Feuilleton: "Trilogia della serpe" - III PUNTATA  di Fiero Rosso, © Rotta Nord Ovest 2005


'Feuilleton' perché si riallaccia al romanzo d'appendice, grande narrativa inedita pubblicata a puntate su riviste e giornali del XIX° secolo e della prima metà del XX°. Questa tradizione ha reso famosi scrittori come Alexandre Dumas, Carlo Collodi, Ernest Hemingway e molti altri. Proporremo romanzi inediti che ci terranno
compagnia nel tempo, iniziando da 'Trilogia della serpe' di Fiero Rosso. Buona lettura.

PUNTATE PRECEDENTI
 

III) - «La incontrai per caso, più di due anni fa. In quel periodo non avevo un lavoro regolare. Entrò nella libreria di Arkadenstrasse -dove solevo trascorrere un po' del mio tempo discorrendo di narrativa con Gertrud, la proprietaria -col sole alle spalle che sembrava averle spalancato di colpo la porta. La sua apparizione attenuò la luce violenta della giornata limpida, insolita per febbraio, che filtrava dai vetri. Stavo parlando e Gertrud, insignificante come sempre, si voltò per salutarla. Istintivamente guardai anch'io verso l'ingresso. Fui affascinato dal sorriso che procedeva nella stanza, come incorniciato da un'aura. I capelli d'argento riflettevano il bagliore come la superficie del lago. Erano eleganti, quasi sprezzanti, come se lei non avvertisse la necessità di nasconderli: sembrava piuttosto esibirli con orgoglio. Un cappotto nero la copriva quasi fino ai piedi, celando dettagli inutili.
Restai in silenzio a osservarle mentre si abbracciavano. Si scambiarono parecchie effusioni, felici di rivedersi. Esaurito il rito dei loro convenevoli, mi fu presentata da Gertrud come una sua cara amica; anzi, qualcosa di più, quasi una sorella. La sua bellezza mi ammutolì. Non era una dote solo esteriore. Era luminosa, come se il bello che coglievo nei suoi lineamenti non appartenesse alla materia, ma provenisse da un'energia interna che n'esaltava l'aspetto. Era ancora una sconosciuta per me: non riconobbi nei tratti la bimba con cui un tempo giocavo.
L'altra la indusse a parlarmi delle loro fantasie infantili. Lei raccontò una strana storia di uno scambio di sorelle che sarebbe accaduto quando erano in fasce. La vicenda, palesemente inventata, era però credibile e mi colpì il modo spontaneo e sincero di narrarla, quasi fosse convinta della veridicità dei fatti che la coinvolgevano. Le consigliai di trascriverla su carta perché non andasse perduta. Abbassò appena lo sguardo, senza rispondere, come se le avessi suggerito una cosa imbarazzante.
Continuando a sorridere si rivolse poi all'amica, confabulando di cose che non seppi mai. Con garbo mi allontanai, fingendo d’interessarmi ai volumi esposti sugli scaffali, ma senza distogliere lo sguardo da lei. Feci scivolare l'indice sulle coste come se stessi cercando un titolo preciso. Os-servai il polpastrello, dopo un solo ripiano era grigio di polvere. Nel frattempo entrò un cliente e la libraia lo accolse per servirlo. Mi accostai di nuovo e prendemmo a parlare di letteratura. Dopo poco, Gertrud tornò. Era quasi il momento della chiusura per la pausa di pranzo. Con la scusa dell'ora me n'andai, intuendo il loro bisogno d'intimità per parlare liberamente. Le salutai uscendo dal negozio contrariato, come cosciente di dimenticare qualcosa che non riuscivo però a focalizzare. Camminando lungo la strada avvertivo montare il disagio a ogni passo che mi allontanava da lei.
