Feuilleton: "Trilogia della serpe" - I PUNTATA  di Fiero Rosso, © Rotta Nord Ovest 2005


'Feuilleton' perché si riallaccia al romanzo d'appendice, grande narrativa inedita pubblicata a puntate su riviste e giornali del XIX° secolo e della prima metà del XX°. Questa tradizione ha reso famosi scrittori come Alexandre Dumas, Carlo Collodi, Ernest Hemingway e molti altri. Proporremo romanzi inediti che ci terranno
compagnia nel tempo, iniziando da 'Trilogia della serpe' di Fiero Rosso. Buona lettura.

INDICE
 
  PRIMA PARTE: "WILHELM"

I) -Nel 1961 nostro padre morì per un cancro alla gola contro cui aveva lottato per anni.
Non ho mai visto nessuno andarsene con tale serenità, appagato della propria esistenza: sembrava che, consapevole della fine imminente, avesse già dato il proprio commiato alla fama e ai dolori raccolti in ottantasei anni.
Nella circostanza la segreteria del suo istituto ci restituì due casse contenenti documenti e oggetti personali rimasti nell'ufficio che aveva occupato per quasi un ventennio come direttore.
La solerzia del successore fece sì che quel misconosciuto vaso di Pandora ci raggiungesse inopportuno: così, quando i facchini incaricati della consegna si presentarono alla porta, non riuscii a focalizzare il ruolo di quegli uomini in abiti da lavoro, dissonanti nella folla uniforme e solenne.
Ricordo che m’apparvero alquanto grotteschi come necrofori; quando quello che doveva essere il principale, corpulento e sudaticcio ma non maleodorante e con le vesti stranamente pulite per la propria occupazione, mi porse un foglio da firmare capii che non erano lì per onorarlo.
Nella confusione di quanti avevo attorno li pregai di depositare i colli in consegna nello studio a pian terreno, limitandomi a indicare loro l'ubicazione per nulla interessato al contenuto delle casse.
Ero frastornato: per quattro giorni una processione di centinaia di persone, per lo più estranei, s'era avvicendata per le esequie. Persi il conto delle mani sconosciute strette e di quante facce affrante ringraziai. Finalmente, dopo la cerimonia pubblica e la tumulazione, l'andirivieni terminò. Alcuni amici rimasero ancora per qualche giorno a sostenerci mentre provvedevamo alle ultime incombenze. Dopo altri tre giorni mia moglie ed io, esausti, restammo soli. Il corteo era finito, i clamori placati e la vita e l'opera dell'uomo consegnate finalmente alla storia.
Sophia, sfinita, mi baciò lieve sulla guancia e salì in camera per prepararsi ad andare a letto. Dopo un poco la sentii armeggiare coi rubinetti della vasca. L'impianto idraulico aveva causato problemi anche in passato, mio padre se n'era lamentato spesso; non aveva però avuto mai tempo di incaricare qualcuno per rimediare.
Mi trattenni al piano inferiore, aggrappandomi all'unico momento intimo concessomi durante quella settimana. Il giorno seguente avremmo raggiunto i nostri figli che ci avevano preceduto in città. Mia madre si era spenta sei anni prima e nessuno di noi avrebbe più abitato nella vecchia casa. L'amministrazione pubblica si era offerta d’acquistare per una cifra congrua l'immobile, elevandolo a luogo d'interesse storico per la collettività. L’avrebbero trasformato nel suo mausoleo affacciato sul lago. Avevamo convenuto che sarebbe stato giusto così, in nome della sua memoria.
In un andirivieni ossessivo dalla porta alle scale che portavano al piano superiore, i miei passi calpestavano la guida di tessuto scuro che ovattava il rumore dei tacchi. Osservai con attenzione i quadri che vedevo da sempre appesi alle pareti, soffermandomi su ciascuna tela: cercai d'intuire che cosa lui avesse potuto percepire in quelle macchie di colore, quali sensazioni avesse provato. Adorava gli impressionisti, in particolare Toulouse-Lautrec, di cui era riuscito ad acquistare due opere minori tramite un suo paziente, un importante gallerista, o forse mercante d’arte, di Buda, commensale frequente quando ero ragazzo e di cui non conservo un’immagine nitida tranne che per il dettaglio d’un monocolo.
Il rifiuto di considerarmi ospite negli ambienti dove avevo trascorso una buona metà della mia vita lacerò le mie digressioni come una stoffa logora: ero ancora padrone di quello spazio, almeno per un altro giorno.
Così lo feci. Posi fine al passeggiare frenetico entrando nel suo studio, varcando la porta nel vano a lato della scala opposta all’entrata. Era più piccola delle altre che si aprivano sul corridoio da un lato verso il soggiorno e dall'altro verso la sala da pranzo. Mentre queste avevano vetri lavorati che consentivano di vedere dentro le due stanze, la porticina del suo mondo magico e inviolabile era di legno pieno e, dal lato interno, imbottita. La chiusi alle mie spalle.
Annusai il suo odore ancora nell'aria. Provai una sensazione strana, come un disagio, violando un suo ambiente considerato quasi sacro.
Non che ne avesse mai disposto l’inaccessibilità, era tutt'altro che dispotico. Eravamo stati noi familiari, per tacita e rispettosa intesa, a considerarlo un luogo dove nessuno avrebbe mai dovuto disturbarlo.
Non mi sembrò d’esserci mai entrato o, forse, poche volte da bambino; ma, per la sacralità racchiusa in quella cripta, se mi ero intrufolato dovevo averne rimosso il vissuto dalla coscienza. Capii però che la mia intrusione doveva essere stata reale perché gli arredi m’apparvero familiari: il paralume di tela di lino sullo scrittoio di noce scuro, a sua volta appoggiato su un tappeto orientale, d'un rosso cupo; la libreria a parete che conteneva centinaia di volumi, spolverati con cura ogni mattina dalla governante, sola assidua presenza ammessa; il divano rivestito di cuoio e una poltrona collocata davanti alla finestra incorniciata da una tenda intonata al tappeto; un piccolo tavolo rotondo, a fianco della poltrona, su cui erano rimaste alcune penne e un blocco per appunti ancora aperto; molti diplomi a tappezzare le pareti. Più che gli elementi esaminati singolarmente, fu la disposizione degli oggetti combinata con quella particolare luce a svelarsi come una cartolina ricevuta in fanciullezza da un parente lontano e riscoperta dopo anni tra pagine chiuse. L’immagine della stanza occupava un posto remoto nella mia memoria e m’indusse ad ammettere la passata violazione. Forse tutto era semplicemente come avevo sempre immaginato che dovesse essere: era un esteta, cultore d'equilibri tra i corpi e le forze che tra loro intercorrono.
M’accostai allo scrittoio cercando un ricordo di cui potessi riappropriarmi, che fosse solo mio. Trovai appunti scritti a mano di teorie universalmente riconosciute, ma nessun segno dove cogliere il padre piuttosto che lo scienziato. Aveva sacrificato il privato agli onori della conoscenza, senza lasciare negli anni una traccia del proprio banale quotidiano. Non un incidente, una fotografia, un giocattolo, un malessere, un libro strappato, un graffio sul legno del tavolo, un rimprovero. Il disbrigo delle incombenze parentali era deputato completamente a mia madre.
Era stato un uomo dolce e garbato, ma distante, quasi irraggiungibile. Nella sua lontananza ci adorava. Eppure aveva avuto figli come chiunque, e non erano stati concepiti dai suoi pensieri o dai suoi studi: anche lui aveva sposato una donna e l'aveva adagiata su un letto, spogliandola.
Amareggiato, continuai a rovistare, deciso a riconquistarne una parte che m’appartenesse in modo esclusivo. 
Notai però, nell'angolo tra la tenda e la libreria, un elemento inatteso, difforme dalla disposizione accurata degli oggetti che occupavano lo spazio secondo rigorosi canoni geometrici: le casse inviate dall’istituto e lasciate dagli scaricatori sul pavimento con noncuranza. Le aprii nervoso, rovesciandone i coperchi a terra. Una era piena di libri: aveva trascorso l'esistenza leggendo e scrivendo, quando non era occupato con i malati. Nell'altra trovai alcune cartelle, suddivise in faldoni legati con una fettuccia di tela bianca. Sollevatone uno per la cordicella lo appoggiai sulla scrivania, sciogliendone il fiocco. Sui frontespizi erano scritti nomi e date, affiancati: erano cartelle cliniche di suoi pazienti.
Istintivamente richiusi il tutto: non avrebbe voluto che qualcuno violasse i segreti e la sofferenza di quelle persone. Riponendole, m’accorsi che nascosto sotto il faldone c’era un vecchio magnetofono, uno dei primi, in una scatola aperta contenente anche una bobina e un taccuino d'appunti.
Incuriosito, presi l'apparecchio. Notai che sul supporto del nastro era stata incollata un'etichetta e su queste erano scritte le iniziali "FH - HB". Posai tutto sul tavolo, collegando la spina del registratore alla presa dell'energia elettrica. S’accese, funzionava ancora. Presi quindi la bobina inserendola nel magnetofono; passato il nastro tra le testine lo bloccai nel supporto d'avvolgimento, avviando la riproduzione.
(1-continua)

