"Il violino" di Marco Angelotti, 2002

    

Doveva averlo visto da lontano e si era avvicinato.
Potrebbe darmi qualcosa per acquistare dei medicinali? Sono malato e non ho soldi disse in piedi davanti alla panchina dove era seduto.
Alzò lo sguardo da terra; vide un vecchio che stringeva in mano un violino.
Mi scusi, ma non è il momento, rispose lasciando di nuovo pendere il collo tra le spalle.
La voce col violino, vestita con un paio di pantaloni logori, coperti fino a metà gamba da un impermeabile, e scarpe eleganti di vernice con la suola che si stava staccando, rimase a guardare il suo abito scuro, buio come il suo volto, avvolto in un cappotto elegante.
Capisco che forse non è il momento opportuno per disturbarla, e mi rendo conto che, trovandosi qui a quest'ora, anche lei deve avere i suoi problemi, ma mi permetto d'insistere perché ho veramente necessità di curarmi, continuò imperterrito ritto di fronte a lui.
Forse non ha capito che sono disperato come lei, bisbigliò senza alzare il capo.
L'uomo in piedi posò il violino sulla borsa per terra e gli alzò con la mano il mento.
Mi guardi negli occhi, la prego: se non riesco a trovare del denaro e comprare ciò che mi serve, con questo freddo non resisterò per più di tre o quattro giorni.
Io non so neppure se arriverò a domani mattina, disse scostando senza violenza la mano che gli aveva sollevato testa.
Allora l'altro lo guardò, raccolse il violino e iniziò a suonare.
Nell'ambiente vuoto la musica sembrava provenire da ogni parte: le dita gonfie e con le unghie sporche saltavano veloci da una corda all'altra, rincorse dall'archetto.
Le lampade gialle erano le sole luci di scena.
Il vecchio suonava con gli occhi chiusi, l'uomo sulla panchina li chiuse appoggiandosi alla melodia.
Terminato il brano, posò di nuovo lo strumento e gli si sedette accanto.
Lei suona molto bene e accennò un sorriso guardandolo.
Suonare era la mia vita.
La mia era diversa, e ora siamo seduti entrambi su questa panchina; non ho neppure da fumare.
Il violinista si frugò in tasca e ne tirò fuori tre sigarette malconce.
Se gradisce una di queste, la prenda pure.
Grazie; ha anche da accendere?
Sfregò il fiammifero sulla pietra.
Avrei potuto regalarle una farmacia piena di medicinali, e ora le sto scroccando una sigaretta.
Anch'io, un po' di tempo fa, avrei potuto omaggiarla di due biglietti per una mia prima a teatro.
Mi lasci solo, per favore, vorrei recitare in solitudine le ultime battute della mia parte.
Invece io sono qui per suonare e per cercare qualche soldo per curarmi.
Un colpo di vento fece rotolare le pagine di un quotidiano abbandonato da qualche parte come sterpi su una spiaggia d'inverno.
Si strinse nel cappotto.
Guardò negli occhi il vecchio col violino, inspirò una boccata di fumo, tossì.
Non so per quanto tempo ancora, ma ho una casa; venga con me.
Si alzarono dalla panchina e uscirono fuori in silenzio.
Percorsero alcune centinaia di metri nell'umidità fredda della notte.
Si trovarono di fronte tre balordi quando erano quasi arrivati.
Dove andate a quest'ora? E' pericoloso girare di notte...
A casa, abbiamo fretta, rispose.
Il violinista tacque.
Ehi, che bel violino ha il nonno… Fammelo vedere.
No, vi prego, è l'ultimo ricordo che possiedo di me stesso, implorò tenendolo con forza.
Mollalo, vecchio. Uno dei tre allungò una mano sullo strumento.
Bastardo, lascia in pace quest'uomo, intervenne l'uomo.
I tre estrassero dei coltelli, lui mostrò loro una pistola: andatevene.
Sparirono nella nebbia.
Non abbia paura, disse al vecchio, non l'ho mai usata, l'ho acquistata solo per stupidità; a volte anche la stupidità serve. Venga, ci siamo.
Arrivarono ad un portone di un vecchio palazzo di un quartiere signorile.
L'uomo col violino si fermò, titubante.
Mi segua, la prego, nessuno dirà niente.
Salirono le scale fino al secondo piano: aprì con una strana chiave la serratura di sicurezza e fece accomodare l'altro. Accese la luce.
E' una casa bellissima; mi dispiace dovermene andare tra poco.
Tenendo sempre stretto il violino, l'altro si guardava attorno, muto.
Gradisce qualcosa da bere? Ho ogni tipo di bevanda.
Riuscì a rispondere dice davvero? Potrei… potrei avere del Calvados? Mi piace, il Calvados ed è da molto che non ne bevo.
Penso che ce ne sia ancora, eccolo. Prego…
Gli porse un grosso bicchiere dove aveva fatto roteare il distillato.
Appoggiò il violino sul tavolo e ne assaporò un piccolo sorso.
E' buonissimo. E' un piccolo vizio che ho preso in Normandia, nell'ottantasei. Da quanto tempo… Il profumo delle mele che dalla gola sale nelle narici.
Si sieda, e lo gusti con calma; vado a cercare i medicinali che le occorrono.
Grazie, ma non vorrei sporcare la tappezzeria dei divani.
Si accomodi, la prego.
Si allontanò per alcuni minuti e, quando tornò, vide che l'altro, posato il bicchiere sul tavolo, stava accarezzando i bischeri dello strumento per accordarlo.
Riflessi nei due grandi specchi appesi sulle pareti contrapposte del salone i due si moltiplicavano all'infinito, creando un'orchestra d'archi in un teatro gremito.
L'unica cosa che posso fare per sdebitarmi è suonare per lei.
Non deve sentirsi in obbligo, ma se desidera suonare l'ascolterò con piacere.
Si alzò in piedi e iniziò a suonare, continuando per quasi un'ora.
Poi smise e quando accennò un inchino, gesto cui era abituato in altre circostanze, aveva una come luce nello sguardo.
Grazie, un'esecuzione impeccabile; mi ha regalato l'ora più piacevole degli ultimi mesi.
Sono lusingato, ma ora dovrei salutarla, mi attendono.
Rimanga ancora, mi farebbe piacere godere ancora della sua compagnia.
Ne sarei onorato anch'io, ma sono veramente costretto a lasciarla.
Desidera mangiare qualcosa prima di andare?
No, la ringrazio; accetto volentieri i farmaci.
Tenga, li prenda tutti. Non volevo farla finita sul serio, quando mi ha incontrato.
Sono lieto di sentirglielo dire. Ora devo andarmene.
Capisco. Mi dica, qual è il suo nome?
Non ha importanza, sono un musicista e un gentiluomo, come lei, e si avviò verso la porta.
Lo accompagnò, ma prima che se ne fosse andato gli porse la mano.
Si toccarono per la seconda volta.
La strinse, poi uscì.
Addio, sussurrò il padrone di casa fermo sul pianerottolo.
Il vecchio col violino scese due gradini, si fermò e, voltatosi, rispose al saluto: io so chi è lei, porgendogli il violino come nel gesto di volerlo donare.
In imbarazzo, lo tenga, non penso che lei lo sappia realmente, disse e si dissolse nel nulla come la sua vita.

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