"Il cappotto grigio" di Marco Angelotti, 2002

    

Nel bar che si trova circa a metà di Via delle Chiuse tra la lavanderia e un negozio aperto da poco che non ho ancora ben capito quali articoli tratti, entrò un uomo con un cappotto grigio col bavero alzato.
Era il ventidue Novembre, mattino presto.
Piovigginava.
La molla di ritorno della porta, con un cigolio fastidioso, chiuse fuori l'umidità.
Le sedie erano ancora rovesciate sui tavoli e una scopa, consumata dall'uso, stava appoggiata ad uno scaffale di legno, in equilibrio sul pavimento di graniglia verde.
Il barista, assonnato, alzò gli occhi dal bancone e guardò verso l'entrata, sciacquando sotto il getto d'acqua gelida il bicchiere insaponato che teneva tra le mani.
Vide un cappotto grigio, di una stoffa spigata e logora come la gruccia umana sulla quale era appeso.
Lo sconosciuto teneva entrambe le mani nelle tasche.
-Il freddo...-, pensò il barista.
Il profumo di caffè e dei croissant caldi rendeva meno tetra l'atmosfera del mattino ancora buio in un bar qualsiasi di una periferia di una metropoli.
L'uomo, con incedere pesante, si avvicinò al banco; fermatosi esattamente di fronte al barista che lo osservava con occhi assonnati, tenendo le mani in tasca e con le spalle un po' curve chiese un caffè.
Il barista masticò un -Buongiorno-, prese il filtro dalla macchina, lo riempì e fece il miglior caffè che era in grado di preparare a quell'ora.
Lo servì al cliente e tornò a lavare i bicchieri.
L'orologio da muro appeso sopra la stufa segnava le sei e quarantadue.
Dopo un minuto, accorgendosi di non aver percepito nel suo campo visivo alcun movimento, alzò gli occhi e vide il caffè intatto: si stava raffreddando.
-Non lo beve?- domandò.
Come infastidito, l'uomo rispose con un lieve imbarazzo, tenendo sempre nelle tasche le appendici inerti che gli scendevano dalle spalle: -Potrebbe zuccherarmelo? Un cucchiaino, grazie.-
Il barista lo fissò per un attimo.
L'uomo sussurrò a denti stretti: -La vita è uno schifo.-
Quelle parole, come formula pronunciata da uno sciamano, crearono un legame tra i due sconosciuti.
-La vita è uno schifo.- ripeté il barista.
Prese il cucchiaino, lo riempì di zucchero e lo lasciò cadere nel caffè.
Poi si fermò, attendendo un gesto preciso.
L'orologio da muro appeso sopra la stufa segnava le sei e quarantaquattro.
L'altro guardò la tazzina per una decina di secondi, poi -Potrebbe mescolarlo, per favore?- continuò muovendo impercettibilmente le labbra, come se parlare gli lacerasse la bocca.
Il barista, intuendo il profondo disagio del cliente, accondiscese alla richiesta.
Non attendeva più risposte ai propri pensieri, non tornò a sciacquare i bicchieri.
Rimase lì, a guardare il ritratto di un uomo sofferente.
-Ho bisogno che mi aiuti a berlo- implorò ancora.
Il barista prese delicatamente la tazzina tra le dita e con un movimento rovesciato, come porgendola alla propria immagine riflessa nello specchio inchiodato sulla parete davanti al bancone, gliel'avvicinò alle labbra.
Dopo la appoggiò piano sul piattino.
Accennò un sorriso.
L'altro rispose al sorriso.
L'orologio da muro appeso sopra la stufa segnava le sei e quarantasei.
Il barista si voltò per pulire la caffettiera e per celare un lieve rossore che gli coloriva le guance.
Non era solito a tale disposizione d'animo nei riguardi degli avventori a quell'ora.
Alle sue spalle, la voce in grigio continuò: -Grazie, è molto cortese. Potrebbe aiutarmi a sfogliare il quotidiano sul banco? Dovrei verificare una notizia.-
Il barista, senza rispondere, ma grato a chi gli aveva permesso di scoprirsi più umano, prese il giornale e lo sfogliò con lui.
Nel suo bar non si era mai vista tanta tenerezza tra la pagina della cronaca e una tazzina sporca.
L'uomo col cappotto grigio alzò gli occhi dalla pagina che odorava ancora di stampa.
Guardò negli occhi il barista, arrossì.
-Mi perdoni, oddio... non so che cosa fare: ho necessità di urinare. Mi vergogno terribilmente.-
Il barista, memore dell'insegnamento che i Salesiani gli avevano inculcato dalle elementari con un verso dalla Pentecoste manzoniana, tacendo lo portò in bagno.
Con rispetto e pietà lo aiutò ad urinare.
Tornarono nel salone, il barista dietro al banco e l'uomo col cappotto grigio davanti al giornale.
L'orologio da muro appeso sopra la stufa segnava le sei e cinquanta.
La curiosità vinse sulla discrezione.
-Non vorrei metterla imbarazzo, ma, se questo non la ferisce, potrebbe raccontarmi che cosa le è accaduto alle braccia?-
Turbato, l'uomo col cappotto grigio fece un passo indietro.
Fulminò il barista con lo sguardo ed estrasse veloce entrambe le mani dalle tasche.
I suoi pugni erano chiusi.
Un coltello gli cadde dalla tasca destra del cappotto. Allargò le braccia e stirandole tossì.
Raccolse l'arma.
-Sei un brav'uomo, ma questo non basta. Non dovresti fare domande. Mai. La vita è uno schifo. Potrebbe accadere, in una mattina autunnale, d'incontrare un uomo con un cappotto grigio e con un coltello in tasca, svegliato da poco e che non avesse voglia di far nulla fino a mezzogiorno.-
Poi affondò la lama nell'addome del barista, sorridendo.
Il pavimento di graniglia verde, pulito da poco, si macchiò di sangue.
In un mattino di Novembre, in un bar qualsiasi di una periferia di una metropoli, un orologio da muro, appeso sopra una vecchia stufa, segnava le sei e cinquantadue.
Esattamente sei mesi dopo, acquistai il bar dagli eredi, abbandonando il mio impiego di magazziniere.
Mi guardai sempre dal fare domande ai clienti non conosciuti.

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