Rispose al quinto squillo. Era quasi mezzogiorno. Non aveva dormito molto. Dall'altro lato la voce era concitata.
-Sono io. Hai visto la televisione?-
-Non urlare. Mi sono appena svegliata.-
-Hai visto la televisione?-
-Che cosa vuoi?- parlò più piano, -Non sono sola.-
-Cerca di ascoltarmi. Il Canada, Singapore, la Cina… Hai visto?-
-Visto che cosa? Lasciami dormire…-
-La polmonite.-
-Mhhh… Sì, ieri sera. E allora?-
-Sta arrivando.-
-Che cosa?-
-La polmonite.- ripeté, -Non ora. Per adesso siamo al sicuro. Quest'inverno. Quando gli ambienti saranno affollati e non ci sarà ricambio d'aria. D'estate il rischio è quasi nullo. Da Novembre in poi sarà qui.-
-Perché mi hai svegliato ora? Siamo a Maggio...-
-Smetti di fumare.-
-In che senso? Ti sei alzato nervoso, stamani?-
-Smetti di fumare. Un pacchetto al giorno. I tuoi polmoni sono pieni di catrame. E' l'unica cosa che puoi fare.-
-Mi hai scocciato di Domenica per dirmi di smettere di fumare? Sei proprio palloso… Ti saluto. Va' a dormire anche tu.-
-Aspetta. Non c'è cura. Non è possibile difendersi. L'unica possibilità è resistere. E' come un'influenza, dieci volte più forte. Dobbiamo avere il corpo in perfette condizioni per sperare di scamparla.-
Lo conosceva bene. Erano stati sposati per undici anni. Era noioso, le stava antipatico. Non avevano fatto altro che litigare. Ma sapeva che non era solito agli allarmismi.
-Pensi davvero che sia così grave?-
-Grave no, non è Ebola. La mortalità tra i contagiati di polmonite è del cinque per cento, non del novanta per cento. Ma ha la capacità diffusiva dell'influenza. Potrebbe fare il giro del mondo in un anno. Infettare milioni di persone. Molti moriranno. Non è neanche il virus dell'aids. Non ha bisogno di modalità di trasmissione particolari. Basta un colpo di tosse, uno starnuto. Dieci giorni d'incubazione. Ci sei ancora?-
Era ammutolita. Dopo qualche secondo di silenzio, diede segno di sé:
-Sì, sono qui. Penso ai ragazzi. Sarà la scuola il problema più grosso.-
-Lo so.-
Il nuovo ministro della sanità sembrava una donna molto sicura di sé. Appena insediata, aveva fatto chiudere gli ospedali. Sigillati, con tutta la gente dentro. Malati, medici e infermieri. Rinchiusi in quarantena. Wuon Li era riuscito a scappare. Era un infermiere. Si sentiva bene. A casa lo attendevano la moglie e le figlie. Potevano aver bisogno di lui. Aveva attraversato a piedi tutta la città, col terrore che qualcuno lo riconoscesse come dipendente del grande ospedale di Pechino. Camminava veloce, con gli occhi bassi e le mani in tasca. Con la mascherina si sentiva al sicuro, non era facile identificarlo. Ma se avesse incontrato un amico o un parente, lo avrebbero subito denunciato. Erano tutti terrorizzati. Trattavano i medici e il personale ausiliario come possibili fonti di contagio. Quelli che si ammalavano, preferivano rinchiudersi nelle proprie case. Non volevano essere prigionieri in un ospedale. Il loro avrebbe potuto essere un caso di banale influenza, non di polmonite atipica.
In ospedale il rischio di contrarla era altissimo. Ci mise quattro ore per arrivare a casa. Era buio. S'introdusse furtivo nell'andito. Guardò in alto, nel vano delle scale, per sincerasi che nessuno stesse scendendo. Nella casa lo conoscevano tutti molto bene. Era gentile e disponibile. Quando qualcuno stava male chiamavano Wuon Li. Non disturbavano il medico. Era un infermiere preparato e coscienzioso. Lavorando con bravi maestri aveva imparato a distinguere tra sciocchezze e problemi di salute seri. In tal caso pregava i vicini di chiamare subito un dottore. Altrimenti ci pensava lui. Gli volevano bene tutti. Ora lo avrebbero scansato come appestato. Se lo avessero visto avrebbero avvisato la polizia, lo avrebbero fatto rinchiudere. Sua moglie non apriva più la porta a nessuno. Temeva per sé e per le bambine. Solo una vicina, riconoscente perché Wuon Li aveva salvato suo marito da un arresto cardiaco, provvedeva a portare loro del cibo. Non si tratteneva. Allungava la spesa attraverso la porta e fuggiva nel proprio alloggio. Sempre protetta da una mascherina. Nessuno poteva più vedere i volti degli altri, solo gli occhi. Ormai era così normale osservare la gente per strada, con naso e bocca coperti con conchiglie di carta bianca. Sembravano essere una nuova specie. Quella che avrebbe popolato il mondo nel futuro. Forse le prossime generazioni sarebbero nate già con una membrana di protezione per le vie aeree.
