"Sequenza" di Marco Angelotti, 2003



Dopo un'ora eravamo in macchina diretti in città. Nel retrovisore vidi scomparire in fondo al viale quella che un tempo era stata la mia casa, da quel giorno trasformata in mausoleo. Chiudendone la porta avevo avuto la sensazione che quello che avevo sottratto avrebbe pesato nei giorni a venire su me e sugli altri che avevano vissuto la tragedia che avrebbero voluto dimenticare. Se avessi potuto scegliere, avrei preferito non aver aperto le casse. In ogni caso non avrei potuto tenerli all'oscuro, come aveva fatto mio padre. I miei figli, Sophie, Gerturd, la famiglia di Hirsch ne portavano ancora le cicatrici. Avrei dovuto lenirne il dolore cruentandolo come una piaga torpida, ignorando però come, quando e, soprattutto, se fosse giusto.
Seduta al mio fianco Sophie si voltò per un'ultima occhiata, rimanendo con la testa all'indietro per alcuni secondi. Tornando a guardare davanti si asciugò le guance col dorso della mano, senza parlare. Era molto legata a mio padre, lo chiamava il vecchio saggio. Lui ascoltava sempre, con pazienza, e ogni sua risposta era sempre pertinente. Non lo avevo mai visto in collera con nessuno.
Il lago, alla nostra sinistra, ci accompagnò nel ritorno, impassibile tra gli alberi e i lampioni spenti che lasciavamo indietro. Dall'altro lato, le case della periferia -ormai unita ai sobborghi vicini -scorrevano veloci. L'accelerazione sfumava colori e forme. Era impossibile capire dai tratti confusi di chi si affacciava per un attimo dalle finestre il punto in cui la gente smetteva di essere paesana per assumere sembianze cittadine. Anche l'espansione del leviatano urbano aveva comunque assimilato ogni espressione locale, inglobandola. Un treno fermo di facce uguali, appiattite contro il vetro, ci guardava passare. Tacemmo per qualche chilometro. Senza accorgermene mi ritrovai in centro. Rassicurato da luoghi che riconoscevo, trovai il coraggio di iniziare da lei, di parlarle di Hermann.
-Papà aveva in cura Hermann nel 1950.-
-Hermann?-
-Hermann Bauer, lui.-
-No, non è possibile…-
-L'ho scoperto ascoltando quel nastro. Ne aveva disposto il ricovero nel reparto di Hirsch, ma lui ha seguito personalmente il caso. Per tutta la notte ho sentito la voce di Hermann che raccontava di Johanne.-
-Perché tuo padre l'avrà fatto?-
-Non lo so. Forse per cercare di capire, per farsene una ragione. Non riesco a pensare altro.-
-E perché non dircelo?-
Non seppi risponderle e Sophie non chiese altro, voltandosi verso il finestrino.
Mi fermai a un semaforo rosso. Grondava sangue, come Johanne. Quanto avevo udito durante la notte l'aveva riesumata così come la ricordavo, come se il suo ritratto, appena abbozzato nelle parole, fosse stato tracciato da un artista insano e geniale che ne avesse colto l'essenza più autentica fissandola, eterna e morta, in quel nastro registrato. Kristian visse per troppo poco con noi per lasciare ricordi oltre al dolore. Ma lei no, aveva trascorso l'esistenza allietandoci. Hermann ne aveva carpito l'anima senza riuscire, unico, a gioirne. Papà la chiamava il suo piccolo raggio di sole, e aveva ragione: tale appariva a tutti noi, illuminati dal suo affaccendarsi festoso.
Era intelligente, vivace, la sua dimensione era la luce. In estate trascorrevamo un mese in una fattoria montana del sud e lei sbocciava nel suo splendore. Sempre all'aperto, le si colorivano le guance mentre i capelli le diventavano più chiari, dorati. Gli occhi le brillavano di continuo. Io ero adolescente e lei ancora bambina, ma mi divertiva averla attorno. Correva gridando lungo il torrente, inseguiva i vitelli e raccoglieva le mele, per donarle a tutti. Chiedeva sempre notizie di Hermann e perché non venisse in vacanza con noi. Alle spiegazioni di mia nonna, che le faceva notare che Hermann doveva tenere compagnia alla propria madre, Johanne ribatteva che da grande lo avrebbe portato con sé in quel mondo meraviglioso, a giocare e ridere, e non lo avrebbe fatto andare più via. Una volta si spaventò per una serpe che le strisciò davanti nell'erba alta, e corse in casa urlando. Passarono due giorni prima che si decidesse a mettere ancora il naso fuori. Poi, schernita da tutti, decise di uscire, ostentando un coraggio forzato. Nascondendo il proprio timore, si muoveva sempre sbattendo i piedi per terra anche quando correva, per scacciare i serpenti come le aveva insegnato il fattore suo amico.
Avrebbe dovuto rammentare l'insegnamento agreste e sbatterli forte sul pavimento, quella mattina da Gertrud.
Il conducente dell'auto dietro alla nostra suonò più volte, con insistenza: era scattato il verde. Anche Sophie, pensosa, non se n'era accorta. Ripartii di scatto, attraversando l'incrocio. Al prossimo avrei svoltato a destra, poi a sinistra e dopo qualche centinaio di metri avrei fermato l'auto davanti al mio garage, senza prevedere quale sarebbe stata la sequenza corretta da lì in poi. Avrei aperto la porta e ai miei figli, che ci attendevano già avviliti, forse avrei annunciato che Hermann era riapparso dalle tenebre, dopo che ne avevamo perso ogni traccia da dieci anni.

 

www.rottanordovest.com home page