| Inverno di Marco Angelotti |
Giorgio
sedeva su una panchina di pietra lungo il perimetro della piazza, assorto nei
colori di quell’attimo: le cinque di un pomeriggio qualsiasi di Dicembre, con
l’aria fredda dell’inverno incipiente colorata di
vermiglio.
Occupava una piccola porzione di una cartolina silenziosa, lontana dai
clamori natalizi, ormai dietro l’angolo.
Guardò distratto l’orologio,
consapevole dell’inutilità del gesto, come se quelle luci, il silenzio e
quei colori potessero appartenere ad un momento diverso da quell’ora di un
pomeriggio limpido di Dicembre.
Le lancette d’acciaio che si rincorrevano sul
quadrante ardesia sembravano forbici che tagliavano il buio dei suoi pensieri,
dissecando da questi il piacere ed il dolore loro legati.
Davanti a lui, le
vecchie mura della città, perforate da tre archi a volta tonda, il maggiore al
centro ed i due minori ai lati, sembravano un padre con i figli per mano.
La luce
radente del sole, ormai prossima all’orizzonte, li trafiggeva, creando ombre
etrusche, agonizzanti nella piazza un attimo prima del nulla.
Alzando lo sguardo
in cerca di un movimento, Giorgio si accorse che alle cinque di quel
pomeriggio, nella piazza non c’era vita.
L’erba, l’aria e
la luce erano ferme, il freddo era immobile, il tempo non respirava.
La gente che normalmente popolava quel luogo sembrava dissolta nel nulla.
Aveva
guardato l’ orologio come se attendesse qualcuno, un appuntamento doloroso.
Lo spettro apparve, come una goccia d’inchiostro versata da una
penna
attraverso il foro luminoso nelle mura, per macchiare, indelebile, quella
cartolina.
Attraversò la piazza verso di lui con un passo solenne da corteo
funebre, nemesi trionfante sulla preda paralizzata dal terrore. Si fermò a dieci
passi dalla sua panchina.
Giorgio sapeva chi fosse,
nonostante la luce violenta, che, da dietro alla sagoma scura, gli impediva di coglierne i tratti.
E che cosa fosse, quell’immagine che nasceva
dalla sua anima e lo osservava da fuori: il proprio errore, la propria fallacia
mortale, e, come tutti gli sbagli catastrofici, generato da troppo amore.
L’ombra non parlò.
Monolitica, in piedi a dieci passi da
Giorgio, non emise suono.
Giorgio il grido lo sentì dentro, perché era anche il
suo.
Urlava la propria colpa attraverso l’ombra.
Non riuscì più a sopportare
il dolore di quella presenza.
Gridò con una voce emessa dalle corde vocali
dell’inferno.
Schizzò in piedi, tra una folla turbata che lo
guardava compassionevole.
Si era svegliato su di una panchina in una
piazza, in un pomeriggio assolato di Dicembre.
Avvertì un freddo profondo alla
schiena ed alle gambe: la pietra era fredda.
Si allontanò incurante
della gente mentre, con un brivido, si stringeva nel giaccone blu indossato col
bavero alzato.
La sciarpa logora, che portava annodata al collo, era l’unico
indizio a ponte tra la realtà e l’incubo, un vecchio regalo di
qualche Natale prima.
Aggiornato 11 Giugno 2002
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