Non accese la luce della scala. Salì due rampe al buio. Filtrava un po' di luce dal lampione in strada. Si appoggiò alla seconda porta del piano. Con la faccia incollata al legno, ansimando, bussò piano all'altezza degli occhi. Non udiva nessun rumore. Bussò ancora, più forte. Una voce dall'altro lato sussurrò:
-Chi è?-
-Si accorse che anche la donna, dentro, era appoggiata contro la porta, in ascolto.
-Hain Ju, sono io. Apri.-
-Vai via, Wuon Li. Ti prego.-
-Fammi entrare. Apri la porta.-
-Pensa alle bambine. Potresti essere malato.-
-Io sto bene Hain Ju. Sono tornato proprio per loro. Potrebbero aver bisogno d'assistenza.-
-Ti prego, vai via. Noi stiamo bene. La nostra vicina pensa a noi. Torna in ospedale. Perché sei uscito?-
-Volevo vedervi, essere sicuro che stiate bene…-
-Ora lo sai. Non entrare, per favore.-
-Dove sono le bambine?- Picchiò forte con le nocche contro la porta.
-Stanno dormendo tranquille. Non svegliarle, fai piano.-
-Come stanno?-
-Stanno bene. Sono agitate per tutto questo. Non capiscono. La piccola ha avuto un po' di diarrea…-
-Fammi entrare, Hain Ju.-
-Se ti faccio entrare ci porteranno via tutti. Ti amo, Wuon Li. Non farci questo. Ci rinchiuderanno in ospedale.-
Un vicino si affacciò sul pianerottolo. Li aveva sentiti parlare.
-Chi è? Sei tu Wuon Li?-
-Sì, sono io. Torna dentro... Aprimi, Hain Ju.-
La donna non rispose. Si era allontanata dalla porta. Wuon Li picchiò col pugno contro il legno più volte. L'uomo era ancora in piedi davanti all'entrata della propria casa.
-Vattene, Wuon Li.- gridò. -Va' in ospedale.-
-Shei Tsu, siamo amici. Torna dentro.-
-Siamo amici, ma va' via…-
-Io ti ho sempre aiutato.-
-Lo so. Va' in ospedale, Wuon Li. Non costringermi a chiamare la polizia. Alla tua famiglia ci pensa la vecchia. Ne avremo cura noi. Ora vattene.-
Altre porte si stavano aprendo. Qualcuno accese la luce. Schivando il vicino, Wuon Li scese di corsa le scale. Fuggì in strada. Si dileguò nel buio dell'aria densa d'umidità, pensando alle figlie.
L'aereo atterrò a Toronto in orario.
Era spossato. In quindici giorni aveva visitato le sedi dell'azienda in quattro città d'altrettanti continenti. Maledetto lavoro. Quarantamila chilometri in volo. Sidney, Hong Kong, Dakar e Parigi. Era arrivato a casa dall'altro lato. Aveva fatto il giro del mondo. Non poteva nemmeno parlare di sindrome da fuso orario. Li aveva attraversati tutti. Era riuscito a comprare un regalo per Ellie. Un pastrano australiano originale. Incerato, col cappello a falda larga, come quello dei mandriani. Sapeva che lo desiderava. Ellie glielo aveva detto l'ultima volta che erano andati a cavalcare. Lo aveva scovato in un negozio d'articoli per equitazione, a Sidney. L'aveva immaginato subito addosso a lei. Era il più bel pastrano che avesse mai visto. Ne sarebbe stata felice. Si sentiva accaldato e un lieve sudore gli inumidiva il viso. Si sarebbe messo a riposo per tre giorni. Al diavolo l'ufficio. Trovò gli addetti al controllo doganale coi volti coperti da mascherine. Come quelle che portano i medici. Avevano in mano dei piccoli aggeggi con cui guardavano dentro le orecchie dei passeggeri appena atterrati. La prima cosa che gli venne in mente fu che cercassero qualcuno che stesse tentando di contrabbandare qualcosa. Attese in fila il proprio turno. Il funzionario guardò anche nel suo orecchio. Solo nel sinistro.
-Può mostrarmi il suo passaporto?-
Jerome Wilkjes glielo porse. L'uomo di cui poteva scorgere solo gli occhi esaminò i visti d'ingresso.
-E' partito una decina di giorni fa da Hong Kong?-
-Undici, per l'esattezza. Ha trovato un diamante nel mio orecchio?-
-Lei ha la febbre, signor Wilkjes. Trentotto e due. Dovrebbe uscire dalla fila e accomodarsi su una di quelle poltroncine.-
-Perché?- Era rimasto sorpreso.