Vivevo in un piccolo appartamento a poche centinaia di metri dalla libreria, al terzo piano di un vecchio stabile prospiciente il lago. I locali non erano particolarmente confortevoli, ma m'appagava la vista dell'acqua che specchiava il cielo. Era l'unica cosa bella che potevo permettermi. Appena in casa, senza neppure chiudere il portone, concitato cercai il numero telefonico della libreria, sperando che Gertrud non se ne fosse ancora andata. Sapevo che la confidenza che ci legava mi consentiva di porle domande private; anche indiscrete, se avessi voluto.
Provai a telefonarle e quasi subito dall’altro lato mi raggiunse la sua voce; doveva essere vicina all'apparecchio. Senza convenevoli, chiesi immediatamente informazioni sulla piacevole presenza incontrata poco prima in negozio; motivai la richiesta con l’interesse che mi aveva suscitato.
Dopo qualche secondo di silenzio, disse che era ancora con lei e che stavano parlando. M'infastidì che l'oggetto delle mie attenzioni avesse immediatamente capito che cosa volessi sapere, ma prima che potessi aggiungere altro le passò il telefono. Impacciato, mormorai qualche frase di circostanza, mantenendo comunque sufficiente controllo per proporle un incontro a pranzo per il giorno seguente senza apparirle ridicolo o importuno.
Mi chiese se non ricordassi proprio di lei, ma con ingenuità negai d'averla mai incontrata in precedenza.
Svelò la propria identità, confessando che lei invece m’aveva riconosciuto subito. Scusandomi per non aver ravvisato in lei la compagna di giochi dell'infanzia, ne fui mortificato. Chiesi allora notizie della sua famiglia, ma non volle svelarmi nulla. Si mise a ridere, aggiungendo che per pagare pegno avrei dovuto scovare un posto carino dove pranzare. Mi avrebbe messo al corrente degli accadimenti degli ultimi vent'anni una volta a tavola. Infine ci salutammo, dopo aver annotato i rispettivi recapiti telefonici.
Quella sera avrei avuto appuntamento con un'altra donna, invitata ormai da qualche giorno a cena in un locale in Neumarktplatz, un posto dove le tovaglie linde coprivano la mobilia vecchia e l’ambiente ridente compensava l'apparecchiatura non pretenziosa. Non ne avevo mai provato la cucina, ma le fragranze che avevo avuto modo di scoprire passando profumavano l'aria nella piazza.
Annullai l'impegno precedente adducendo una scusa. Il sorriso appena ritrovato mi era entrato in circolo come una droga sconosciuta e potente, immediata; attraverso le arterie aveva raggiunto i tessuti, fino alle cellule più remote del mio corpo. Sentivo le mani tremare, n'ero già intossicato, dipendente. Passai il pomeriggio a fantasticare su come lei avrebbe trascorso le ore fino al mattino dopo, nella casa dove anch'io avevo vissuto da bambino. Tentai di scrivere, ma non mi vennero idee per portare avanti la trama che stavo imbastendo.
A mezzanotte meno venti il telefono mi fece sobbalzare e pensai alla donna cui avevo trovato un pretesto per sottrarmi all'incontro.
Seccato, chiusi il libro che stavo leggendo, piegando l'angolo della pagina. Ricordo l’ultima frase letta: "... urlò, come morsa da una serpe." Alzatomi dalla poltrona, il senso limpido e al contempo oscuro della frase risuonò accompagnando ogni mio passo fino all'apparecchio e poi, in silenzio, ben oltre nel tempo come un presagio. Attesi altri due squilli sperando che smettesse. Non avevo voglia di dare spiegazioni per la mia decisione, ma il suono insistente mi distoglieva dalle mie aspettative per il giorno seguente: l'emozione, la sorpresa, le sensazioni correlate all'incontro, l'inizio di qualcosa o l'aborto di un'illusione evocata da una magia. Sfinito risposi. M’ero sbagliato, era lei, il sorriso della fanciullezza e i miei battiti accelerarono. L'immagine della serpe che aveva scosso il sogno svanì.

