Da "Relazione anopsica" di Marco Angelotti, 2004



Bucarest, 2 Febbraio 2002, ore 03.10

   Vivo in Romania da dopo la deposizione di Ceausescu. Sono stato inviato dal dipartimento d'antropologia culturale dell'Università di Torino per documentarmi sul misticismo occulto che qui regna dal medio evo, e che è sopravvissuto alla dittatura. Questo paese ha una tradizione unica di vampiri e orrore. Ho deciso di restare. Qui mi sento a casa, lo percepisco familiare: convivo con gli incubi fin dall'infanzia.
   Eccettuati i ricorrenti sogni erotici puberali e della giovinezza di maschio adulto, rarefattisi negli anni, il contenuto della mia attività onirica avrebbe potuto essere materia preziosa per parecchi narratori gotici. Bram Stoker avrebbe potuto rabbrividire violando il mio inconscio mentre riposo.
   Il rapporto con l'incubo non mi ha mai turbato. Ho imparato presto a condividere il mio riposo con i mostri che da sempre lo popolano, vivendo quanto accade nel sogno con distacco, come una sorta d'opera cinematografica della quale sono al contempo protagonista, vittima e spettatore.
   Uno dei ricordi più remoti che possiedo di questi vissuti onirici risale a quando avevo circa cinque anni: ricordo chiaramente che ero inseguito da una sorta di bestia bipede coi canini aguzzi attraverso un ambiente spettrale che conoscevo, esistente nella realtà. Erano le cantine della vecchia segheria dove, da bambino, seguivo mio nonno, capo operaio addetto alla manutenzione e controllo dei telai per la segagione dei blocchi di pietra. Si accedeva a queste vere e proprie segrete attraverso una porticina a metà di un corridoio buio, che metteva in comunicazione il blocco dell'edificio adibito a contenere le strutture enormi e pericolose dei telai a sabbia e acqua, con quello del laboratorio dove prendevano forma i manufatti lavorati. Solo mio nonno possedeva la chiave di quella porta; a chiunque altro era proscritto l'ingresso, perché da lì si accedeva anche al magazzino dei materiali di consumo dell'azienda, di cui lui era l'unico responsabile. Io ero onorato di accompagnarlo ogni tanto nell'incarico solenne, anche se il luogo m'incuteva paura. Dal magazzino si accedeva ai locali dei motori dei telai attraverso una botola nel pavimento, costituita da tre assi inchiodate, collocata vicino ai finestroni che guardavano verso il greto del fiume. Mio nonno la sollevava e ci calavamo al piano inferiore, a livello quasi del corso d'acqua, scendendo una rudimentale scaletta di legno. Il luogo non era certo ideale come stanza dei giochi per un bimbo, soprattutto sotto il profilo della sicurezza, ma all'epoca si faceva molto meno caso al pericolo, vivendo in una sorta di fatalismo dove si poteva benissimo convivere col lutto. D'altronde, la guerra, terminata solo da una quindicina d'anni, aveva temprato con le sue vittime un po' tutti al dolore. La necessità di avere i motori all'altezza dell'acqua derivava dal fatto che la forza del torrente era l'elemento propulsivo delle turbine che muovevano i telai, costituiti da pacchi di lame di ferro che abradevano lentamente col loro andirivieni, asperse di sabbia e acqua, i monoliti. Vedere quelle gigantesche assi d'acciaio brunito che in segreto trasmettevano il moto a quanto lavorava in superficie attraverso feritoie nel soffitto delle loro prigioni, e quelle ruote a pale da cui gocciolava l'acqua che le animava, più alte dello stesso stanzone affondate in parte nel pavimento, demoltiplicate da ingranaggi e pulegge, era magico e terribile. Quei macchinari possedevano una forza distruttiva enorme. Anni dopo un giovane operaio fu colpito al mento dall'oscillazione di uno di questi bracci di trasmissione e rimase ucciso all'istante col cranio fracassato, come colpito da un montante di un gigantesco pugile professionista.
