Feuilleton: "Trilogia della serpe" - II PUNTATA  di Fiero Rosso, © Rotta Nord Ovest 2005


'Feuilleton' perché si riallaccia al romanzo d'appendice, grande narrativa inedita pubblicata a puntate su riviste e giornali del XIX° secolo e della prima metà del XX°. Questa tradizione ha reso famosi scrittori come Alexandre Dumas, Carlo Collodi, Ernest Hemingway e molti altri. Proporremo romanzi inediti che ci terranno
compagnia nel tempo, iniziando da 'Trilogia della serpe' di Fiero Rosso. Buona lettura.

PUNTATE PRECEDENTI
 

II) - Non lo riconobbi subito nel parlato metallico e gracchiante; poi capii che era lui, la sua intonazione. Mi commossi ad ascoltare l'altoparlante che ne diffondeva le parole quasi irriconoscibili, logorate dal tempo. Avevo avuto qualcosa, alla fine; almeno la sua voce sarebbe rimasta con me.
Dopo le prime frasi confuse -prove di registrazione, probabilmente -prestai attenzione al contenuto. Il luminare stava parlando di un caso clinico: ancora lavoro. Ma era la voce di mio padre e l'avrei ascoltata lì, in piedi, anche se avesse recitato le più tediose elucubrazioni.

«Questo nastro è inerente al caso del paziente Bauer, ricoverato per mio interessamento presso il reparto del dottor Hirsch. Il paziente, di trent'anni d'età al momento del ricovero, nel gennaio scorso si trovava in stato confusionale, con cecità da causa non organica. Appena è stato in grado di collaborare, abbiamo convenuto di utilizzare una terapia combinata, abbinando cure farmacologiche ad analisi dei contenuti espressi spontaneamente dal paziente e raccolti tramite microfono ambientale. Mi sono fatto carico di assistere il collega nell'osservazione del caso. Le considerazioni cliniche sono state da me annotate a parte, in un quaderno.
Abbiamo iniziato le registrazioni in data sedici maggio 1950; la voce registrata è quella del paziente:

-Ah, così ora mi sentite! Non posso vedervi, ma so che mi sentite. La mia voce disturba il riposo: il ronzio di un tafano molesto in una stanza chiusa.
Il mio nome è Hermann; o forse Henrich, non voglio ricordarlo. Non ha alcun'importanza. A chi interessa?
Questo, invece, è importante: risvegliarmi da un coma prendendo coscienza del dolore di cui sono stato causa inconsapevole è stato quanto di più angosciante potesse accadermi. Nell'attimo in cui il sopore profondo si è dissolto, avrei preferito non essermi mai destato, continuando a dormire senza assurgere alla comprensione della realtà. Scivolare dal sonno alla morte con un ignaro e dolce trapasso avrebbe cancellato, o meglio, non avrebbe permesso al rimorso di tormentarmi come carnefice che avvicina lentamente il ferro rovente agli occhi della vittima per accecarla.
Certo, anche schiacciato su una parete come un moscone avrebbe potuto essere una soluzione onorevole.
Mi amava, senza limiti né condizioni. Sono stato efficace e letale nel nutrirmi del bene che possedeva scambiandolo per escremento. Non sono stato capace di ricambiarla nella stessa misura, immobile su un muro e inadeguato; un debole, non sopportavo la mia colpa, l'inettitudine di cui lei era dolce e compassionevole vittima, giuria e giudice. Per questo l'ho uccisa, perché non reggevo lo sguardo che incessante ripeteva parole per me venefiche.
Non fraintendete, non sono colpevole d'omicidio. Il mio crimine è maggiore, la condanna troppo lieve. Si è lasciata uccidere, stupida, infettata dal mio aculeo. Ho fatto in modo che il suo amore, quello che diceva essere infinito, finisse lasciandola svuotata e disperata, incredula per aver dato fondo a tutte le risorse; le energie che, con sciocca presunzione, credeva bastassero per entrambi. Quelle che io non possedevo, che non potevo donarle.
Ci preoccupiamo di proteggere la società da chi sopprime esseri umani. E da chi annienta l'amore? Se è vero, come affermano alcuni, che è prezioso come la vita, quale pena è prevista per questo crimine? Quale tribunale potrebbe adeguatamente giudicarmi e punirmi? In quale luogo potrei scontare la reclusione con freddo e topi a tenermi compagnia? Solo, con un insopportabile me stesso, che odio ma che non riesco ad annientare, ricevendone quel minimo di sollievo che la mortificazione, catarsi della scelleratezza, reca: è la sola espiazione possibile. Il soffrire, il bere sorsate della mia meschinità amara, mi tengono in vita. E' l'unico motivo per restare. Non sono stato capace di donare amore, le devo almeno la mia sofferenza. Non voglio compassione, non avrebbe senso.
Ho ucciso una stupida, valeva poco. Continuo a ripeterlo, ma non serve. Sono felice del male che riesco a infliggermi, ne ho procurato tanto senza accorgermene. E' venuto il momento di pagare i debiti. Ecco l'esattore a bussare alla porta. Il mio delirio, la bellezza che elargivo agli altri, mi ha reso ebbro, impedendomi di cogliere il sorriso che lei donava. Coartato dall'egoismo, ho relegato in un cantone buio l'unica cosa vera che, tardi, ho scoperto mia. Ora non lo è più. Per questo motivo le parole saranno la frusta che mi colpirà per sempre, e non potrò farne altro uso: la fine della mia vanità. Godo di questo...»

