"Sono seduto davanti alla tastiera..." di Marco Angelotti, 2002

    

Sono seduto davanti alla tastiera, e sto scrivendo.
Con i gomiti appoggiati al tavolo, la testa pesante, le spalle curve e gli occhi che si chiudono.
Continuo a scrivere.
Mi domando per quale strana combinazione questa settimana non ho ricevuto nulla.
Nulla da pubblicare su questa dannata rivista, intendo.
Ho sonno, Sinatra mi urla nelle orecchie. Non ho voglia d’alzarmi per scaraventarlo via e spegnere lo stereo.
Mi arrivano sempre decine di manoscritti, alcuni anche buoni; gente che racconta di serial killer della bassa padana, storie delicate d’anziane signore alla finestra a Biarritz, avventure di guerra, extraterrestri che sorgono dal water e cazzate.
Questa volta, nulla.
Solo poesie.
Italia paese di Santi, poeti e navigatori, non di narratori.
Niente narratori, o pochi, forse.
Quei pochi, poi, sono andati in vacanza in Argentina o sono in sciopero.
Cosa potrei pubblicare nella narrativa?
Così sono qui che scrivo, sono costretto a scrivere anche se dormo con mezzo cervello.
Cazzo, quanto canta Sinatra, non si è ancora stancato.
Dovrei essere a letto, con te.
Mi stai aspettando e io continuo a scrivere.
Non so che cosa mi obblighi; oppure non c’è nulla che mi costringa, e non mi fermo comunque.
Vorrei essere con te, sotto una coperta ad ascoltare la pioggia che suona la grondaia, a rilassarmi col profumo della tua pelle umida.
Invece sono qui, ho perso il conto di quante volte ho sentito “My way”, “New York, New York” e “Fly me to the moon”.
Nessuno ha inviato racconti, negli ultimi giorni.
Avessi almeno una sigaretta. La voglia è maggiore del fumo rimasto nella stanza.
Adoro Raymond Carver; quando non so che cosa pubblicare apro a caso un suo racconto.
Faccio sempre un figurone, a proporlo.
Piace, piace a tutti.
Vorrei essere lui, in questo momento: me ne fregherei di questo settimanale, avrei scritto cose bellissime e tutti quelli che prendono una penna in mano per scrivere stupidaggini mi odierebbero.
Magari è meglio che lo conservi per tempi peggiori, Carver.
Tu cosa starai facendo…
Mi aspetti, esci dalla doccia, ti asciughi, guardi il tuo corpo nello specchio, ti chiedi se mi piace, se mi piaci davvero, ti pettini.
Sì, mi piaci, più di questa tastiera, più delle mie stanche parole senza senso, più della mia rivista e di tutti quelli che mi scrivono.
Mi stropiccio le palpebre con i polpastrelli, mentre la mano sorregge il mento.
Squilla il telefono.
Pronto? Ciao…
Sei tu.
Sono stanco e scrivo.
Tu che mi ascolti, mentre parlo a fatica.
Vorrei essere già lì con te.
Cosa dici? E’ Sinatra che sta facendo confusione. No, non ce la faccio ad alzarmi per zittirlo. Sono sudato, e puzzo anche di fumo.
E sorridi. E sento che sorridono anche i tuoi occhi.
Al diavolo questo settimanale e quelli che non hanno mandato puntualmente i loro scritti, è quasi mezzanotte.
Smetto, do un calcio alla tastiera, annullo l’edizione di Sabato.
Mi alzo da questo tavolo.
Hai finito di cantare, Frank, io me ne vado.
Vengo da te, e non ho più sigarette.
Crepa d’invidia, Carver; tu e Tess Gallagher.
Torno domani; cercate di scrivere qualcosa, questa notte.


© Marco Angelotti 2002 -  Tutti i diritti riservati