"Rassegna letterario-gastronomica a Livorno" di Marco Angelotti, 2003



Dal 13 al 16 Novembre il Comune di Livorno ha organizzato nel quartiere storico della "Venezia" la rassegna letterario-gastronomica "Mangiarsi le parole". Per quattro giorni scrittori prestigiosi, esordienti, uomini di spettacolo, registi e giornalisti si sono avvicendati nell'affabulare il pubblico raccontando della loro vita e della loro arte. L'ammiccamento all'aspetto gastronomico della manifestazione è stato sicuramente quanto di più geniale voluto dall'organizzazione, per invogliare anche chi altrimenti sarebbe stato restio a dedicare l'intero fine settimana alla letteratura, sebbene -e giustamente -la parte culinaria sia passata in second'ordine. "Mangiarsi le parole" è stato un evento ben orchestrato, che ha svelato le capacità organizzative di questa piccola città marinara. Degna di nota la cena-spettacolo allestita alla Bottega del Caffè "Ristorante Mediterraneo, la felicità, diecimila anni fa", di Francesco Niccolini per la regia di Enzo Toma, un omaggio a Jean-Claude Izzo; un po' meno la gara di cucina per scrittori -li preferisco alle prese con la parola scritta che ai fornelli, anche se, onestamente, non hanno avvelenato nessuno.
Ho sottolineato la  mia preferenza per la 'parola scritta' perché -a dispetto di un mercato editoriale che li vuole sempre più divi con attitudini a incantare oralmente le platee per vendere una copia in più a colpi di sorriso -la maggior parte degli scrittori non sono oratori o gente di spettacolo. E' avvilente conoscere chi ha la facoltà di rapire con le proprie pagine, e rendersi conto che, di fronte a una sala neppure troppo gremita, abbia difficoltà a impossessarsi dell'attenzione dell'auditorio, invischiandosi in sproloqui da cui non è in grado di districarsi. Chi scrive ha la capacità di incatenare la fantasia altrui e di condurla come tempesta infernale, è un mago, un incantatore; non gli si addice prostituirsi al pubblico alla stregua di un guitto o un politico. Mi sovviene l'immagine de 'L'Albatro' di Baudelairiana memoria: questi poveri autori, caduti sulla terra, gettati allo sbaraglio -chi per volere del proprio editore, chi preda della propria presunzione -in pasto al pubblico che li punzecchia attendendo di carpirne le alchimie, i segreti più intimi del potere che esercitano, sono goffi, impossibilitati a muoversi; si confondono, balbettano controllando con indifferenza l'orologio, nella speranza che l'ora di tortura termini, per tornare appena possibile davanti a un foglio o una tastiera, al sicuro. A volare, la cosa che sanno fare meglio e che vorrebbero fare.
Sono certo che la maggior parte del popolo che scrive -fatta eccezione per qualche oculato arrivista -concorda col mio pensiero. Se non fosse la paura a governare le azioni di piccoli uomini, il terrore di non vendere libri (ma non per motivi strettamente economici) e svanire nell'oblio, gli scrittori risparmierebbero questo triste spettacolo a loro stessi e agli altri; continuerebbero a essere fantasmi come i loro personaggi, senza svelarsi mai completamente e sussurrando nel buio alle nostre orecchie formule magiche inebrianti. Manca il coraggio di imporre la propria opera, incuranti dell'umana vanità - '...per conoscermi comprendi lo scritto e non chiedere la mia finitezza terrena'. Doveroso un plauso a Jerome D. Salinger, il più ectoplasmatico e impavido di questa razza imperfetta.



©
Marco Angelotti 

 

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