Ricordi d'Italia di Marco Angelotti

      In memoria del Professor Lidio Baschieri,
      luminare della medicina, illustre clinico e docente dell'ateneo pisano,
      amorevole maestro e uomo generoso.


Qualche mattina fa, caro amico mio, sfogliando una rivista mentre facevo colazione in albergo, ho trovato un articolo su alcune città del mio paese.
L'Italia è un posto incantevole.
Due immagini ritraevano scorci di Pisa, antica repubblica marinara...
Gradisce un rhum? Barista, un altro per il mio ospite.
Una in particolare mi ha inquietato, come se qualcuno avesse rovistato nei miei ricordi: mostrava un angolo dei mercati all'aperto nei vicoli prospicienti a Borgo Stretto, il cuore antico della città.
Conosce la Toscana?
Quand’avevo venti anni, molto prima d’immaginare il mio destino, mi trasferii a Pisa per laurearmi in uno degli atenei più antichi del globo. Avrei voluto diventare un grande chirurgo.
Per cortesia, ragazzo, potremmo avere anche dei nachos con qualche salsina?
Mi scusi, continuo... Dio che caldo umido, oggi!
Scelsi quella città affascinato da una vecchia stampa di mio padre incorniciata in ciliegio, che ritraeva una piazza magnifica: una cattedrale con un curioso campanile e di fronte il battistero, tutti in marmo, adagiati sull’erba; due giganti assopiti su di un prato ed il terzo di guardia.
Nel mio soggiorno toscano amavo trascorrere il tempo tra i selciati antichi e stretti più che sui libri.
I più angusti erano quelli del vecchio mercato, come arterie col lume occluso dal cibo che vi era transitato nei secoli.
Ho vivi i colori, gli odori e il vociare della gente nonostante siano trascorsi anni; ricordano quelli locali, ma forse i posti sembrano tutti uguali con una bottiglia di rhum e due bicchieri sul tavolo.
E’ come se mi ci vedessi adesso: dal cortile della facoltà percorrevo un lungo viale tortuoso che sboccando in uno slargo e deviando a sinistra portava al vicolo della torre campanaria.
Subito sulla destra c'era una bottega di un artigiano del cuoio che esponeva i manufatti finiti, come un macellaio mette in mostra la cacciagione, appendendoli ad un gancio d’acciaio sporgente dalla parete a fianco del portone di legno macero.
Pochi passi più avanti, si entrava nel cuore del mercato: ortolani, salumieri e pescivendoli, mescolati a rigattieri e calzolai, occupavano le aree aperte.
Ho trovato sempre gli stessi volti in quest’alveare antico, scoprendone ogni volta uno nuovo: la vecchia con i capelli crespi e le guance più rosse delle mele che sistemava con cura nelle ceste e lo sguardo perso distante; il calzolaio caricatura a carboncino di se stesso col grembiule nero dalle cui tasche sporgevano martello e trincetto per il cuoio, che tentava di prendere la mira attraverso le lenti degli occhiali sudice di pece per trafiggere con una bulletta una suola di scarpa nell'unico punto sano rimasto.
Se non ha mai avuto occasione di visitare Pisa, le consiglio vivamente di farlo. Sono quasi tentato di sbarcare e tornarci.
C’era una ragazza bruna con una giacca verde ed un cappellino di lana blu che, invece di occuparsi delle offerte per i cani randagi, come si leggeva nel cartone sopra il tavolo pieghevole aperto davanti a lei, mentre un cucciolo si trastullava a mordicchiarla civettava con un malizioso sorriso col garzone della macelleria dall'altro lato del vicolo.
Li ho visti invecchiare per qualche tempo e mi domando se il loro ammiccare li avrà condotti a qualcosa.
Dovrò decidermi, prim’o poi, a tornare per assaggiare nuovamente un buon Chianti; sono stanco di rhum.
Vedendomi col viso bruciato ed i capelli ingialliti dalla salsedine, stenterebbero a riconoscermi anche quelli che abitualmente rispondevano al mio cenno di saluto.
Alle spalle di quest’esercito d’ambulanti si riparavano piccole rivendite di cibarie, porte per scendere direttamente nel terzo girone dell’inferno.
Il profumo di mille leccornie era così intenso da provocare pinguedine solo annusando l’aria circostante.
Ogni volta che attraversavo quei vicoli gettavo alle ortiche la mia castità ed entravo spavaldo nella casa di piacere più conturbante dei mercati, una ricercata bottega che vendeva prelibatezze, col banco in marmo bianco sul quale gettavo i pochi spiccioli di studente, mentre un'altezzosa collana di salamini languiva sulle note di un allegro con brio eseguito da un compìto quartetto di quaglie in sarcofago.
Le curve delle mozzarelle nelle conche e delle provole appese risvegliavano istinti selvaggi, come il profilo femminile delle onde contro il sole dopo mesi d’oceano.
Il salumiere, discinto croupier in livrea bianca ornata da fregi di unto, cosciente del mio vizio irrefrenabile, mi spingeva a puntate sempre maggiori sui vizi succulento.
Ero distante da tutta quest’acqua, dal sole, dal vento e dal rumore sordo dei motori che non mi lascia mai.
Quante signore stupende ho incontrato tra una lezione e l’altra: erano un valido motivo per non avere mai tempo per studiare.
Ma ora devo affrettarmi a bordo, caro amico, per le consegne, prima di riprendere il mare; mi spiace.
Le racconterò il resto della storia in un nostro prossimo incontro, se ci sarà...
Barista, per cortesia, serva un altro rhum al mio ospite: offro io.
Addio, Lidio.

© Marco Angelotti 2002 -  Tutti i diritti riservati