© Fiero Rosso,
Rotta Nord Ovest 2005

Fiero Rosso di Sant' Anna è nato a Monteriggioni in provincia di Siena nel 1919 e lì è recentemente deceduto, in data 11 ottobre 2005. Di famiglia di tradizioni terriere, unico di cinque tra fratelli e  sorelle a sopravvivere alla  seconda guerra mondiale, si è dedicato ad amministrare la tenuta agricola ereditata. Laureato in chimica farmaceutica, si è diviso tra la sua vocazione contadina e la passione per la letteratura. Laico irriducibile e attento osservatore della politica nazionale, con un passato di combattente nella Resistenza, non ha disdegnato di scrivere, tra racconti e romanzi, anche sagaci  pamphlet contro i potenti di turno. D'indole riservata, durante la propria vita ha scelto di far leggere gli scritti  ad amici e pochi altri considerati degni di stima, non pubblicando mai le proprie opere prima di farlo con Rotta Nord Ovest, lasciandone inoltre i diritti agli editori della rivista. Virtuoso del violino, amava suonare Mozart e Schubert in solitudine in mezzo ai campi; era uso trattenersi saltuariamente nelle osterie del proprio paese conversando e giocando a carte. È stato un ottimo tiratore appassionato di caccia al cinghiale. La redazione e gli editori lo ricordano con stima, vicini col loro cordoglio ai familiari.


 

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