perso il bambino... Capite? Avete capito bene? Comequandohapersoilbambino. Il bambino...
Io non c'ero. Ero lì, ma non c'ero. Io non volevo quel nuovo essere, non era il momento, non ero pronto e tante altre motivazioni... C'eravamo amati, incuranti che potesse succedere, anche se all'ultimo la nostra unione già vacillava. Poi, nonostante le incomprensioni, quando capì di essere incinta tornò ad essere raggiante.
Sprofondai nel baratro. Non era possibile, non volevo cambiare ancora la mia vita. Così le restai accanto con un sorriso ipocrita. Ma tremavo, e sentivo battere un maglio nelle orecchie, e pregavo. Pregavo un Dio in cui non credo perché la gravidanza non continuasse, che potessi svegliarmi da quell'incubo. Quando, dopo tre giorni dalla conferma del suo stato, le iniziarono le prime fitte e una leggera perdita ematica, poi dolori maggiori e un'emorragia più copiosa, tirai un sospiro di sollievo. Andò subito allo studio del dottor Wiesenstein, ma non ci fu nulla da fare. Sì, signori, mio figlio moriva e io respiravo di nuovo, sollevato. Avete capito bene? Per me fu come se si fosse riaperta una porta, e da lì fuggii, lasciandola sola. Non volli parlare di nulla, nemmeno ascoltarla. Così si è uccisa.
Inorridite? Pensate che io sia peggio di voi? Ne siete certi? Credete che sia un mostro solo perché in quel momento non desideravo altre responsabilità. Ne avevo già di gravose: consegnare al mondo i miei pensieri. Non potevo privare l'umanità delle mie parole, dense di sensibilità, di emozioni: non avrebbe potuto farne a meno. Non potevo occuparmi di lei e del suo ingombrante fardello...

-Era bella la sera in cui le accarezzai i capelli per la prima volta. Sembravano fili lucidi di seta argentata. Ammaliato, non frenai l’impulso di toccarli. Lei mi lasciò fare, inclinando appena di lato la testa per incoraggiarmi; c’eravamo ritrovati da meno di un giorno e avevamo parlato per ore. Passando le dita attraverso la sua chioma percepii un delicato fruscio. Non fu un espediente per sedurla: desideravo davvero sentire l'effetto sulla mia pelle di quel metallo malleabile che le coronava la testa. Nel mio appartamento, seduti sul divano, lei mi porgeva la nuca mentre io continuavo ad accarezzarla. All’improvviso ci baciammo dominati dall’istinto che ci aveva guidato attraverso il tempo. Le sfilai la maglia. Era molto più di una passione, era come se ciascuno di noi avesse trovato la via per arrivare a quell'incontro, come se tutti gl'insignificanti dettagli archiviati negli anni non avessero avuto altro scopo che condurci su quei cuscini coperti di tela logora in quel momento; come se i millenni vissuti fossero stati cerimonia propiziatoria all'incontro di due forze pure ed estreme. Avremmo potuto far l'amore davanti al mondo, erano dentro di noi gli uomini e le donne che si erano amati dal principio e che si sarebbero amati nel futuro. Non potevamo essere più diversi e, per questo, fu incontrollabile il magnetismo che ci unì. Quanta energia si liberò col nostro incontro, ne basterebbe una scintilla per illuminare a giorno questa caverna per sempre...

