Da "L'eredità dei Ponteschi" di Marco Angelotti, 2003


Mi raccolse che ero una bambina, avevo pianto e urlato per due giorni.
Apparve all'improvviso. Guardai verso l'alto, verso quella sagoma imponente contro il cielo che minacciava pioggia. Mi sembrò un gigante. Si chinò verso di me tendendo la mano, senza parlare. Io rimasi immobile, seduta con la schiena appoggiata alle pietre del pozzo. Aveva i capelli e gli abiti polverosi, imbiancati, come se fosse uscito da un sepolcro. Mi spaventò.
Il volto era marcato da due solchi profondi che scendevano dagli zigomi fino agli angoli della bocca, dove si univano con altre due rughe che gli partivano dai lati del naso. Le labbra erano sottili e lineari, delimitanti un'apertura dolorosa come la ferita di un rasoio. Era come se quella bocca fosse incapace di curvarsi, di atteggiarsi al riso o al pianto. Sembrava che fosse stata incisa in un secondo momento, per rimediare ad una dimenticanza.
Impietrita, continuai a fissarlo. Appoggiò piano la mano sulla mia spalla. La strana ferita che tagliava la pelle tra il mento e le narici si dischiuse appena. Tremai. La voce non era meno tetra del suo aspetto. Mi chiese se ero sola. Annuii. I miei genitori erano morti.
Avevo undici anni, lui non ancora cinquanta: quarantasette, o poco più. Mi raccontò di fatti che all'epoca io non compresi del tutto, con eloquio non concitato ma inarrestabile, come un fiume che avesse ritrovato la direzione per ricongiungersi al mare. Le emozioni e i pensieri sgorgavano da quel taglio che sembrava rimasto sigillato per un tempo intollerabile. Guardò i miei occhi spauriti. Toccandosi la camicia con l'altra mano ne sollevò una piega come per scrollarla. Poi parlò del crollo della propria casa con naturalezza, come se stesse riferendo che cosa avesse cenato la sera prima. Al momento non si preoccupò di consolarmi o di chiedere quale fosse la mia storia.
Disse di un armadio massiccio che per anni aveva vegliato, scuro e pesante, sul suo sonno, appoggiato contro la parete ai piedi del letto nella sua camera. Era stato costruito da quattro uomini, alto fino al soffitto e destinato a non lasciare mai la stanza. Questo lo aveva salvato: aveva retto al peso delle travi, spezzatesi al centro del solaio, formando una nicchia triangolare in cui lui aveva trovato scampo. Il rovere con cui era stato costruito aveva protetto l'uomo del quale condivideva i segreti.
Subito era stato sommerso da un fluido impalpabile e grigio. La polvere gli aveva bloccato il respiro e attenuato l'udito. Non aveva perso i sensi. L'asfissia incipiente si era dissolta con un rantolo convulso.
Reno, questo era il suo nome, - ne venni a conoscenza solo più tardi - aveva inalato aria forzandola attraverso le narici essiccate. Aveva sputato e tossito più volte, prima di dischiudere le palpebre in uno spiraglio urente in cui si era intrufolato un bagliore. Rimasi ferma ad ascoltarlo, davanti ai resti del casolare dei miei, con le spalle contro il pozzo. Era la prima persona che vedevo dopo la loro morte. Continuava a parlare. Non osai interromperlo. Il tempo che passammo uno di fronte all'altro mi sembrò senza fine. I suoi occhi erano il contrario esatto della bocca: spalancati e profondi sembravano mettere in comunicazione il suo dolore con l'esterno. Capii in seguito che era più spaventato di me. E' grande lo sforzo per ricordare con precisione i fatti, cercando di riferire le parole esatte, i dettagli, ogni sua emozione. E' questo che ho promesso, quando lo lasciai. Mi fece alzare, sollevandomi appena il mento con la punta delle dita. Ci avvicinammo alle macerie che avevano sepolto i miei. Restammo in piedi, affiancati, a guardare il disastro. Si voltò verso di me e col pollice asciugò una lacrima che mi scendeva sulla guancia. Mi offrì una mela che teneva nella tasca.
La presi, in silenzio, tenendola in mano senza mangiarla. Avevo freddo. Si tolse il giaccone e lo appoggiò sulle mie spalle. Allora mi sedetti su una pietra e finalmente addentai il frutto. Non mangiavo da due giorni. Vedendomi mordere con voracità la polpa, me ne porse un'altra senza attendere che la finissi. Afferrai anche questa...
(continua)

© Marco Angelotti