| L'uomo d'ingegno di Marco Angelotti |
A volte le peripezie di un uomo sembrano insormontabili, come le vette più aguzze delle Alpi.
In questo momento ripenso a tutti quelli che sono riusciti a fare cose impossibili nella vita, come sovvertire il destino, dividere il mare, render felice una donna o donare la vista ai ciechi.
Ma più di tutti mi sovviene un vecchio, un contadino toscano, di nome Menico, che abitava in un cascinale sulle colline brulle tra Pisa e Livorno.
Non era bella la sua casa, ma ne era fiero. E, più d'ogni altra cosa, era fiero di un albero secolare di ciliege che sovrastava la collina, adagiato da sempre davanti all'uscio della sua casa.
Ogni giorno, Menico usciva sereno nel cortile attraversando la vecchia cucina padronale con un camino nero e gigantesco, ed andava a sedersi per qualche minuto all'ombra del ciliegio a rimirare i suoi frutti, rossi e succosi come le labbra di sua moglie quando era giovane, e poi andava ad arare il podere.
Una triste mattina, guardando sopra la sua testa, tra il fogliame, si accorse con raccapriccio che qualcuno, introdottosi di soppiatto nella sua proprietà la notte prima, aveva staccato tutte le ciliege con piccioli annessi, dai rami più bassi della silente vittima.
Menico, colto dall'ira, si lasciò andare al più tipico e colorito improperio toscano:
-Dio qui! Dio là! M'hanno rubato le mi' cigliege! O ladro! O assassino della mi' vita! Le mi cigliege...! Il budello di su' ma'! O come han fatto? Se ce lo 'olgo, lo disfo! Maremma... Ed io che 'un le mangio per guardalle! Neanche ai mi' figlioli le do, le mi' cigliege! Oddio, mi sento male... Ma se torna, 'nni tiro, giuro che 'nni tiro, 'olla doppietta 'aricata a sale grosso. 'Osì 'un si siede pe' ddu mesi, malnato. Stanotte, m'apposto e lo aspetto, quel
canchero...-
E così fece, il buon Menico.
Rientrò in casa, disarmò la doppietta dalle munizioni per la caccia al cinghiale, che dalle sue parti è selvaggina frequente, proprio per non correre il rischio di uccidere o ferire gravemente alcuno, e prese dal cassetto sotto il tavolo di noce massello, dove si erano accomodati a desinare generazioni intere dei suoi avi, due cartucce caricate con del sale grosso al posto degli usuali pallini di piombo, un vecchio uso toscano atto a mettere in fuga ladri di polli... in questo caso, ciliege.
Calata la notte, si appostò quatto all'angolo del portone, attendendo in silenzio, come un rapace su un ramo.
Ad un tratto, vide in lontananza un'ombra che inesorabile si avvicinava carponi, tenendosi rimpiattata tra gli alberi.
Quando l'ombra, con intenzioni malandrine, si avvicinò al ciliegio, gli fu sotto e poi cominciò a salirvi sopra ed a violare la solennità di un albero che aveva visto passare truppe napoleoniche, garibaldini, piemontesi, tedeschi ed americani, fu molto difficile per Menico mantenere il proprio sangue freddo e non sparare.
Ma la curiosità di smascherare quell'impudente ladro di gioie, delle sue ciliege, riuscì a paralizzare il suo indice destro sul grilletto ed a fargli abbassare la canna della doppietta.
-Voglio proprio vedee' 'o cchi ttu sei...- borbottò il buono e saggio contadino, portandosi al di sotto del ladro, che nel frattempo si era issato su alcuni rami appena un po' più in alto di quelli nei quali aveva compiuto la razzia della notte prima.
In quel momento, i fumi dell'ira fecero nuovamente capolino nell'animo altresì gentile e mite del fattore toscano, il quale, trovandosi esattamente al di sotto del cavallo dei pantaloni dell'ignaro delinquentello, pensò bene di allungare una mano e di afferrare il mariuolo per le sue, di ciliege!
-O ladro, o malnato! Occhè ci fai nel mi' podere, eh? E ssei venuto a rubà le mi' cigliege, stanotte? Come iersera?"-
E più urlava, Menico, e tanto più stringeva nella sua mano dura, forte e callosa, i testicoli del ladro.
Il malcapitato iniziò a gridare, di un grido che in Toscana è possibile udire nelle fattorie dove si sgozza il maiale:
-Aaaaah! Aaaaah, Aaaaaaaaaaaaaaah!...-
-Ah, ora urli, eh? Un'hai urlato iersera, però. Te, tu hai fatto di molto piano per veni' a rubare le mi' cigliege. Ma io ora ti stacco le tue. O ccome s'è sentita ieri, la mi' pianta? 'Ome te
ora?-
Le urla del poveraccio continuavano più forti: -Aaaaah!
Aaaaah, Aaaaaaaaaaaaaaah!..."-
-Nooo, 'un ti mollo, ladro e pisano! Toh! Se vvoi che ti lasci, m'hai a ddì cchi ssei, 'osì posso maledire te, la tu' moglie e i tu' figlioli... Parla, chi ssei, marrano? Chi ssei?"-
L'altro iniziò a modulare le urla strazianti, per quanto gli era possibile con quella morsa irriducibile appesa ai cordoni della sua virilità ormai in procinto di strapparsi:
-Aaaaah... i...o, aaaaah... i... o...-
Menico, implacabile, come animato dalla forza di una giustizia divina, consapevole di essere dalla parte del giusto, non palesò pietà alcuna:
-'Ome? 'un ho ccapito? Ripeti, chi ssei?"-
-Mmm... aaaaah... i... o, mmm... aaaaah... i... o!- I
lamenti presero forma più umana.
-'Un ho ccapito ancora, ripeti!-
Quel tragico duetto rischiava di protrarsi per tutta la notte ed il malfattore, nonostante la sofferenza, per porre fine al supplizio, raccolse le forze e cercò di scandire le parole:
-Mm... a... rrrrrrr... i...ooo! Mm... a... rrrrrrr... i...ooo-
-Mi par d'aver 'apito... Mario? E' 'osì, delinquente?- disse Menico, che aveva una morsa al posto della mano ed un ghigno di carnefice come maschera che celava il suo bonario e rubicondo viso toscano, più avvezzo al vino che alla lotta.
-'Iiiiiiii!- rispose l'altro, sfinito.
-E bbravo il mi' Mario! Che se ne viene notte tempo a rubà lle mi' cigliege... Mario. E ppo' si fà presto a ddì Mario, ce n'è dugento, qui intorno, di Mario! Mario, chi?
CHI?- lo incalzò, con veemenza.
E l'altro, allo stremo: -M..aaaa...rio, i-i-i-iiiil ...mm... iiil ...m ...m-m-m-mmmm... uut... o, iil mmuto! IL MUTO,
perdio!-
Tutto ciò insegna che per l'uomo d'ingegno non esistono imprese impossibili,
quali sovvertire il destino, dividere il mare, far felice una donna, donare la vista ai ciechi od anche la parola ai muti...
Aggiornato 11 Giugno 2002
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