   Bene, dopo aver tentato di attribuire una spiegazione razionale al mio protoincubo, correlandolo agli ambienti tetri dove da bimbo mi capitava di trascorrere il tempo in modo stimolante, ritengo di aver terminato questa disquisizione sulla relazione intercorrente tra onirico e realtà del mio inconscio infantile.
   Ciò detto, capirete quindi il mio stupore quando mi capita di sognare situazioni con valenza piacevole e positiva. Mi sveglio di soprassalto e avverto la necessità di dare un significato e lasciare come in questo caso una traccia documentale a caldo, mettendo per iscritto quanto la memoria ha trattenuto della mia attività onirica, prima che i pensieri razionali del quotidiano la sommergano.
   Questa notte il mio vissuto immaginifico si è caricato di valenze erotiche quasi dimenticate, anche se poi si è rivelato non esserne proprio questo il senso. Ero all'aperto, in piena luce, nel giardino di una casa sconosciuta che sapevo essere la mia abitazione, in compagnia di un amico ben identificato nel sogno e di due signore sconosciute, pur essendo io consapevole che una di loro era sua moglie. La forte luminosità esasperava i dettagli di ciascuno di noi, impietosa. Alla difficoltà iniziale dell'approccio, inibiti da un'apparenza tanto marcata, io suggerii di entrare in casa e prendere contatto tra noi protetti dal buio, quasi come vampiri, attraverso gli altri quattro sensi percettivi -udito, tatto, olfatto e gusto in sequenza- escludendo il condizionamento derivante dall'aspetto. Questa modalità relazionale anopsica, simile -suppongo- a quella dei non vedenti, avrebbe dovuto facilitarci nella reciproca conoscenza liberandoci dalle inibizioni causate dalla preoccupazione di apparire, focalizzando l'attenzione sul puro essere. Nell'oscurità assoluta, seduti su un grande tappeto iniziammo a esplorarci attraverso l'ascolto; poi, dopo aver allentato la tensione procurataci dagli abiti, toccandoci, annusandoci e infine assaggiando i nostri fluidi corporei -saliva, sudore, urina, e umori genitali. Ogni canale di comunicazione sensoriale era stato aperto. Formammo due coppie affiatate, con appagamento reciproco. Conclusa la fase cognitiva, dichiarammo di aver scelto il compagno ideale. A quel punto, con un gesto della mano generai una luce flebile tra noi, fioca come una candela, permettendo una quasi indistinta ma inequivocabile consapevolezza della fisicità visibile dell'altro. Scoprimmo le nostre scelte.
   Nel sogno avevamo adoperato la modalità inversa di ciò che avviene nel reale, dove il primo impatto, positivo o negativo, è prettamente visivo e l'impulso che ci spinge a muoverci verso un'altra persona o ad allontanarcene deriva da uno solo dei nostri canali sensoriali, relegando in second'ordine le altre afferenze -odori, feromoni, comunicazioni verbali e sapori- fidandoci di una sola, magari accorgendoci in breve tempo che, oltre a essere la più immediata, è la maggiormente fallace. Da quest'intuizione notturna, che spero non motivata dalle smodate abitudini alimentari locali, deriva il desiderio di creare le basi, un metodo e un gruppo per sperimentare le modalità di una relazione di conoscenza anopsica tra individui, e verificare quali cambiamenti potrebbe apportare alla società un approccio comportamentale di questo tipo. Da questo momento gli autoctoni saranno le cavie per il mio nuovo laboratorio, assaporerò il gusto acre d'ogni femmina locale con ossessione scientifica, rivoluzionando il rapporto di coppia. Il mio nome sarà accomunato a quello degli altri pionieri esploratori della sessualità: Alfred Kinsey, Masters e Johnson e poi, offuscandone la fama, il mio. ...


© Marco Angelotti 

 

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