| Risveglio di Paola di Marco Angelotti |
Quando si svegliò, alle sei e venti del mattino, con la luce che filtrava da una finestra, Paola si rese conto di non essere nella sua camera.
Dopo la sorpresa iniziale, recuperati i sensi dagli ultimi istanti del sogno, capì che la stanza intorno a lei
era sconosciuta.
Scesa dal letto, vide una scrivania davanti a sé, e di lato un grande armadio a
muro; alle pareti quadri che non avevano posto nella sua memoria.
Due passi, e dietro una porticina trovò un piccolo locale adibito a bagno, tutto in ceramica bianca.
Avvertendo uno sgomento che aumentava come il battito del suo cuore, con indosso solo i jeans ed una camicetta chiara, scalza, spalancò un'altra porta che la fronteggiava minacciosa.
Appena fuori lesse un numero su di essa: 1001.
Era in una camera d'albergo.
Come era finita lì?
Che cosa aveva bevuto la sera prima per non ricordarsi nulla?
Percorse il corridoio, ma non esistevano vie di uscita.
Poi notò la porta automatica di un ascensore, celata
nell'ombra. Non trovò pulsanti per aprirla.
Attese.
Appena si spalancò, come al comando di un invisibile demone, si lanciò dentro.
La porta si richiuse, ingoiandola.
Iniziò la sua digestione verso il basso, la discesa.
Provò a contare i piani cercando di scandire i numeri alla velocità di caduta: uno, due, tre, quattro, cinque, sei, sette, otto, nove, dieci...dieci!
Era dieci piani più in alto.
Che stupida! Il numero sulla porta: la prima camera del decimo piano.
Dopo un attimo si spalancò di nuovo per vomitarla fuori.
Si trovò scalza nella hall di un albergo.
Due clienti ed il portiere, che stavano conversando, la
guardarono ammutolendosi.
Senza chiedere loro nulla, spaventata per ciò che avrebbero potuto risponderle, corse in strada attraverso la porta girevole di cristallo.
Fuori, ansimando, si voltò e lesse una targa d'ottone sul muro.
C'era scritto Four Points Sheraton.
All'angolo Paola vide una strada. Corse ancora. Aveva freddo, era umido ed era scalza.
Un cartello: Via Gustavo Fara.
Correndo, la percorse fino in fondo.
Ad un incrocio svoltò a destra, forse per istinto.
Ora la strada era più grande, un viale.
Intorno a lei dieci, cento mille persone che la osservavano mute.
Ad un tratto, alla sua sinistra, vide un edificio bianco, imponente, affacciato su una piazza.
Riconobbe il palazzo. Aveva la sua immagine nella memoria. Ed intirizzita, scalza, affannata si fermò davanti a quel marmo.
Una stazione.
La stazione, l'aria, la piazza, quella folla che la guardava in silenzio e neppure troppo stupita, anzi, piuttosto
indifferente: Milano.
Si era svegliata nel cuore di Milano.
E come c'era finita, a Milano?
Cristo, era sulla spiaggia di Puymaholu ieri sera, nel
Pacifico!
Perché si era risvegliata nel posto da cui era fuggita?
Un maleficio la aveva ricondotta dove aveva sofferto.
Non riusciva più a respirare l'aria di quella città.
Poche ore prima si era assopita col rumore delle onde tra le braccia di un uomo che le sussurrava
parole di passione.
Era nuovamente nella piazza del dolore.
Guardando le facce della gente intorno, si accorse che erano tutte uguali.
Avevano tutti il volto di chi le aveva fatto del male.
Riprese a correre verso quell'unico edificio dall'aspetto
sicuro.
Salì sul primo treno in partenza verso Sud senza fare il biglietto.
Non conosceva nemmeno la destinazione di quel convoglio.
Istintivamente sentiva che andava verso il sole.
Lasciandosi cadere in una poltrona libera di uno scompartimento, si rese conto di essere scalza.
Nell'unico altro posto occupato, c'era un uomo che la guardava con discrezione, sorridendole.
Paola arrossì, imbarazzata per l'affanno ed i suoi piedi nudi.
Lui disse che, nel luogo dove viveva abitualmente, la donne sono scalze.
Sorrise anche lei.
Il treno iniziò a muoversi lentamente.
Si accorse che il suo compagno di viaggio aveva un viso bruciato dal sole, addolcito da uno sguardo rassicurante di chi aveva visto cento tempeste.
Mentre lo sconosciuto le raccontava di mare, di deserti, di viaggi di aerei e di tempeste di sabbia, Paola percepiva la sua voce come il suono di un magico
strumento musicale che la incantava e la trasportava lontano dalla città del dolore.
Guardandosi attorno vide, senza stupore né timore, che stava ascoltando i racconti di uno sconosciuto sulla spiaggia di Puymaholu, l'isola del meridiano del cambiamento di data.
Era sera.
Aggiornato 11 Giugno 2002
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