Non immaginavo certo che sarei stato fonte d'angoscia e dolore, riuscendo nell'impresa impossibile di offuscare e quindi spegnere quella luce che allora sembrava inesauribile come quella solare.
Ora ho solo buio intorno. Brancolo nelle tenebre, cieco. Avrei preferito esserlo davvero, che qualcuno mi avesse bruciato gli occhi con un coltello arroventato. Una cecità vera mi avrebbe consolato pensando che, anche non potendo vederla, da qualche parte, forse adesso, forse attorno a me, c'era luce. Invece è sempre notte, buio in una grotta profonda. Urto contro le asperità delle rocce, ferendomi e gemendo, col rimorso attonito di chi ha frantumato una diade inscindibile: madre e figlio, giorno e notte, vittima e carnefice.
E' ben poca cosa il carnefice privato della propria vittima, la sua esistenza è vuota di significato. Il vocabolo stesso, la definizione che ne connota il ruolo, nell'attimo in cui è pronunciato acquista un senso solo correlato al suo opposto, fondendo le due metà in un'unità superiore che le comprende e completa.
Eccomi, boia senza un condannato da decapitare, foriero di giustizia onanistica!
O sono stato forse la vittima di un raggiro ordito dal destino alle mie spalle, beffardo e malevolo per essere stato oggetto di un amore inviso agli Dei.
Vittima, che visione ancora più amara della vicenda. Di chi, o di che cosa? Della mia superbia? Dell'orgoglio? O della mia stupidità? E lei come si è sentita? Carnefice?
Avevo la gola troppo arsa e ferita da anni d'arsura per bere senza soffrire l'acqua fresca che mi offriva. Qualche sorso l'ho ingoiato comunque nonostante il dolore e ne ho assaporato la dolcezza. Di più non avrei potuto berne. Le mie mucose dovevano guarire goccia dopo goccia, nel tempo, prima di potermi abbeverare direttamente alla fonte senza morirne.
Già, il tempo, il padrone delle nostre esistenze... Lui è il vero colpevole, non io. Io non sono imputabile di nulla, il libero arbitrio è un falso. Non abbiamo facoltà di scelta quando il vento soffia e strappa la pelle sollevandoci contro la sabbia. Chiedo clemenza a me stesso, mi rimetto alla corte: non era tempo per fare questo né per fare quello.
No, non ho attenuanti: casomai, sono aggravanti. Non dovevo sprecare istanti nel convincermi che non era il momento. Perché il tempo corrompe le carni, non ero legittimato a subirlo...
(3-continua)

© Fiero Rosso,
Rotta Nord Ovest 2005

Fiero Rosso di Sant' Anna è nato a Monteriggioni in provincia di Siena nel 1919 e lì è recentemente deceduto, in data 11 ottobre 2005. Di famiglia di tradizioni terriere, unico di cinque tra fratelli e  sorelle a sopravvivere alla  seconda guerra mondiale, si è dedicato ad amministrare la tenuta agricola ereditata. Laureato in chimica farmaceutica, si è diviso tra la sua vocazione contadina e la passione per la letteratura. Laico irriducibile e attento osservatore della politica nazionale, con un passato di combattente nella Resistenza, non ha disdegnato di scrivere, tra racconti e romanzi, anche sagaci  pamphlet contro i potenti di turno. D'indole riservata, durante la propria vita ha scelto di far leggere gli scritti  ad amici e pochi altri considerati degni di stima, non pubblicando mai le proprie opere prima di farlo con Rotta Nord Ovest, lasciandone inoltre i diritti agli editori della rivista. Virtuoso del violino, amava suonare Mozart e Schubert in solitudine in mezzo ai campi; era uso trattenersi saltuariamente nelle osterie del proprio paese conversando e giocando a carte. È stato un ottimo tiratore appassionato di caccia al cinghiale. La redazione e gli editori lo ricordano con stima, vicini col loro cordoglio ai familiari.


 

www.rottanordovest.com home page