Da "Il tempo e la sabbia" di Marco Angelotti, Edizioni Clandestine, 2002

Valentine, mio ultimo tesoro, purtroppo i clamori delle orde pronte a combattere giungono ormai fino al deserto. I barbari sbattono gli scudi per terra e brandiscono le spade, minacciosi.
    Una parte ringhia famelica verso l'altra, altrettanto feroce. Tutto è pronto per un impeto di sangue e grida e fuoco e dolore.
    Neppure il Ghibli riesce a sovrastarne il fragore che entra nelle orecchie e scende nel profondo dell'animo ad affliggerci. Le terre della mia giovinezza si stanno vestendo a lutto. Presto anche questa distesa di sabbia bruciata diverrà una scacchiera tragica. Si schierano ovunque cavalli, alfieri e torri. E pedoni, troppi.
    Adesso attendiamo l'apertura della partita imminente.
    Anch'io farò la mia parte. La guerra non reca giustizia a nessuno, uccide e basta.
    Prenderò il mio posto nella casella che mi spetta.
    Da troppi anni la ragione tace e, quando è silente, urla la barbarie. Non è più tempo di turarsi le orecchie.
    Oggi levo dunque il calice e brindo sguaiatamente, malfermo sulle gambe come un ubriaco, alla replica dello spettacolo di maggior successo del ventesimo secolo, la carneficina brutale.
    Domani piangerò memore degli istanti lieti trascorsi nella tua casa nelle campagne di Perpignan, a raccoglier frutta e odorare il fieno, seduti sotto la quercia secolare davanti al portico, e le sere dello scorso Agosto passate ad ascoltarti mentre suonavi Schumann al vecchio pianoforte di tuo padre.
    Su il sipario, Valentine.
    Lo spettacolo, ahimè, inizia; ma qual è il posto di un uomo che si alza in alto nel vento su una tavola bicolore di legno che ha solo due dimensioni?


©  Marco Angelotti - 2002