-Chi sussurra? C'è qualcuno in questa cella? Fatevi avanti! Com'è buio, non vedo nulla. Col freddo iniziano a oscurarsi anche le immagini della memoria. Non andate via, vi prego, non svanite anche voi nell'oscurità. Devo lottare per trattenerle, mi abbandonano, vogliono ricongiungersi con lei. Non voglio lasciarvi andare, siete l'unica cosa che mi resta.
Quando un mattino mi chiamò la gendarmeria, sulle prime non capii. Dissero che avevano necessità di parlarmi. Dovevo recarmi al commissariato in centro e chiedere di un funzionario di cui non ricordo più il nome. Avrei dovuto farlo subito e andai. Chiudendo la porta udii suonare di nuovo il telefono, ma non rientrai per rispondere. Scesi le scale, preoccupato. Pensai che la convocazione fosse a causa di alcuni miei debiti che non avevo ancora saldato e strada facendo provai ad inventare scuse plausibili per la mia insolvenza. Sarei riuscito a impietosirli e ottenere una dilazione. Sì, ce l'avrei fatta...
Mi condussero lungo un corridoio buio, informandomi che per strada era stato trovato il corpo di una donna che aveva nella borsetta un biglietto su cui era scritto a mano il mio nome e avrei dovuto confermarne l'identità. Alla fine del corridoio scendemmo una scaletta angusta che portava in una stanza al piano inferiore. Non ebbi nemmeno il tempo di aver paura. Ero così lontano dalla verità.
Esiste un momento, anche nella mente più ignara, nel quale si accende, come un lampo lontano che rischiara per poco il cielo all'inizio di un temporale notturno d'estate, un dubbio che non è già più incertezza ma consapevolezza di un qualcosa che è già accaduto e che ci travolgerà di lì a poco. Prima che sollevassero il lenzuolo e scoprissero il tavolo di marmo, seppi che era lei. La certezza l'avevo avuta quando mi sono visto in piedi in quella stanza, immobile tra due sconosciuti, accecato da una lampada violenta, davanti al corpo celato pietosamente da quel telo che, inumidito dall'aria pesante dell'ambiente, lo avvolgeva impudico, svelando forme che avevo accarezzato a lungo. Non esisteva motivo perché mi trovassi lì, se non lei.
Si era uccisa così, senza lasciare uno scritto, sventrandosi per strada col coltello da caccia che doveva aver sottratto dal cassetto del mio tavolo pochi giorni prima, l'ultima volta che c'eravamo incontrati. Me lo mostrarono, riconobbi le scene scolpite sul manico. Senza riflettere, ne ammisi la proprietà. M'interrogarono a lungo.
Il patologo però fu molto preciso e fugò i loro dubbi. Sembrò compiacersi dell'esattezza della propria diagnosi, illustrando con dovizia i dettagli. Si era conficcata la lama a sinistra nell'addome, poco sotto la linea dell'ombelico: quante volte lo avevo baciato e toccato; quanto la mia lingua ne aveva inumidito il recesso più profondo. Si era inferta il colpo di pugnale con violenza, quasi con rabbia. La punta d'acciaio, dopo averle tranciato gli intestini, si era fermata contro il piano osseo del bacino, intaccandolo. Poi, con una forza che a quel punto avrebbe dovuto averla già abbandonata, aveva spinto la lama verso destra fin sotto il fianco, squarciando viscere e arterie, aprendo oscenamente il ventre mancata dimora di nostro figlio. Si era accasciata contro il muro, nel vicolo che congiunge Arkadenstrasse a Rathausplatz e che costeggia la libreria di Gertrud. Proprio lei l'aveva trovata seduta nel sangue il mattino dopo, con il manico del coltello ancora stretto nelle mani e la lama dentro la carne. Era accoccolata, con le braccia appena arcuate che si univano sull'addome. Sembrava una madre congelata che continuasse a cullare in braccio il figlio scomparso.
Questo disse l'illustre e preparato medico dei morti, ma le sue deduzioni erano errate. Era stata la mia renitenza ad averle stretto le dita attorno all'impugnatura per impedire che il cervo e l'aquila fuggissero come me. Non riuscii a piangere.
Dopo, fu il buio a...»

Ero già atterrito dai dettagli che avevo scoperto, ma la breve pausa del sonoro mi sconvolse. Pensai che il nastro magnetico fosse rovinato e le parole perdute irrimediabilmente, ma mi sbagliavo. Era una semplice interruzione nella registrazione. Dopo anni di dubbi atroci, avevo la possibilità di sapere che cosa fosse accaduto tra Hermann e Johanna, mia sorella, proprio attraverso il racconto confuso di uno dei protagonisti del dramma: avrei subito come beffa crudele l'impossibilità di procedere oltre nell'ascolto. Mio padre ci aveva negato la verità fino alla morte. Lo maledissi per questo, pentendomene. Il suicidio di Johanna aveva oppresso ognuno di noi e la mancanza di spiegazioni impedì di alleviarne il peso. La sofferenza era ancora lì, viva, appena sotto la pelle.
Inconsapevole, fissavo l'orologio a pendolo sul muro. Il braccio del meccanismo continuava a oscillare, il cuore della casa non si era fermato come invece quelli di mio padre e di Johanna. Ero spossato: considerai che avrei fatto meglio a raggiungere Sophia e tentare comunque di riposarmi dopo aver rinchiuso il passato in quelle casse, con la cara e amata Johanna.
(4-continua)

© Fiero Rosso,
Rotta Nord Ovest 2005

Fiero Rosso di Sant' Anna è nato a Monteriggioni in provincia di Siena nel 1919 e lì è recentemente deceduto, in data 11 ottobre 2005. Di famiglia di tradizioni terriere, unico di cinque tra fratelli e  sorelle a sopravvivere alla  seconda guerra mondiale, si è dedicato ad amministrare la tenuta agricola ereditata. Laureato in chimica farmaceutica, si è diviso tra la sua vocazione contadina e la passione per la letteratura. Laico irriducibile e attento osservatore della politica nazionale, con un passato di combattente nella Resistenza, non ha disdegnato di scrivere, tra racconti e romanzi, anche sagaci  pamphlet contro i potenti di turno. D'indole riservata, durante la propria vita ha scelto di far leggere gli scritti  ad amici e pochi altri considerati degni di stima, non pubblicando mai le proprie opere prima di farlo con Rotta Nord Ovest, lasciandone inoltre i diritti agli editori della rivista. Virtuoso del violino, amava suonare Mozart e Schubert in solitudine in mezzo ai campi; era uso trattenersi saltuariamente nelle osterie del proprio paese conversando e giocando a carte. È stato un ottimo tiratore appassionato di caccia al cinghiale. La redazione e gli editori lo ricordano con stima, vicini col loro cordoglio ai familiari.


 

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