Fermai il nastro. La voce penetrante, concitata, non era quella di mio padre. Rimasi immobile con la mano sull'interruttore. Avevo ascoltato un delirio registrato anni prima. Il suo nome era emerso dal mare dei miei ricordi con la violenza d'un cassone vuoto e stagno, orrido d'alghe e molluschi, liberatosi dalla stiva di una nave affondata: Hermann, Hermann Bauer.
Possibile che fosse proprio lui?
Papà non poteva averlo avuto in cura, per la sofferenza con cui aveva segnato la nostra famiglia e di cui era responsabile. Nello studio ovattato il silenzio divenne intollerabile, più di quei discorsi ossessivi. Mi guardai attorno come per cercare appigli rassicuranti dal passato. Le parole che avevo udito erano dure come pietra. Percepivo un dolore atroce in quell'animo. Era angosciante sentirlo anche attraverso la registrazione sbiadita.
-Ho finito di prepararmi. Vado a letto, sono stanca.-
Trasalii. Sophia aveva aperto improvvisamente la porta. Nel sobbalzare urtai il tavolino accanto alla poltrona, facendo rotolare le penne sul tappeto.
-Scusami, non volevo spaventarti. Ho chiamato dal piano superiore, ma non hai sentito...-
-Non preoccuparti, è colpa mia. Non avrei dovuto chiudermi dentro.- Tacqui di Bauer per non angosciarla ulteriormente.
-Tu che cosa fai, vieni con me?-
-Preferisco restare ancora un po'. Domani torneremo a casa... Stavo cercando qualcosa di personale e ho trovato una registrazione.-
Sicuramente attribuì il mio eloquio stentato alla fatica di quei giorni e all'emozione. Si avvicinò per salutarmi, la sua pelle era tiepida, emanava un calore leggero. Si era asciugata da poco e profumava di sali da bagno. Io avevo ancora la mano paralizzata sui comandi del magnetofono.
-Come vuoi, allora. Non fare tardi, mi sembri molto provato.-
Uscendo, richiuse la porta. Mi ritrovai solo, nel silenzio, dentro la scatola magica di mio padre, indeciso se riaccendere il registratore e scoprire verità dolorose o seguire Sophia e provare a riposarmi, rinviando il tutto al giorno dopo.
In un certo senso il destino decise per me, perché la stanchezza mi fece agire inavvertitamente sulla manopola, a causa del peso della mano. Continuai l'ascolto abbandonandomi molle sulla poltrona dove mio padre aveva dedicato negli anni la propria attenzione ai sofferenti. Mi sentii protetto: sedere al suo posto mi aveva avvicinato a lui, anche se ormai la voce che udivo e che m'incatenava non era la sua. Era un mistero per me il motivo del suo interesse nei riguardi di Hermann, forse anche lui desiderava solo comprendere.
Sarebbe stato opportuno dedicare la mia attenzione magari ai suoi scritti relativi a quel caso, rivolgere il pensiero all'uomo appena sepolto, ma i vaneggiamenti di quel paziente tragico mi attrassero più della devozione filiale; e, del resto, sono convinto che anche lui avrebbe approvato il mio desiderio di conoscenza.
L'altoparlante riprese a scoppiettare come un vecchio motore logoro. Hermann Bauer era riapparso nella mia vita per la terza volta, dopo dodici anni.
(2-continua)

© Fiero Rosso,
Rotta Nord Ovest 2005

Fiero Rosso di Sant' Anna è nato a Monteriggioni in provincia di Siena nel 1919 e lì è recentemente deceduto, in data 11 ottobre 2005. Di famiglia di tradizioni terriere, unico di cinque tra fratelli e  sorelle a sopravvivere alla  seconda guerra mondiale, si è dedicato ad amministrare la tenuta agricola ereditata. Laureato in chimica farmaceutica, si è diviso tra la sua vocazione contadina e la passione per la letteratura. Laico irriducibile e attento osservatore della politica nazionale, con un passato di combattente nella Resistenza, non ha disdegnato di scrivere, tra racconti e romanzi, anche sagaci  pamphlet contro i potenti di turno. D'indole riservata, durante la propria vita ha scelto di far leggere gli scritti  ad amici e pochi altri considerati degni di stima, non pubblicando mai le proprie opere prima di farlo con Rotta Nord Ovest, lasciandone inoltre i diritti agli editori della rivista. Virtuoso del violino, amava suonare Mozart e Schubert in solitudine in mezzo ai campi; era uso trattenersi saltuariamente nelle osterie del proprio paese conversando e giocando a carte. È stato un ottimo tiratore appassionato di caccia al cinghiale. La redazione e gli editori lo ricordano con stima, vicini col loro cordoglio ai familiari.


 

www.rottanordovest.com home page