-Disposizioni delle autorità sanitarie. Dobbiamo ricoverala in ospedale.-
-Sta scherzando…-
-Purtroppo no. La prego, si accomodi là. Devo continuare a controllare la fila. Dopo le spiego.-
Attonito, sedette vicino ad altri due passeggeri che erano sullo stesso aereo. Li osservò con attenzione. Avevano entrambi l'aspetto sofferente. I loro occhi erano lucidi. Sembravano febbricitanti. Forse avevano l'influenza. O il jet lag, come lui. Aveva necessità di andare a casa. Desiderava farsi una doccia, prendere un'aspirina e riposarsi. La stanchezza lo faceva respirare a fatica. Ellie lo aspettava. Aveva il pastrano nella valigia. Doveva recuperarla all'arrivo bagagli.
I funzionari continuavano a curiosare nelle orecchie della gente. Erano distratti. Ne approfittò per alzarsi e andarsene. Uno degli uomini con la mascherina lo scorse con la coda dell'occhio.
-Aspetti, si fermi…-
Wilkjes allungò il passo. Avrebbe recuperato la valigia in un altro momento, era vicino all'uscita. Nessuno lo avrebbe arrestato. Era solo un po' di febbre. Non si arresta qualcuno perché ha la febbre. Dopo aver percorso una ventina di metri nel corridoio a passo svelto sentì impazzire il proprio cuore. Le pulsazioni erano elevate. Non riusciva quasi a respirare. Si fermò. L'addetto lo raggiunse. Gli appoggiò una mano sulla spalla.
-Come sta? Tutto bene?-
-No, per niente. Sono esausto. Sono in viaggio da due settimane. Non riesco a respirare. Ho bisogno di andare a casa…-
-La prego, si tranquillizzi. Mi segua.-
-Ho detto che voglio andare a casa mia.- Tolse con violenza la mano dell'uomo dalla propria spalla.
L'altro non reagì, guardandolo serio:
-Venga con me, nel suo interesse. Lei rischia di morire.-
Oggi mi fucileranno.
Tra tre, quattro ore al massimo. E' giusto così.
Non ho mai temuto la morte, le cammino a fianco da sempre. Mi abbraccerà correndomi incontro dalle strade rigate di dieci moschetti,
con un sorriso. Con un tuono. Ho dedicato la mia vita ad accrescere il suo dominio sugli uomini. Mi bacerà la fronte e il cuore,
amandomi. Mi abbandonerò all'oblio, a muta espiazione.
La notizia della mia esecuzione non sarà riportata da nessun tatzebao, né cronista pronuncerà il mio nome.
Dovevo aprirla, quella porta, pur sapendo che l'allarme di contaminazione era tassativo. La consegna era inviolabile.
Violata, ora, quando il tempo per riflettere è stato un lampo. Un solo battito del mio cuore concitato.
Ho abbattuto la barriera che doveva proteggere un miliardo di piccoli operosi lavoratori da uno
solo, mio figlio.
L'ho allevato credendo nella scienza, nel partito, nelle biciclette che corrono veloci tra le poche autovetture, e nelle bandiere rosse che svettano dai bastioni del grande palazzo.
La rivoluzione... Dovevamo difendere la purezza delle idee dall'imperialismo. Vestiti di tela pesante blu, tutti insieme,
all'università per donare alla Grande Madre il nostro intelletto.
Il laboratorio, poi. Ero fortunato, mi avevano detto, a poter contribuire al progresso e alla libertà...
Soggiogavo minuscole forme di vita, come coppie di buoi che preparano le risaie. Per un raccolto copioso, per le idee e la fede nell'uguaglianza. Organismi invisibili, e così più potenti di noi e della rivoluzione stessa.
Mio figlio...
Anche lui con me, indirizzato con benevolenza dal partito a camminare sugli stessi sentieri del cielo, tra azzurro e rosso.
Nessuno, tra i dirigenti, pensava che una provetta che cade, andando in frantumi, trascina nella rovina, tra i vetri, anche il governo. E la gente.
Quando il portello di sicurezza è sceso, come una scure, e mi ha separato da lui, l'ho guardato attraverso il vetro.
Ha appoggiato la mano sulla propria trasparente condanna, gli occhi spalancati. Ho letto la domanda sulle sue labbra.
Aveva paura, mio figlio.
Avevo paura.
E non ho pensato alla missione, al partito o alle biciclette che sfrecciano tra milioni di operai che credevano
nella rivoluzione.
Ho disattivato l'allarme, l'ho fatto uscire dal suo sepolcro, un attimo prima che fosse murato per sempre.
Agli altri ho detto che era stato un difetto nel congegno di sicurezza.
Sedici giorni. E' morto.
Poi altri tre addetti del laboratorio. Poi decine di uomini. E poi centinaia.
Io no. Non ne conosco il motivo.
Ho confessato il mio crimine, l'amore paterno.
E' contrario ai principi della rivoluzione.
Tra poco, le mie sofferenze si placheranno...
© Marco Angelotti - 2003
|